18 novembre 2015

Guido Gustavo Gozzano


Poesie Scelte



da: Poesie sparse (1904)


L’ANTENATA



Nel fino cerchio di chelonia e d’oro —
ove un ignoto artefice costrinse
il bel sembiante, poi che lo dipinse
sopra l’avorio, con sottil lavoro —

per qual virtú la dama antica avvinse
il palido nipote? In qual tesoro
di sogni fu che il giovinetto attinse
la mestizia piú dolce dell’alloro?

L’Ava mi guata. — Nella manca ha un giglio
di stile antico; la sua destra posa
sopra il velluto d’un cuscin vermiglio.

Niuna dolcezza è nell’aspetto fiero:
emana dalla bocca disdegnosa
l’orgoglio, la tristezza ed il mistero.


MAMMINA DICIOTTENNE

                        Per la signora M. L. S.


Non mai —dico non mai — cosí m’infiamma
il senso d’una vita bella e forte
come quando apparite nelle corte
gonnelle d’alpinista, esile damma!

Non m’irridete! Ché nessuna fiamma
come costoro che vi fan coorte
m’invita a seguitar la vostra sorte,
o Margherita, giovinetta mamma.

O Margherita, mamma diciottenne,
chinatevi sul bimbo vostro, e ad ogni
bacio s’unisca l’oro delle teste.

Guardandovi cosí fu che mi venne
come un rimorso di cattivi sogni
e  un desiderio di parole oneste.



da: La via del rifugio, (1904-1906)



L’ANALFABETA



Nascere vide tutto ciò che nasce
in una casa, in cinquant’anni. Sposi
novelli, bimbi… I bimbi già corrosi
oggi dagli anni, vide nelle fasce.

Passare vide tutto ciò che passa
in una casa, in cinquant’anni. I morti
tutti, egli solo, con le braccia forti
compose lacrimando nella cassa.

Tramonta il giorno, fra le stelle chiare,
placido come l’agonia del giusto.
L’ottuagenario candido e robusto
viene alla soglia, con il suo mangiare.

Sorride un poco, siede sulla rotta
panca di quercia; serra per sostegno
fra i ginocchi la ciotola di legno:
mangia in pace cosí, mentre che annotta.

Con la barba prolissa come un santo
arissecchito, calvo, con gli orecchi
la fronte coronati di cernecchi
il buon servo somiglia il Tempo… Tanto,

tanto simile al Nume pellegrino,
ch’io lo vedo recante nella destra
non la ciotola colma di minestra,
ma la falce corrusca e il polverino.

Biancheggia tra le glicini leggiadre
l’umile casa ove ritorno solo.
Il buon custode parla: « O figliuolo,
come somigli al padre di tuo padre!

Ma non amava le città lontane
egli che amò la terra e i buoni studi
della terra e la casa che tu schiudi
alla vita per poche settimane…  »

Dolce restare! E forza è che prosegua
pel mondo nella sua torbida cura
quei che ritorna a questa casa pura
soltanto per concedersi una tragua;

per lungi, lungi riposare gli occhi
(di che riposi parlano le stelle!)
da tutte quelle sciocche donne belle,
da tutti quelli cari amici sciocchi…

Oh! il piccolo giardino omai distrutto
dalla gramigna e dal navone folto…
Ascolto il buon silenzio, intento, ascolto
il tonfo malinconico d’un frutto.

Si rispecchia nel gran Libro sublime
la mente faticata dalle pagine,
il cuore devastato dall’indagine
sente la voce delle cose prime.

Tramonta il giorno. Un vespero d’oblio
riconsola quest’anima bambina;
giunge un riso, laggiù dalla cucina
e il ritmo eguale dell’acciotolio.

In che cortile si lavora il grano?
Sul rombo cupo della trebbiatrice
s’innalza un canto giovine che dice:
anche il buon pane — senza sogni — è vano!

Poi tace il grano e la canzone. I greggi
dormono al chiuso. Nella sera pura
indugia il sole: « Or fammi un po’ lettura:
te beato che sai leggere! Leggi! »

Me beato! Ah! Vorrei ben non sapere
leggere, o Vecchio, le parole d’altri!
Berrei, inconscio di sapori scaltri,
un puro vino dentro il mio bicchiere.

E la gioia del canto a me randagio
scintillerebbe come ti scintilla
nella profondità della pupilla
il buon sorriso immune dal contagio.

Gli leggo le notizie del giornale:
i casi della guerra non mai sazia
e l’orrore dei popoli che strazia
la gran necessità di farsi male.

Ripensa i giorni dell’armata Sarda,
la guerra di Crimea, egli che seppe
la tristezza ai confini delle steppe
e l’assedio nemico che s’attarda.

Poi cade il giorno col silenzio. Poi
rompe il silenzio immobile di tutto
il tonfo malinconico d’un frutto
che giunge rotolando sino a noi.

E m’inchino e raccolgo e addento il pomo…
Serenità!... L’orrore della guerra
scende in me: cittadino della Terra,
in me: concittadino d’ogni uomo.

Ora il vecchio mi parla d’altre rive
d’altri tempi, di sogni… E piú m’alletta
di tutte, la parola non costretta
di quegli che non sa leggere e scrivere.

Sereno è quando parla e non disprezza
il presente pel meglio d’altri tempi:
« O figliuolo il meglio d’altri tempi
non era che la nostra giovinezza! »

Anche dice talvolta, se mi mostro
taciturno: « Tu hai l’anima ingombra.
Tutto è fittizio in noi: e Luce ed Ombra:
giova molto foggiarci a modo nostro!

E se l’ombra s’indugia e tu rimuovine
la tristezza. Il dolore non esiste
per chi s’innalza verso l’ora triste
con la forza d’un cuore sempre giovine.

Fissa il dolore e armati di lungi,
ché la malinconia, la gran nemica,
si piega inerme, come fa l’ortica
che piú forte l’acciuffi e men ti pungi».

E viene allo scrittoio, se m’indugio:
« Ah! Già i capelli ti si fan piú radi,
sei pallido… Da tempo è che non badi
per queste carte al remo e all’archibugio.

Chi troppo studia e poi matto diventa!
Giova il sapere al corpo che ti langue?
Vale ben meglio un’oncia di buon sangue
che tutta la saggezza sonnolenta ».

Cosí ragiona quegli che non crede
la troppo umana favola d’un Dio,
che rinnegò la chiesa dell’oblío
per la necessità d’un’altra fede.

Dice: « Ritorna il fiore e la bisavola.
Tutto ritorna vita e vita in polve:
ritorneremo, poiché tutto evolve
nella vicenda d’un’eterna favola ».

Ma come, o Vecchio, un giorno fu distrutto
il sogno della tua mente fanciulla?
E chi ti apprese la parola nulla,
e chi ti apprese la parola tutto?

Certo, fissando un cielo puro, un fiume
antico, meditando nello specchio
dell’acque e delle nubi erranti, il Vecchio
lesse i misteri, come in un volume.

Come dal tutto si rinnovi in cellula
tutto; e la vita spenta dei cadaveri
risusciti le selve ed i papaveri
e l’ingegno dell’uomo e la libellula.

Come una legge senza fine domini
le cose nate per se stesse, eterne…
Tanto discerne quei che non discerne
i segni convenuti dagli uomini.

Ma come cadde la tua fede illesa:
fede ristoratrice d’ogni piaga
per l’anima fanciulla che s’appaga
nei simulacri della Santa Chiesa?

Come vedi le cose? Senza fedi,
stanco, sul limitare della morte,
sai vivere sereno, o vecchio forte,
sorridere pacato… Come vedi?

Guardi le stelle attingere i fastigi
dell’abetaia, contro il cielo, e l’orsa
volger le sette gemme alla sua corsa:
senti il ritmo macàbro delle strigi

e il frullo della nottola ed il frullo
della falena… Pel sereno illune
spazi tranquillo, vecchio saggio immune.
La tua pupilla è quella d’un fanciullo.

Qualche cosa tu vedi che non vedo
in quell’immensità, con gli occhi puri:
« Buona è la morte » dici e t’avventuri
serenamente al prossimo congedo.

Ancora sento al tuo cospetto il simbolo
d’una saggezza mistica e solenne;
quello mi tiene ancora che mi tenne
strano mistero, di quand’ero bimbo.

Allora che su questa soglia stessa
mi narravi di guerre e d’altri popoli,
dicevi del Mar Nero e Sebastopoli,
dei Turchi, di Lamarmora, d’Odessa.

E nel mio sogno s’accendean le vampe
sopra le mura. Entrava la milizia
nella città: una città fittizia
quali si vedon nelle vecchie stampe,

le vecchie stampe incorniciate in nero:
… i panorami di Gerusalemme,
il Gran Sultano, carico di gemme...:
artificiose, belle piú del vero;

le vecchie stampe, care ai nostri nonni
… il minareto e tre colonne infrante,
il mare, la galea, il mercatante…
città vedute nei miei primi sonni.

Ed ora, o vecchio, e sazi la tua fame
sulla panca di quercia, ove m’indugio;
altro sentiero tenta al suo rifugio
il bimbo illuso dalle stampe in rame.



LA VIA DEL RIFUGIO


Trenta quaranta,
tutto il Mondo canta
canta lo gallo
risponde la gallina...

Socchiusi gli occhi, sto
supino nel trifoglio,
e vedo un quatrifoglio
che non raccoglierò.

Madama Colombina
s’affaccia alla finestra
con tre colombe in testa:
passan tre fanti...

Belle come la bella
vostra mammina, come
il vostro caro nome,
bimbe di mia sorella!

... su tre cavalli bianchi:
bianca la sella
bianca la donzella
bianco il palafreno...

Nel fare il giro a tondo
estraggono le sorti.
(I bei capelli corti
come caschetto biondo

rifulgono nel sole).
Estraggono a chi tocca
la sorte, in filastrocca
segnado le parole.

Socchiudo gli occhi, estranio
ai casi della vita.
Sento fra le mie dita
la forma del mio cranio...

Ma dunque esisto! O Strano!
vive tra il Tutto e il Niente
questa cosa vivente
detta guidogozzano!

Resupino sull’erba
(ho detto che non voglio
raccorti, o quatrifoglio)
non penso a che mi serba

la Vita. Oh la carezza
dell’erba! Non agogno
cha la virtù del sogno:
l’inconsapevolezza.

Bimbe di mia sorella,
e voi, senza sapere
cantate al mio piacere
la sua favola bella.

Sognare! Oh quella dolce
Madama Colombina
protesa alla finestra
con tre colombe in testa!

Sognare. Oh quei tre fanti
su tre cavalli bianchi:
bianca la sella,
bianca la donzella!

Chi fu l’anima sazia
che tolse da un affresco
o da un missale il fresco
sogno di tanta grazia?

A quanti bimbi morti
passò di bocca in bocca
la bella filastrocca
signora delle sorti?

Da trecent’anni, forse,
da quattrocento e più
si canta questo canto
al gioco del cucù.

Socchiusi gli occhi, sto
supino nel trifoglio,
e vedo un quatrifoglio
che non raccoglierò.

L’aruspice mi segue
con l’occhio d’una donna...
Ancora si prosegue
il canto che m’assonna.

Colomba colombita
Madama non resiste,
discende giù seguita
da venti cameriste,

fior d’aglio e fior d’aliso,
chi tocca e chi non tocca...
La bella filastrocca
si spezza d’improvviso.

« Una farfalla! » « Dài!
Dài! » - Scendon pel sentiere
le tre bimbe leggere
come paggetti gai.

Una Vanessa Io
nera come il carbone
aleggia in larghe rote
sul prato solatio,

ed ebra par che vada.
Poi - ecco - si risolve
e ratta sulla polvere
si posa della strada.

Sandra, Simona, Pina
silenziose a lato
mettonsile in agguato
lungh’essa la cortina.

Belle come la bella
vostra mammina, come
il vostro caro nome
bimbe di mia sorella!

Or la Vanessa aperta
indugia e abbassa l’ali
volgendo le sue frali
piccole antenne all’erta.

Ma prima la Simona
avanza, ed il cappello
toglie ed il braccio snello
protende e la persona.

Poi con pupille intente
il colpo che non falla
cala sulla farfalla
rapidissimamente.

« Presa! » Ecco lo squillo
della vittoria. « Aiuto!
È tutta di velluto:
Oh datemi uno spillo! »

«Che non ti sfugga, zitta!»
S’adempie la condanna
terribile; s’affanna
la vittima trafitta.

Bellissima. D’inchiostro
l’ali, senza ritocchi,
avvivate dagli occhi
d’un favoloso mostro.

«Non vuol morire!» «Lesta!
chè soffre ed ho rimorso!
Trapassale la testa!
Ripungila sul dorso!»

Non vuol morire! Oh strazio
d’insetto! Oh mole immensa
di dolore che addensa
il Tempo nello Spazio!

A che destino ignoto
si soffre? Va dispersa
la lacrima che versa
l’Umanità nel vuoto?

Colomba colombita
Madama non resiste:
discende giù seguita
da venti cameriste...

Sognare! Il sogno allenta
la mente che prosegue:
s’adagia nelle tregue
l’anima sonnolenta,

siccome quell’antico
brahamino dei Pattarsy
che per racconsolarsi
si fissa l’umbilìco.

Socchiudo gli occhi, estranio
ai casi della vita;
sento fra le mie dita
la forma del mio cranio.

Verrà da sè la cosa
vera chiamata Morte:
che giova ansimar forte
per l’erta faticosa?

Trenta quaranta
tutto il Mondo canta
canta lo gallo
canta la gallina...

La Vita? Un gioco affatto
degno di vituperio,
se si mantenga intatto
un qualche desiderio.

Un desiderio? sto
supino nel trifoglio
e vedo un quatrifoglio
che non raccoglierò.


da: La via del rifugio (1907-1912)


ORA DI GRAZIA




Son nato ieri che mi sbigottisce
il carabo fuggente, e mi trastullo
della cetonia risopita sullo
stame, dell’erba, delle pietre lisce?

E quel velario azzurro tutto a strisce,
si chiama « cielo »? E « monti » questo brullo?
Oggi il mio cuore è quello d’un fanciullo,
se pur la tempia già s’impoverisce.

Non la voce cosí dell’Infinito,
né mai cosí la verità del Tutto
sentii levando verso i cieli puri

la maschera del volto sbigottito:
« Nulla s’acquista e nulla va distrutto:
o eternità dei secoli futuri! »



NEMESI



Tempo che i sogni umani
volgi sulla tua strada:
la chioma che dirada,
le case dei Titani,

o tu che tutte fai
vane le nostre tempre:
e vano dire sempre
e vano dire mai,

se dunque eternamente
tu fai lo stesso gioco
tu sei una ben poco
persona intelligente!

Cangiare i monti in piani
cangiare i piani in monti,
deviare dalle fonti
antiche i fiumi immani,

cangiar la terra in mare
e il mare in continente:
gran cosa non mi pare
per te, onnipossente!

Giocare con le cellule
al gioco dei cadaveri:
i rospi e le libellule
le rose ed i papaveri

rifare a tuo capriccio:
poi cucinare a strati
i tuoi pasticci andati
e il nuovo tuo pasticcio:

ma, scusa, ci vuol poca
intelligenza! Basta —
di’ non ti pare? — basta
il genio d’una cuoca.

Bada che non ti parlo
per acrimonia mia:
da tempo ho ucciso il tarlo
della malinconia.

Inganno la tristezza
con qualche bella favola.
Il saggio ride. Apprezza
le gioie della tavola

e i libri dei poeti.
La favola divina
m’è come ai nervi inqueti
un getto di morfina,

ma il canto piú divino
sarebbe un sogno vano
senza un torace sano
e un ottimo intestino.

Amo le donne un poco —
o bei labbri vermigli! —
Tempo, ma so il tuo gioco:
non ti farò dei figli.

Ah! Se noi tutti fossimo
(Tempo, ma c’è chi crede
di darti ancora prede!)
d’intesa, o amato prossimo,

a non far bimbi (i dardi
d’amor… fasciare e i tirsi
di gioia; — premunirsi
coi debiti riguardi).

Certo — se un dio ci dòmini —
n’avrebbe un po’ dispetto;
gli uomini l’han detto:
ma « chi » sono gli uomini?

Chi sono? È tanto strano
fra tante cose strambe
un coso con due gambe
detto guidogozzano!

Bada che non ti parlo
per acrimonia mia:
da tempo ho ucciso il tarlo
della malinconia.

Socchiudo gli occhi, estranio
ai casi della vita:
sento fra le mie dita
la forma del mio cranio.

Rido nell’abbandono:
o Cielo o Terra o Mare,
comincio a dubitare
se sono o se non sono!

Ma ben verrà la cosa
« vera » chiamata Morte:
che giova ansimar forte
per l’erta faticosa?

Né voglio piú, né posso.
Piú scaltro degli scaltri
dal margine d’un fosso
guardo passare gli altri.

E mi fan pena tutti,
contenti e non contenti,
tutti, pur che viventi,
in carnevali e in lutti.

Tempo, non entusiasma
saper che tutto ha il dopo:
o buffo senza scopo
malnato protoplasma!

E non l’Uomo Sapiente,
solo, ma se parlassero
la pietra, l’erba, il passero,
sarebbero pel Niente.

Tempo, se dalla guerra
restassi e dall’evolvere
in Acqua, Fuoco, Polvere
questa misera Terra?

E invece, o Vecchio pazzo,
dà fine ai giochi strani!
Sul ciel senza domani
farem l’ultimo razzo.

Sprofonderebbe in cenere
il povero glomerulo
dove tronfieggia il querulo
sciame dell’Uman Genere.

Cesserebbe la trista
vicenda in vita e in sogno.
Certo. Ma che bisogno
c’è mai che il mondo esista?


da: I colloqui «Il giovenile errore», (1911)


ELOGIO DEGLI AMORI ANCILLARI



I


Allor che viene con novelle sue,
ghermir mi piace l’agile fantesca
che secretaria antica è fra noi due.

M’accende il riso della bocca fresca,
l’attesa vana, il motto arguto, l’ora,
e il profumo d’istoria boccaccesca…

Ella m’irride, si dibatte, implora,
invoca il nome della sua padrona:
« Ah! Che vergogna! Povera Signora!

Ah! Povera Signora!... »  E s’abbandona.



II

Gaie figure di decamerone,
le cameriste dan, senza tormento,
piú sana voluttà che le padrone.

Non la scaltrezza del martirio lento,
non da morbosità polsi riarsi,
e non il tedioso sentimento

che fa le notti lunghe e i sonni scarsi,
non dopo voluttà l’anima triste:
ma un piú sereno e maschio sollazzarsi.

Lodo l’amore delle cameriste!



SALVEZZA



Vivere cinque ore?
Vivere cinque età?...
Benedetto il sopore
che m’addormenterà…

Ho goduto il risveglio
dell’anima leggiera:
meglio dormire, meglio
prima della mia sera.

Poi che non ha ritorno
il riso mattutino.
La bellezza del giorno
è tutta nel mattino.




L’ONESTO RIFIUTO



Un mio gioco di sillabe t’illuse.
Tu verrai nella mia casa deserta:
lo stuolo accrescerai delle deluse.
So che sei bella e folle nell’offerta
di te. Te stessa, bella preda certa,
già quasi m’offri nelle palme schiuse.

Ma prima di conoscerti, con gesto
franco t’arresto sulle soglie, amica,
e ti rifiuto come una mendica.
Non sono lui, non sono lui! Sí, questo
voglio gridarti nel rifiuto onesto,
perché piú tardi tu non maledica.

Non sono lui! Non quello che t’appaio,
quello che sogni spirito fraterno!
Sotto il verso che sai, tenero e gaio,
arido è il cuore, stridulo di scherno
come siliqua stridula d’inverno,
vôta di semi, pendula al rovaio…

Per te serbare immune da pensieri
bassi, la coscienza ti congeda
onestamente, in versi piú sinceri…
Ma (tu sei bella) fa ch’io non ti veda:
il desiderio della bella preda
mentirebbe l’amore che tu speri.

Non posso amare, illusa! Non ho amato
mai! Questa è la sciagura che nascondo.
Triste cercai l’amore per il mondo,
triste pellegrinai pel mio passato,
vizioso fanciullo viziato,
sull’orme del piacere vagabondo…

Ah! Non volgere i tuoi piccoli piedi
verso l’anima buia di chi tace!
Non mi tentare, pallida seguace!...
Pel tuo sogno, pel sogno che ti diedi,
non son colui, non son colui che credi!

Curiosa di me, lasciami in pace!


ALLE SOGLIE


I


Mio cuore, monello giocondo che ride pur anco nel pianto,
mio cuore, bambino che è tanto felice d’esistere al mondo,

pur chiuso nella tua nicchia, ti pare sentire di fuori
sovente qualcuno che picchia, che picchia.... Sono i dottori.

Mi picchiano in vario lor metro spiando non so quali segni,
m’auscultano con gli ordegni il petto davanti e di dietro.

E senton chi sa quali tarli i vecchi saputi.... A che scopo?
Sorriderei quasi, se dopo non bisognasse pagarli.

« Appena un lieve sussulto all’apice.... qui.... la clavicola.... »
E con la matita ridicola disegnano un circolo azzurro.

« Nutrirsi.... non fare più versi.... nessuna notte più insonne....
non più sigarette.... non donne.... tentare bei cieli più tersi:

Nervi.... Rapallo.... San Remo.... cacciare la malinconia;
e se permette faremo qualche radioscopia.... »



II

O cuore non forse che avvisi solcarti, con grande paura,
la casa ben chiusa ed oscura, di gelidi raggi improvvisi?

Un fluido investe il torace, frugando il men peggio e il peggiore,
trascorre, e senza dolore disegna su sfondo di brace

e l’ossa e gli organi grami, al modo che un lampo nel fosco
disegna il profilo d’un bosco, coi minimi intrichi dei rami.

E vedon chi sa quali tarli i vecchi saputi.... A che scopo?
Sorriderei quasi, se dopo non fosse mestiere pagarli.



III

Mio cuore, monello giocondo che ride pur anco nel pianto,
mio cuore, bambino che è tanto felice d’esistere al mondo,

mio cuore dubito forte - ma per te solo m’accora -
che venga quella Signora dall’uomo detta la Morte.

(Dall’uomo: chè l’acqua la pietra l’erba l’insetto l’aedo
le danno un nome, che, credo, esprima un cosa non tetra.)

È una Signora vestita di nulla e che non ha forma.
Protende su tutto le dita, e tutto che tocca trasforma.

Tu senti un benessere come un incubo senza dolori;
ti svegli mutato di fuori, nel volto nel pelo nel nome.

Ti svegli dagl’incubi innocui, diverso ti senti, lontano;
né più ti ricordi i colloqui tenuti con guidogozzano.

Or taci nel petto corroso, mio cuore! Io resto al supplizio,
sereno come uno sposo e placido come un novizio.


da: Poesie sparse (1912)


KETTY



I




Supini al rezzo ritmico del panka.

Sull’altana di cedro il giorno muore,
giunge dal Tempio un canto or mesto or gaio,
giungono aromi dalla jungla in fiore.

Bel fiore del carbone e dell’acciaio
Miss Ketty fuma e zufola giuliva
altoriversa nella sedia a sdraio.

Sputa. Nell’arco della sua saliva
m’irroro di freschezza: ha puri i denti,
pura la bocca, pura la genciva.

Cerulo-bionda, le mammelle assenti,
ma forte come un giovinetto forte,
vergine folle da gli error prudenti,

ma signora di sé della sua sorte
sola giunse a Ceylon da Baltimora
dove un cugino le sarà consorte.

Ma prima delle nozze, in tempo ancora
esplora il mondo ignoto che le avanza
e qualche amico esplora che l’esplora.

Error prudenti e senza rimembranza:
Ketty zufola e fuma. La virile
franchezza, l’inurbana tracotanza

attira il mio latin sangue gentile.



II


Non tocca il sole le pagode snelle
che la notte precipita. Le chiome
delle palme s’ingemmano di stelle.

Ora di sogno! E Ketty sogna: « ... or come
vivete, se non ricco, al tempo nostro?
È quotato in Italia il vostro nome?

Da noi procaccia dollari l’inchiostro... »
« Oro ed alloro!... » — « Dite e traducete
il piú bel verso d’un poeta vostro... »

Dico e la bocca stridula ripete
in italo-brittanno il grido immenso:
« Due cose belle ha il mon... Perché ridete? »

« Non rido. Oimè! Non rido. A tutto penso
che ci dissero ieri mendicanti
sul grande amore e sul nessun compenso.

(Voi non udiste, Voi tra i marmi santi
irridevate i budda millenari,
molestavate i chela e gli elefanti).

Vive in Italia, ignota ai vostri pari,
una casta felice d’infelici
come quei monni astratti e solitari.

Sui venti giri non degli edifici
vostri s’accampa quella fede viva,
non su gazzette, come i dentifrici;

sete di lucro, gara fuggitiva,
elogio insulso, ghigno degli stolti
piú non attinge la beata riva;

l’arte è paga di sé, preclusa ai molti,
a quegli data che di lei si muore... »
Ma intender non mi può, benché mi ascolti,

la figlia della cifra e del clamore.



III

Intender non mi può. Tacitamente
il braccio ignudo premo come zona
ristoratrice, sulla fronte ardente.

Gelido è il braccio ch’ella m’abbandona
come cosa non sua. Come una cosa
non sua concede l’agile persona...

— « O yes! Ricerco, aduno senza posa
capelli illustri in ordinate carte:
l’Illustrious lòchs collection piú famosa.

Ciocche illustri in scienza in guerra in arte
corredate di firma o documento,
dalla Patti, a Marconi, a Buonaparte...

(mordicchio il braccio, con martirio lento
dal polso percorrendolo all’ascella
a tratti brevi, come uno stromento)

e voi potrete assai giovarmi nella
Italia vostra, per commendatizie...»
— « Dischiomerò per Voi l’Italia bella! »

« Manca D’Annunzio tra le mie primizie;
vane l’offerte furono e gl’inviti
per tre capelli della sua calvizie... »

— « Vi prometto sin d’ora i peli ambiti;
completeremo il codice ammirando:
a maggior gloria degli Stati Uniti... »

L’attiro a me (l’audacia superando
per cui va celebrato un cantarino
napoletano, degli Stati in bando...)

Imperterrita indulge al resupino,
al temerario — o Numi! — che l’esplora
tesse gli elogi di quel suo cugino,

ma sui confini ben contesi ancora
ben si difende con le mani tozze,
al pugilato esperte... In Baltimora

il cugino l’attende a giuste nozze.



GUIDO GUSTAVO GOZZANO nasce a Torino il 19 dicembre 1883. Di famiglia borghese benestante, trascorre i suoi primi vent’anni tra le numerose proprietà famigliari, sparse tra Torino ed Agliè, nel Canavese. Il suo nome è spesso associato alla corrente letteraria post-decadente del crepuscolarismo. Nel 1906, nella Società di Cultura, conosce Amalia Guglielminetti, con la quale inizia l'anno dopo una tormentata relazione: è un anno avaro di componimenti, dedito com'è al progetto di raccogliere in volume i suoi lavori, un impegno di selezione che comporta correzioni, rielaborazioni ed espunzioni di versi ormai divenutigli estranei. Il risultato è il volume La via del rifugio, raccolta di 30 poesie, tra le quali spiccano La via del rifugio, che dà il titolo alla raccolta, Le due strade e L'amica di nonna Speranza, comparsa nell'aprile 1907 con molti refusi che resero necessaria una ristampa nell'agosto successivo. Nel 1912, aggravatosi il suo stato di salute, il poeta decise di compiere un lungo viaggio in India per cercare climi più adatti. La crociera, durata dal 6 febbraio 1912 fino al maggio seguente, compiuta in compagnia del suo amico Garrone, non gli diede il beneficio sperato ma lo aiutò, comunque, a scrivere, con l'aiuto della fantasia e di molte letture, gli scritti in prosa dedicati al viaggio. L'aggravarsi della tisi che condurrà il poeta alla morte a soli trentadue anni, nel 9 agosto 1916.



Opere

Raccolte poetiche e racconti

La via del rifugio, 1907
I colloqui, 1911
I tre talismani, 1914
Verso la cuna del mondo. Lettere dall'India, 1917
L'altare del passato, 1917
La principessa si sposa, 1918
L'ultima traccia, 1919
Primavere romantiche, 1924


Epistolari

Lettere d'amore di Guido Gozzano e Amalia Guglielminetti, a cura di S. Asciampreuner, Milano 1951
Lettere a Carlo Vallini con altri inediti, a cura di G. Di Rienzo, Torino 1971
Lettere dell'adolescenza a Ettore Colla, Edizioni dell'Orso, Alessandria 1993

Edizioni varie

La moneta seminata e altri scritti, con un saggio di varianti e una scelta di documenti, a cura di F. Antonicelli, Milano 1968
Tutte le poesie, testo critico e note a cura di A. Rocca, introduzione di M. Guglielminetti, Milano 1980
Fiabe e novelline, scelta delle fiabe e nota critica: Carmine De Luca, Torino.
San Francesco d'Assisi, a cura di M. Masoero,  Alessandria 1997
Verso la Cuna del mondo - Lettere dall'India, a cura di F. di Biagi, postfazione di G. Bàrberi Squarotti, Trento 2005.
Verso la Cuna del mondo, Milano 2007. Note al testo e saggio introduttivo di V. Gueglio.


                                              
                                                  

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