28 ottobre 2016

POESIE PERSIANE | Forugh Farrokhzad







LA   CONQUISTA DEL GIARDINO


Quel corvo che volò
Sopra di noi
E s’inabissò nel pensiero agitato di una nuvola vagabonda,
Il cui grido, come una corta lancia, percorse tutto l’orizzonte,
Porterà la notizia di noi in città.

Tutti sanno,
Tutti sanno
Che tu ed io da quel pertugio freddo e tetro
Intravedemmo il giardino
E da quel ramo ameno e impervio
Spiccammo la mela.

Tutti temono,
Tutti temono ma tu ed io
Ci unimmo con la luce, l’acqua e lo specchio
E non tememmo.

Io non parlo di un fragile legame tra due nomi
Né di un vincolo nelle pagine lise di un registro.
Io parlo dei miei voluttuosi capelli
E degli ardenti papaveri dei tuoi baci,
Dell’intimità clandestina dei nostri corpi
E della nostra nudità che riluce
Come le squame dei pesci nell’acqua.
Io parlo della vitalità argentina di un canto
Che una piccola fontana intona all’alba.

Una notte, domandammo alle lepri selvatiche
In quella foresta verde e frusciante,
Alle conchiglie copiose di perle
In quel mare agitato e freddo
E alle giovani aquile
In quel monte straniero e trionfante:
Che si deve fare?

Tutti sanno,
Tutti sanno.
Noi abbiamo penetrato il freddo muto sogno dei Simorgh,
Cogliemmo la verità nel piccolo giardino
nell’espressione timida di un fiore anonimo
E l’eternità in un momento senza fine
Quando due soli si fissano l’un l’altro.

Io non parlo di sussurri timorosi nel buio,
Io parlo di luce del giorno e di finestre aperte,
Di aria fresca,
Di un forno nel quale bruciano cose inutili,
Di terra resa fertile con un’altra coltura,
Di nascita, di evoluzione, di orgoglio.

Io parlo delle nostre mani innamorate,
Che hanno gettato, al di sopra delle notti,
Un ponte foriero di profumo, di luce, di brezza.

Vieni nel prato,
Nel prato aperto
E invocami attraverso i sospiri del fiore di seta,
Come la gazzella la sua compagna.

Le tende traboccano celato odio
E le candide colombe
Dall’alto della loro torre bianca
Fissano in basso la terra.


LA SOLITUDINE DELLA LUNA


Per tutta la notte,
I grilli invocarono:
“O Luna! Grande Luna…”

Per tutta la notte,
I rami con quelle braccia protese,
I cui sensuali sospiri
Si levavano verso l’alto,
La brezza della sottomissione
Ai comandi di dei sconosciuti e misteriosi,
Migliaia di respiri segreti nella vita recondita della terra,
La lucciola in quel volo circolare e luminoso,
Il ticchettio sul tetto di legno,
Leila dietro il velo,
E le rane nello stagno
Tutti insieme, tutti insieme ininterrottamente
Fino all’alba invocarono:
“O Luna! Grande Luna…”

Per tutta la notte,
Brillò la Luna sulla terrazza.
La Luna
Era il solitario cuore della sua notte.
Lacrime risplendenti d’oro stava piangendo.


PRIGIONIERA


Ti desidero, ma so che mai
Ti terrò tra le mie braccia, come anela il mio cuore.
Tu sei quel cielo limpido e luminoso,
Io, in questo angolo della gabbia, sono un uccello in cattività.

Da dietro le sbarre fredde e buie,
Lo sguardo triste, stupito, volto a te,
Penso che una mano verrà
E, improvvisamente, aprirò le mie ali verso di te.

Penso che, in un momento di disattenzione,
Da questa muta prigione prenderò il volo,
Aggirerò lo sguardo del mio carceriere
E ricomincerò la vita accanto a te.

Penso, ma so che mai
Avrò la forza di lasciare questa gabbia;
Seppure il mio carceriere non si opponesse,
Non vi sarebbe più animo di partire.

Da dietro le sbarre, ogni radioso mattino,
Gli occhi di un bambino mi sorridono;
Quando intono una canzone gaia,
Le sue labbra per un bacio cercano me.

O cielo, se, un giorno, volessi
Da questa muta gabbia prendere il volo,
Che direi agli occhi in lacrime del bambino:
Perdonami, io sono un uccello in cattività.

Io sono quella candela che, con il dolore del proprio cuore,
Illumina una rovina;
Se decidessi di spegnerla,
Distruggerei un nido.


SOLO LA VOCE RESTA


Perché fermarmi, perché?
Gli uccelli sono partiti in cerca di una direzione azzurra.
L’orizzonte è verticale,
L’orizzonte è verticale e il movimento: zampillante
E al limite del visibile
Ruotano, luminosi, i pianeti.
Alle altitudini, la terra rinnova il suo ciclo,
I pozzi d’aria
Si trasformano in tunnel di collegamento
Ed il giorno è una distesa
Che le limitate idee del verme del giornale non racchiudono.

Perché fermarmi?
La rotta passa attraverso i capillari della vita.
La fertile atmosfera del grembo lunare
Eliminerà le cellule contaminate
E, all’alba, nello spazio chimico,
Solo la voce,
La voce sarà assorbita dalle particelle del tempo.
Perché fermarmi?

Che può essere la palude?
Che può essere, se non il luogo della deposizione delle uova dei putridi insetti?
I cadaveri enfiati scrivono i pensieri dell’obitorio.
L’imbelle, nell’ombra,
Ha celato la sua mancanza di virilità.
E lo scarafaggio, oh,
Quando parla lo scarafaggio!
Perché fermarmi?
L’opera delle lettere di piombo è vana,
Non salverà l’umile pensiero.
Io sono della stirpe degli alberi,
Respirare aria stagnante mi deprime.
Un uccello, che è perito, mi consigliò di rammentare il volo.

La meta di tutte le forze è di ricongiungersi, ricongiungersi
Alla chiara essenza del sole
E riversarsi nello spirito della luce.
È naturale
Che i mulini a vento marciscano.
Perché fermarmi?
Le verdi spighe di grano,
Io le porto al seno
E le allatto.

La voce, la voce, solo la voce.
La voce dell’insito desiderio dell’acqua di scorrere,
La voce della cascata di luce stellare sulla parete della femminilità della terra,
La voce della coagulazione del seme del pensiero
E l’effusione della memoria comune dell’amore.
La voce, la voce, la voce, solo la voce resta.

Nel paese degli gnomi
I criteri di valutazione
Hanno sempre gravitato nell’orbita dello zero.
Perché fermarmi?
Io obbedisco ai quattro elementi,
Il compito di redigere lo statuto del mio cuore
Non è compito del locale governo di ciechi.

Che cosa ho a che fare io con il prolungato mugolio bestiale
Nell’organo sessuale dell’animale?
Che cosa ho a che fare io con l’umile movimento del verme nel vuoto della carne?
La linea di sangue dei fiori mi ha forzato a vivere.
Conoscete la linea di sangue dei fiori?


IL VENTO CI PORTERÀ VIA


Nella mia fuggente notte, ahimè!
Il vento dà udienza alle foglie degli alberi.
Nella mia fuggente notte incombe l’angoscia della desolazione.

Ascolta,
Odi il respiro delle tenebre?
A questa esultanza io mi sento aliena,
La disperazione mi è propria.
Ascolta,
Odi il respiro delle tenebre?

Ora, nella notte, qualcosa accade.
Infuocata e inquieta è la luna
E su questo tetto, che, ogni istante, rischia di crollare,
Le nuvole, come un corteo funebre,
Sembrano in attesa del momento di piovere.

Un momento
E poi, nulla.
Dietro questa finestra sta palpitando la notte
E la terra
Sta arrestando il suo moto.
Dietro questa finestra uno sconosciuto
È in trepidazione per me e per te.

Oh, mio tutto virente!
Rimetti le tue mani, come un cocente ricordo,
Nelle mie mani innamorate.
Sciogli le tue labbra, come una vibrante sensazione di vita,
Alle lusinghe delle mie labbra innamorate.
Il vento ci porterà via.
Il vento ci porterà via.


L’UCCELLO ERA SOLO UN UCCELLO


Disse l’uccello: “Oh! Che effluvi, che sole,
E’ già primavera.
In cerca della mia compagna andrò.”

Se ne volò l’uccello dalla veranda,
Come un messaggio se ne volò.

L’uccello era giovane.
L’uccello era spensierato.
L’uccello non leggeva giornali.
L’uccello non aveva debiti.
L’uccello non conosceva gli uomini.

In alto per l’aere,
Sopra le luci di posizione,
L’uccello ignaro volava
E attimi azzurri
Intensamente sperimentava.

O, l’uccello era solo un uccello..


LA COPPIA


Notte giunge dopo notte,
Oscurità dopo oscurità,
Occhi,
Mani,
Respiri e ancora respiri,
L’eco dell’acqua
Che cade, goccia a goccia, dal rubinetto.

Due punti rossi
Di due sigarette accese,
Il tic-tac dell’orologio,
Due cuori,
Due solitudini.


VENERDÌ


Venerdì silenti,
Venerdì deserti,
Venerdì mesti, simili a vicoli angusti,
Venerdì di lenti, morbosi pensieri,
Venerdì di lunghi, sornioni sbadigli,
Venerdì senza prospettive,
Venerdì di rese.

Case vuote,
Case tetre,
Case di porte all’irruenza della gioventù sprangate,
Case senza luce, visione del sole,
Case di solitudini, presagi, incertezze,
Case di tende, libri, armadi, quadri.

O quanto quieta e fiera fluì
La mia vita, simile ad un torrente singolare,
Tra questi venerdì silenti e deserti,
Tra queste case vuote e tetre.
O quanto quieta e fiera fluì.


L’UCCELLO È MORTALE


Il mio cuore è vinto.
Il mio cuore è vinto.

Vado sulla veranda e scivolo le mie dita
Sulla pelle tesa della notte.

Le luci di contatto sono spente.
Le luci di contatto sono spente.

Nessuno mi scorterà al cospetto del sole.
Nessuno mi condurrà al banchetto dei passeri.

Rammentati del volo.
L’uccello è mortale.


DONO


Io parlo dagli abissi della notte.
Io parlo dagli abissi dell’oscurità,
Dagli abissi della notte.

O amico, se a casa mia vieni, reca per me la luce
E uno spioncino,
Acché io guardi la calca del vicolo felice, attraverso.


PECCATO


Peccai un peccato pieno di piacere,
In un abbraccio che era caldo e ardente.
Peccai tra braccia
Che erano roventi, assetate di vendetta e come ferro.

In quel luogo solitario, buio e silenzioso,
Guardai i suoi occhi pieni di segreti.
Ansimante, il mio cuore trasalì nel petto
Alla supplica del suo sguardo implorante.

In quel luogo solitario, buio e silenzioso,
Sedetti confusa accanto a lui.
Le sue labbra sulle mie labbra stillarono desiderio.
Dimenticai le pene del mio folle cuore.

Sussurrai al suo orecchio frasi d'amore:
Voglio te, o mio amato,
Voglio te, o abbraccio vivifico,
Te, o folle amato mio.

Desiderio divampò nei suoi occhi;
Vino rosso danzò nella coppa.
Ebbro, il mio corpo contro il suo corpo
Fremette nel soffice letto.

Peccai un peccato pieno di piacere,
Accanto a un corpo tremante e privo di sensi;
O Dio, io non so che feci
In quel luogo solitario, buio e silenzioso.


IL MIO AMATO


Il mio Amato,
Con quel corpo nudo e impudente,
Sulle sue gambi possenti,
Se ne stava eretto come la morte.

Impazienti linee diagonali
Risalivano
Il suo corpo ribelle,
Nel suo solido disegno.
Il mio Amato
Si direbbe discendere da generazioni dimenticate.

Si direbbe che un Tartaro,
Nel fondo dei suoi occhi,
Sia sempre in agguato di un cavaliere.
Si direbbe che un Barbaro,
Nel lampo dei suoi denti,
Sia acceso dal sangue caldo della preda.

Il mio Amato,
Come la natura,
Ha un significato ineluttabile e chiaro.
Con la mia sconfitta
Afferma
La primitiva legge della forza.

È selvaggiamente libero,
Come un sano istinto,
Nel folto di un’isola disabitata.
Rimuove,
Con i brandelli della tenda di Majnun,
Dalle sue scarpe la polvere della strada.

Il mio Amato,
Come un dio in un tempio del Nepal,
Si direbbe sia stato,
Dall’inizio della sua esistenza,
Straniero.
È un uomo dei secoli passati,
Una traccia dell’autenticità della bellezza.

Nel suo spazio,
Come il profumo dell’infanzia,
Sempre ricordi innocenti
Desta.
È come un’allegra canzone popolare
Grossolana e schietta.

Ama sinceramente
Gli atomi della vita,
Gli atomi della terra,
I dolori dell’Umanità
I dolori puri.

Ama sinceramente
Un viottolo di campagna,
Un albero,
Una coppa di gelato,
Una corda da bucato.

Il mio Amato
È un uomo semplice,
Un uomo semplice che,
Nel sinistro paese delle meraviglie,
Come l’ultima traccia di una portentosa fede,
Ho celato
Nel folto dei miei seni.


* Traduzione dal persiano di Daniela Zini




FORUGH FARROKHZAD è stata una poetessa, attrice, produttrice e cineasta iraniana. Nacque a Teheran il 5 gennaio del 1934. Seguì gli studi di disegnatrice di moda e si dedicò alla pittura. Sposata a diciassette anni, si trasferisce col marito, ad Ahvaz, nel sud dell’Iran. Comincia a scrivere molto presto: è nel 1952 pubblicò la sua prima raccolta di poesie Assir (Prigioniera). Dopo la nascita di Kamiàr, il bimbo sempre presente nelle sue poesie, divorzia e torna a Teheran, ma non le sarà concesso di rivedere suo figlio.  Dopo la pubblicazione di Divàr (Muro), inizia una fase più serena della sua vita: viaggia in Germania e in Italia, a Roma scrive le sue poesie più forti e più audaci, come «Canto di belleza», e «Rivolta di Dio». Del 1958 è Ossiàn (Rivolta), che, come i due primi volumi, suscita polemiche ed entusiasmi. Nel 1958 conobbe il regista–scrittore Ebrahim Golestan, noto scrittore e cineasta engagé di cui diventa fedele collaboratrice. Iniziò a occuparsi anche di montaggio, sceneggiatura e regia. E’ del’incontro con Ebrahìm Golestàn inizia una tempestosa relazione che durerà fino alla morte di Forùgh. Studiò inglese e produzione in Inghilterra, ebbe esperienze come attrice e produttrice. Dopo un soggiorno di studi in Inghilterra, la poetessa diventa cineasta e realizza alcuni importanti documentari, con i suoi bellissimi testi poetici: Atèsh (Fuoco), è sull’incendio di un pozzo di petrolio; la lotta disperata dell’uomo contro le forze ribelli della natura si svolge sullo sfondo di villaggi sperduti nel deserto. Il film: Khanèh siàh ast (La casa è nera), sul lebbrosario di Tabriz, che vinse i premi in tutto il mondo, tra gli altri anche il primo premio alla regia al festival di Uberhausen. Con La casa è nera, film girato quando lei aveva solo 27 anni, parla dei lebbrosi che vivono nascosti in un istituto e lontani dal resto del mondo. Nello stesso anno pubblicò la sua opera poetica più importante, Tavallod-e-digàr (Un’altra nascita). Del ’65 è un altro suo film di successo, Il mattone e lo specchio; è la storia di un neonato abbandonato in un taxi, che fornisce all’autrice l’occasione per descrivere la Teheran degli anni ’60 nei suoi aspetti più contrastanti. Nel ’66 partecipa al festival di Pesaro. Incontra Bernardo Bertolucci e altri attori e registi italiani.  Il 14 febbraio 1967 morì prematuramente in un incidente automobilistico a Teheran, mentre si recava a vedere un film italiano. Sarà pubblicata postuma l’ultima, e forse anche la più importante, raccolta poetica, Iman biavarim be aghaz-e fasl-e sard (Crediamo soltanto all’inizio della stagione fredda). 

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