01 novembre 2010

Antonia Pozzi: Poesie Scelte





ABBANDONATI IN BRACCIO AL BUIO

Abbandonati in braccio al buio
monti
m'insegnate l'attesa:

all'alba - chiese
diverranno i miei boschi.
Arderò – cero sui fiori d'autunno
tramortita nel sole.

Senza titolo e non datata

NON SO

Io penso che il tuo modo di sorridere
è più dolce del sole
su questo vaso di fiori
già un poco
appassiti -

penso che forse è buono
che cadano da me
tutti gli alberi -

ch’io sia un piazzale bianco deserto
alla tua voce - che forse
disegna viali
per il nuovo
giardino.

4 ottobre 1933



SOSTE
(A L.B.)

Così,
con la mia testa sul tuo grembo
e le tue mani sopra i miei capelli.
Sotto le palpebre, un fervore chiaro
- tutta la rena di una spiaggia, al sole -

dentro,
il silenzio che dondola a ondate
come acqua un po' scura, senza schiuma,
e l'anima che vibra allo sciacquio
come un mollusco gelatinoso
che abbia dischiuso la conchiglia
alla carezza del mare.

Milano, 11 aprile 1929
BAMBINERIE IN TINTA CHIARA
ad A.M.C

Ieri, in campagna, ero rimasta sola,
in un prato, a snidare le violette.
Il cielo si era chiuso indifferente
in un suo pastranello grigio chiaro,
spolverato da sbuffi freddolini:
ma la terra, in compenso, mi alitava
sulle mani il suo fiato umido e caldo
e a districare piano i ciuffi d’erba
mi sembrava d’insinuar le dita
fra i capelli d’una persona viva.
Pensavo intensamente al mio fratello
e una lenta tristezza m’invadeva,
diffusa come uno stupore bianco.
Mi dicevo che forse nella vita
non potrò dargli mai neppure un fiore:
un fiore ch’io abbia colto in questi prati
dove, bambina, camminavo scalza
per un’ebbra ed inconscia frenesia
di contatti selvaggi con la terra.
Ieri, s’egli mi fosse stato accanto,
non gli avrei regalato delle viole:
odoravano troppo sottilmente
e, a toccarle, sembravano aggricciarsi
già col presentimento d’avvizzire.
Avrei preso due o tre margheritine,
i piú dimessi fiori, i piú sereni,
che si lasciano coglier senza brividi,
che non odoran tanto sono puri.
Con pure mani gliele avrei offerte,
gettata tutta la mia vita inquieta
in uno stordimento blando e chiaro,
che mi riconduceva lievemente
la mia rinata fanciullezza intatta.

Milano, 22 aprile 1929
UN’ALTRA SOSTA
a L. B.

Appoggiami la testa sulla spalla:
ch’io ti carezzi con un gesto lento,
come se la mia mano accompagnasse
una lunga, invisibile gugliata.
Non sul tuo capo solo: su ogni fronte
che dolga di tormento e di stanchezza
scendono queste mie carezze cieche,
come foglie ingiallite d’autunno
in una pozza che riflette il cielo.

Milano, 23 aprile 1929
MASCHERATA DI PESCHI


Stanotte i peschi
si son passati la parola
per mascherarsi capricciosamente
e stamattina son sbucati da ogni muro,
pavoneggiandosi,
come bimbette che in un giorno di festa
si fossero annodate le treccioline striminzite
con dei bei nastri rosa, sfarfallanti.


Sorrento, 2 aprile 1929
ODORE DI FIENO

Chissà da dove esala
quest'odore di fieno:
ha la pesantezza d'un'ala
che giunga da troppo lontano.
Si affloscia, si lascia piombare
su me, con abbandono insano,
come l'alito di una creatura
che non sappia più continuare.
Tutte le lagrime di questo ignoto interrotto cammino
tremolano nella mia anima impura,
come il tintinnio roco di quel grillo, in giardino,
che rode la solitudine oscura.

Milano, 1° giugno 1929
PACE
ad A.M.C.

Ascolta:
come sono vicine le campane!
Vedi: i pioppi, nel viale, si protendono
per abbracciarne il suono. Ogni rintocco
è una carezza fonda, un vellutato
manto di pace, sceso dalla notte
ad avvolger la casa e la mia vita.
Ogni cosa, d'intorno, è grande e ombrosa
come tutti i ricordi dell'infanzia.
Dammi la mano: so quanto ha doluto,
sotto i miei baci, la tua mano. Dammela.
Questa sera non m'ardono le labbra.
Camminiamo così: la strada è lunga.
Leggo per un gran tratto nel futuro
come sul foglio che mi sta dinnanzi:
poi, la visione cade bruscamente
nel buio dell'ignoto, come questa
pagina bianca, che si rompe, netta,
sul panno scuro della scrivania.
Ma vieni: camminiamo: anche l'ignoto
non mi spaventa, se ti son vicina.
Tu mi fai buona e bianca come un bimbo
che dice le preghiere e s'addormenta.

Carnisio, 3 luglio 1929
CANTO SELVAGGIO
Ho gridato di gioia, nel tramonto.
Cercavo i ciclamini fra i rovai:
ero salita ai piedi di una roccia
gonfia e rugosa, rotta di cespugli.
Sul prato crivellato di macigni,
sul capo biondo delle margherite,
sui miei capelli, sul mio collo nudo,
dal cielo alto si sfaldava il vento.
Ho gridato di gioia, nel discendere.
Ho adorato la forza irta e selvaggia
che fa le mie ginocchia avide al balzo;
la forza ignota e vergine, che tende
me come un arco nella corsa certa.
Tutta la via sapeva di ciclami;
i prati illanguidivano nell'ombra,
frementi ancora di carezze d'oro.
Lontano, in un triangolo di verde,
il sole s'attardava. Avrei voluto
scattare, in uno slancio, a quella luce;
e sdraiarmi nel sole, e denudarmi,
perché il morente dio s'abbeverasse
del mio sangue. Poi restare, a notte,
stesa nel prato, con le vene vuote:
le stelle - a lapidare imbestialite
la mia carne disseccata, morta.

Pasturo, 17 luglio 1929
DOLOMITI


Non monti, anime di monti sono
queste pallide guglie, irrigidite
in volontà d'ascesa. E noi strisciamo
sull'ignota fermezza: a palmo a palmo,
con l'arcuata tensione delle dita,
con la piatta aderenza delle membra,
guadagnamo la roccia; con la fame
dei predatori, issiamo sulla pietra
il nostro corpo molle; ebbri d'immenso,
inalberiamo sopra l'irta vetta
la nostra fragilezza ardente. In basso,
la roccia dura piange. Dalle nere,
profonde crepe, cola un freddo pianto
di gocce chiare: e subito sparisce
sotto i massi franati. Ma, lì intorno,
un azzurro fiorire di miosotidi
tradisce l'umidore ed un remoto
lamento s'ode, ch'è come il singhiozzo
rattenuto, incessante, della terra.

Madonna di Campiglio, 13 agosto 1929
L'ERICA

Nel prato troppo verde
si dibatte
la nostra inanità convulsa
e si affanna in diastole e sistole di spasimo
incrociando
stormi di monachelle bianche e nere.

Nel bosco
alla mia animalesca irrequietudine
che mordicchia nocciole
tu offri l'erica livida dei morti
e il mio offuscato amore
lustra
lavato d'acido pianto.

Pasturo 26 agosto 1929
VICENDA D'ACQUE


La mia vita era come una cascata
inarcata nel vuoto;
la mia vita era tutta incoronata
di schiumate e di spruzzi.
Gridava la follia d'inabissarsi
in profondità cieca;
rombava la tortura di donarsi,
in veemente canto,
in offerta ruggente,
al vorace mistero del silenzio.

Ed ora la mia vita è come un lago
scavato nella roccia;
l'urlo della caduta è solo un vago
mormorio, dal profondo.
Oh, lascia ch'io m'allarghi in blandi cerchi
di glauca dolcezza:
lascia ch'io mi riposi dei soverchi
balzi e ch'io taccia, infine:
poi che una culla e un'eco
ho trovate nel vuoto e nel silenzio.

Milano, 28 novembre 1929
SERA D’APRILE

Batte la luna soavemente
di là dai vetri
sul mio vaso di primule:
senza vederla la penso
come una grande primula anch'essa,
stupita,
sola,
nel prato azzurro del cielo.

Milano, 1° aprile 1931
ESEMPI


Anima, sii come il pino:
che tutto l'inverno distende
nella bianca aria vuota
le sue braccia fiorenti
e non cede, non cede,
nemmeno se il vento,
recandogli da tutti i boschi
il suono di tutte le foglie cadute,
gli sussurra parole d'abbandono;
nemmeno se la neve,
gravandolo con tutto il peso
del suo freddo candore,
immolla le fronde e le trae
violentemente
verso il nero suolo.

Anima, sii come il pino:
e poi arriverà la primavera
e tu la sentirai venire da lontano,
col gemito di tutti i rami nudi
che soffriranno, per rinverdire.
Ma nei tuoi rami vivi
la divina primavera avrà la voce
di tutti i più canori uccelli
ed ai tuoi piedi fiorirà di primule
e di giacinti azzurri
la zolla a cui t'aggrappi
nei giorni della pace
come nei giorni del pianto.

Anima, sii come la montagna:
che quando tutta la valle
è un grande lago di viola
e i tocchi delle campane vi affiorano
come bianche ninfee di suono,
lei sola, in alto, si tende
ad un muto colloquio col sole.
La fascia l'ombra
sempre più da presso
e pare, intorno alla nivea fronte,
una capigliatura greve
che la rovesci,
che la trattenga
dal balzare aerea
verso il suo amore.

Ma l'amore del sole
appassionatamente la cinge
d'uno splendore supremo,
appassionatamente bacia
con i suoi raggi le nubi
che salgono da lei.
Salgono libere, lente
svincolate dall'ombra,
sovrane
al di là d'ogni tenebra,
come pensieri dell'anima eterna
verso l'eterna luce.

Pasturo, 10 aprile 1931
NOSTALGIA


C’è una finestra in mezzo alle nubi:
potresti affondare
nei cumuli rosa le braccia
e affacciarti
di là
nell’oro..
Chi non ti lascia?
Perché
Di là c’è tua madre
- lo sai –
tua madre col volto proteso
che aspetta il tuo volto.

Kingston, 25 agosto 1931
PRATI


Forse non è nemmeno vero
quel che a volte ti senti urlare in cuore:
che questa vita è,
dentro il tuo essere,
un nulla
e che ciò che chiamavi la luce
è un abbaglio,
l'abbaglio supremo
dei tuoi occhi malati -
e che ciò che fingevi la meta
è un sogno,
il sogno infame
della tua debolezza.

Forse la vita è davvero
quale la scopri nei giorni giovani:
un soffio eterno che cerca
di cielo in cielo
chissà che altezza.

Ma noi siamo come l'erba dei prati
che sente sopra sé passare il vento
e tutta canta nel vento
e sempre vive nel vento,
eppure non sa così crescere
da fermare quel volo supremo
né balzare su dalla terra
per annegarsi in lui.



Milano, 31 dicembre 1931
PREGHIERA


Signore, tu lo senti
ch'io non ho voce più
per ridire
il tuo canto segreto.
Signore, tu lo vedi
ch'io non ho occhi più
per i tuoi cieli, per le nuvole tue
consolatrici.

Signore, per tutto il mio pianto,
ridammi una stilla di Te
ch'io riviva.

Perchè tu sai, Signore,
che in un tempo lontano
anch'io tenni nel cuore
tutto un lago, un gran lago,
specchio di Te.
Ma tutta l'acqua mi fu bevuta,
o Dio,
ed ora dentro il cuore
ho una caverna vuota,
cieca di Te.

Signore, per tutto il mio pianto,
ridammi una stilla di Te,
ch'io riviva.

20 ottobre 1932

PUDORE


Se qualcuna delle mie povere parole
ti piace
e tu me lo dici
sia pur solo con gli occhi
io mi spalanco
in un riso beato
ma tremo
come una mamma piccola giovane
che perfino arrossisce
se un passante le dice
che il suo bambino e' bello.

1° febbraio 1933
PENSIERO


Avere due lunghe ali
d’ombra
e piegarle su questo tuo male;
essere ombra, pace
serale
intorno al tuo spento
sorriso.

Maggio 1934

PREGHIERA ALLA POESIA


Oh, tu bene mi pesi
l’anima, poesia:
tu sai se io manco e mi perdo,
tu che allora ti neghi
e taci.

Poesia, mi confesso con te
che sei la mia voce profonda:
tu lo sai,
tu lo sai che ho tradito,
ho camminato sul prato d’oro
che fu mio cuore,
ho rotto l’erba,
rovinata la terra –
poesia – quella terra
dove tu mi dicesti il più dolce
di tutti i tuoi canti,
dove un mattino per la prima volta
vidi volar nel sereno l’allodola
e con gli occhi cercai di salire –
Poesia, poesia che rimani
il mio profondo rimorso,
oh aiutami tu a ritrovare
il mio alto paese abbandonato –
Poesia che ti doni soltanto
a chi con occhi di pianto
si cerca –
oh rifammi tu degna di te,
poesia che mi guardi.

Pasturo, 23 agosto 1934
BELLEZZA


Ti do me stessa,
le mie notti insonni,
i lunghi sorsi
di cielo e di stelle- bevuti
sulle montagne,
la brezza dei mari percorsi
vero albe remote.

Ti do me stessa,
il sole vergine dei miei mattini
su favolose rive
tra superstite colonne
e ulive e spighe.

Ti do me stessa,
i meriggi
sul ciglio delle cascate,
i tramonti
ai piedi delle statue, sulle colline,
fra tronchi di cipressi animati
di nidi-

E tu accogli la mia meraviglia
Di creatura,
il mio tremito di stelo
vivo nel cerchio
degli orizzonti,
piegato al vento
limpido- della bellezza;

e tu lascia ch’io guardi questi occhi
che Dio ti ha dati,
così densi di cielo-
profondi come secoli di luce
inabissati al di là
delle vette.

4 dicembre 1934
LIEVE OFFERTA


Vorrei che la mia anima ti fosse
leggera
come le estreme foglie
dei pioppi, che s’accendono di sole
in cima ai tronchi fasciati
di nebbia -

Vorrei condurti con le mie parole
per un deserto viale, segnato
d’esili ombre -
fino a una valle d’erboso silenzio,
al lago -
ove tinnisce per un fiato d’aria
il canneto
e le libellule si trastullano
con l’acqua non profonda -

Vorrei che la mia anima ti fosse
leggera,
che la mia poesia ti fosse un ponte,
sottile e saldo,
bianco -
sulle oscure voragini
della terra.

5 dicembre 1934
DOPO LA TORMENTA


A mezza notte
col vento una folata di stelle
s'abbatteva ai vetri.

Fino all'alba
velieri argentei di brume
in laghi d'ombra
percorrevano i prati.

Poi la luce
lenta riallacciava sulla fronte
del cielo
la corona delle montagne:

che si scopriva nel sole,
candida
di fresca neve - armoniosa
come un arco
di fiori.

18 febbraio 1935

TEMPO I

Mentre tu dormi
le stagioni passano
sulla montagna.

La neve in alto
struggendosi dà vita
al vento:
dietro la casa il prato parla,
la luce
beve orme di pioggia sui sentieri.

Mentre tu dormi
anni di sole passano
fra le cime dei làrici
e le nubi.


II

Io posso cogliere i mughetti
Mentre tu dormi
Perché so dove crescono.
E la mia vera casa
con le su porte e le sue pietre
sia lontana,
né io più la ritrovi,
ma vada errando
per boschi
eternamente –
mentre tu dormi
ed i mughetti crescono
senza tregua.

28 maggio 1935
LA VITA


Alle soglie d'autunno
in un tramonto
muto

scopri l'onda del tempo
e la tua resa
segreta

come di ramo in ramo
leggero
un cadere d'uccelli
cui le ali non reggono più.


18 agosto 1935


A EMILIO COMICI


Mille metri
di vuoto:
ed un pollice di pietra
per una delle tue
suole di corda.

Ti ha inchiodato il tramonto allo strapiombo.

A quest’ora la tua città
coi vetri in fiamme abbacina le barche.
Dove hai lasciato le tue vesti,
i volti
delle ragazze, i remi?

Questa notte al bivacco
nubi bianche
si frangeranno sulla pietra
mute:
così lontano il tonfo dei marosi
sul molo di Trieste.

Né la luna
disgelerà giardini, chiaro riso
di donne intorno ad un fanale,
o tepido
sciogliersi di capelli,

ma te solo
vedrà
alla tua fune
gelida avvolto –
ed il tuo duro cuore
tra le pallide guglie.

16 gennaio 1936
VOCE DI DONNA


Io nacqui sposa di te soldato.
So che a marce e a guerre
lunghe stagioni ti divelgon da me.

Curva sul focolare aduno bragi,
sopra il tuo letto ho disteso un vessillo,
ma se ti penso all'addiaccio
piove sul mio corpo autunnale
come su un bosco tagliato.

Quando balena il cielo di settembre
e pare un'arma gigantesca sui monti,
salvie rosse mi sbocciano sul cuore.
Che tu mi chiami,
che tu mi usi
con la fiducia che dai alle cose,
come acqua che versi sulle mani
o lana che ti avvolgi intorno al petto.

Sono la scarna siepe del tuo orto
che sta muta a fiorire sotto convogli di zingare stelle.

18 settembre 1937
CERTEZZA

Tu sei l'erba e la terra, il senso
quando uno cammina a piedi scalzi
per un campo arato.
Per te annodavo il mio grembiule rosso
e ora piego a questa fontana
muta immersa in un grembo di monti:
so che a un tratto
- il mezzogiorno sciamerà coi gridi
dei suoi fringuelli -
sgorgherà il tuo volto
nello specchio sereno, accanto al mio.

9 gennaio 1938


PER EMILIO COMICI


Si spalancano laghi di stupore
a sera nei tuoi occhi
fra lumi e suoni:

s’aprono lenti fiori di follia
sull’acqua dell’anima, a specchio
della gran cima coronata di nuvole….

Il tuo sangue che sogna le pietre
è nella stanza
un favoloso silenzio.


Misurina, 7 agosto 1938

ANTONIA POZZI (1912-1938) nacque a Milano da Lina Cavagna Sangiuliani e Roberto Pozzi, e morì suicida ventisei anni dopo. Nessuna delle sue opere venne pubblicata prima della sua morte. Nel 1930, Antonia Pozzi si iscrisse all'Università di Milano, dove studiò filologia moderna. Quest'esperienza di studi incrementò la sua passione per la filosofia, la letteratura ed il linguaggio, in particolar modo, stimolante fu la frequentazione, assieme all'amico fraterno Vittorio Sereni e ad altri giovani studenti quali Luciano Anceschi, Gian Luigi Manzi, delle lezioni del professore di Estetica Antonio Banfi. Anni dopo viaggiò molto in tutta Europa, e nell'estate del '38 scrisse alla nonna, comunicandole la sua intenzione di scrivere un romanzo storico sulla Lombardia. Le lettere di questo periodo, lasciano trasparire un forte entusiasmo per il progetto, che si prolungò fino all'autunno di quell'anno. In una lettera datata 23 ottobre, invece, lo stato di Antonia apparve radicalmente cambiato. Le leggi razziali contro gli ebrei, avevano causato la partenza di alcuni dei suoi amici più cari, e la ragazza, allora ventiseienne, fu sinceramente sconvolta dall'evolversi degli eventi. Il 1 dicembre, Antonia decise di spostarsi nella sua casa di Chiaravalle, per sfuggire all'avanzata della guerra, e, da lì, scrisse una lettera ai suoi genitori. Tre giorni dopo, fu trovata morta. Opere di Antonia Pozzi: Parole, Mondadori, Milano, 1939 (I edizione privata, 91 poesie); 1943 (II ed.,157 poesie); 1948 (III ed., 159 poesie); 1964 (IV ed., 176 poesie); Poesie pasturesi, Arte grafica Valsecchi, Lecco s.d. (ma 1954); Eyless in Gaza, (saggio su Huxley), in "Corrente di Vita Giovanile", a. I, n.9, 31 maggio 1938; Flaubert. La formazione letteraria (1830 - 1865), con una premessa di Antonio Banfi, Garzanti, Milano, 1940; La vita sognata ed altre poesie inedite, a cura di Alessandra Cenni e Onorina Dino, Scheiwiller, Milano, 1986; Diari, a cura di Alessandra Cenni e Onorinadino, Scheiwiller, Milano, 1988; L'eta' delle parole e' finita. Lettere (1925 - 1938), a cura di Alessandra Cenni e Onorina Dino, Archinto, Milano 1989; Parole, a cura di Alessandra Cenni e Onorini Dino, Garzanti, Milano, 1989; Pozzi e Sereni. La giovinezza che non trova scampo, a cura di Alessandra Cenni e Onorina Dino, Viennepierre, Milano, 1998; Parole, a cura di Alessandra cenni e Onorina Dino, Garzanti, Milano, 2001.




ARTICOLI

ATTUALITA CULTURALE

TEATRO

 
Copyright © 2009-2016 La Farfalla di Fuoco Editrice | Direttore Giornalistico: Carlo Raffaele Contardi | San Giuliano Milanese, Milano, It. | Contatti: lafarfalladifuoco@gmail.com