06 marzo 2010

Nadia Agustoni

 
Poesie Edite e Inedite

 


Da Poesia di corpi e di parole (2003)



QUELLE DEGLI ANNI '70


Vi ho sentite raccontare, tanto uguali e diverse
Le vostre vite, i vostri amori, le partenze da sole
E gli uomini e le donne amati amate.
Dicevate di amare dicendo chi amo chi non amo più
Però, lasciando tra parentesi o in sospeso il futuro,
Quel tirar fuori la vita nuda come gli spazi
E nessuna legge.
Dio ci aveva già abbandonato
E le vecchie Dee con i loro corpi
Ci spaventavano
Sembravano madri.
Era ancora presto.
Bisognava soffrire con forza e ridere e credere
Non in un quinto o sesto ma in un decimo senso.
Bisognava trovare i gusci, la cenere, i resti del dolore,
Le parole che nessuno trovava, le parole lente
Le linee da cui il tempo ci calciava via.
Troppo difficile a pensarci
Ma allora non pareva.
Ero una bambina
Voi eravate invincibili.

Da Dettato sulla geometria degli spazi (2006)


CHI ODE

Chi ode
il pianto dell’ostrica
prima della perla?
Chi sa che l’esotico
è il destino del barbaro
comunque sia?
Chi compie - tra noi -
l’atto fonetico di morirne?
Chi risale dal petto
ed è muto
e snocciola l’aria
con i denti?
Chi recede da sé
e non rinuncia
a capire ogni altro?
Chi nel vocio straripa
ed è ogni altro?


SENZ’ALTRO OGNI ALTRO

Senz’altro ogni altro
è uno a noi solo.
Troppo umano ciò che ci conosce
stringiamo la certezza
plachiamo goccia a goccia
ogni molecola
finché con lo spazio concordiamo
e, citata, la memoria è macchia.


LA GIOVANE HOLDEN

Il giovane Holden
non era la giovane Holden
e questa non se la prendeva a cuore
per via di una i o di una a o di un pronome.

La parte finale di una storia,
è quasi all’inizio
quindi non pensateci più,
lasciate la giovane Holden
e il giovane Holden
a smarcarsi da soli
da questo po’ di morte.

I NOMI SI AGGIRANO

I nomi si aggirano
come gli scarti
di una vita.
Ogni minuto è nudo,
ogni porta un’uscita
e noi separiamo gli occhi
da ciò che vediamo.

AFFILO GLI OCCHI FINO ALL’ARIA


Affilo gli occhi fino all’aria
e tutta nuova ho l’infanzia,
l’avere sicuro del segugio
che fiuta la pista.

Solo la gioia ci avverte
che questa è la sola vita che abbiamo
e i nostri gusci
sono germe di voce o il meno di noi.


A questa vertigine
che chiamo fedeltà
si fa serena la giovinezza,
la nostra età di pigro vento

di peso,
d’infinito tic tac.
Tutto è chiaro
e noi udiamo il futuro.


DOLO


Mi duole lo spreco
ma la vita
è più il dolo
di un non vivere
che un vivere troppo.

SO A SAZIETA’


So a sazietà le cicatrici,
il fare appello
ad ogni fibra,
l’inghiottire a vuoto
e il rimanere fino a che l’amore
ha bisogno di noi.
Nulla mi separa da questo.


SPIEGAZIONI DOVUTE


Non ne va della vita, non sempre e comunque.
Sì, gli alfabeti sono alfabeti
ma maturo propositi contrastanti.
Pensate pure che il secolo è pervertito
ma spiegateci le epoche niente affatto romantiche
che i dilettanti amano rabberciare
per loro uso e consumo.
Spiegateci a chi dovrebbero dire grazie
le lesbiche e i gay, i neri, le donne, e i disgraziati
mai graziati? Diteci, per favore, a chi
l’occhio per occhio e il dente per dente
andrebbe reso e da chi dobbiamo attendere
una risposta?



Da Taccuino Nero (2009)

FABBRICA

ci si stanca a vivere
Ci si stanca a vivere e a fare il dovere nostro
ma tra fili, campetti e marcite
l’arbusto sbuca nel cortile, colma di luce
è la luce, una speranza spinosa eguale all’ortica
ci lascia immaginare il futuro e ci segue la sirena
industriale come degli Ulisse con i tappi di plastica
nelle orecchie e calzari di ferro e passi roboanti.


PREGHIERA

Stasera la grandine ci ha sorpreso
ha fermato il tempo delle macchine e la calura,
il buio cavalca le finestre, i corridoi, le tettoie in lamiera
e un ramo staccato all’alberello
sta in mezzo al naufragio delle cose
e la fionda dell’aria


FA QUASI SILENZIO...

I panni stesi in un cortile oltre il muro
son finiti come bandierine un po’ ovunque
e li raccogliamo sventolandoli come dei Robinson
riparando un cavo, spostando una cassa
urlandoci uno sputo di grazia
e di grazie.
LAMPADINA

All’interno, al centro del cervello, un ragnetto fila
un ditale di materia, un io catramoso che annota
mosche, moscerini, insettucoli minuscoli e forse
mischia gli acari con la zampetta...

A piovere nella fantasia, se ci piove dentro,
è l’idea di noi senza futuro, perché il tempo
è andato altrove e qui non corre l’ora, le lancette
infilzano secondi ovali come uova e gusci screziati...

Mentre sul pavimento-scacchiera gioco finte
e finzioni, nitrisce un Pegaso e prendo la luna
in contropiede salendo in cielo con una scala
a pioli, cambiando una lampadina...

PAESAGGIO LOMBARDO E VOCI ASINI

Un passero sull’erba e superbo
un andirivieni di foglie gremisce il vento
sfoltiti gli addii la cruna dell’ago
lascia vedere l’eden.

La genealogia degli asini
ha ragli altissimi
ma aspra la lingua s’incrina
brilla in nero il drago delle lamiere
sulla pelata dei tetti.

CENT’ANNI

La domenica senza figura
un baltico sui prati di nevischio e luce
mentre il sole ha piccole tempeste
e sempre la sirena strinando il freddo
alza il vuoto sopra le case
e si affretta la polvere
con i suoi cent’anni.




Da I Libri di Lettura (inedito)


NEL CUORE L’ABBAIARE DEI CANI SE ERO UN CANE

se ero un cane non sapevo niente del mondo
di cosa piace al mondo e cos’è cacciare da uomo
l’olfatto che sente la cenere e la direzione del vento
e i denti che sembrano mitraglie un rumore
che spaventa i conigli quando escono sui prati
cercando un sentiero l’acqua o un po’ di fortuna.

se ero un cane veniva la vita a prendermi
l’urto di una macchina l’osso lanciato in aria
la corsa nella sera fino alle case e sentire
il cuore nelle zampe nel cuore l’abbaiare dei cani
con cui ero nato e andare dietro alle stelle al cielo
alla nuvola che fa piovere e la tregua in questo spazio
è un buco nella terra è il grido di chi nasce.


RISPOSTA

le tue lettere arrivano ogni mese, apro le buste
con dita a uncino, ti rispondo a b c d o con inchiostro
che cancella le necessità, il dovere di dirti che non c’è nulla
in cui credere e mi servo della risposta come di un fossile
trovato nella terra.

le tue risposte alle mie risposte sono scheletri bianchissimi
c’è polvere di preistoria nel foglio, ancora ne rimane traccia
sulle mani, quando qualcuno le vede dico “è gesso, giocavo
con lavagne e frasi da scrivere, giocavo a essere un cuore
con sillabe, giocavo a chi arriva ultimo è scemo”.

le nostre lettere formano un plico come una torre
sono tante lingue che inseguono una cosa da dire
“che dobbiamo dirci”, ci imparano mentre le molliamo al vento
mentre a bracciate raccogliamo i fiori e l’onda di papaveri e spighe
scende a sera e ti parlo con voce dentro il fiato.


CONFINI

la profondità della pianura dove siamo soli
e il sottomondo dall’altra parte dei pensieri
ci cade come le foschie e lo stropiccio

dei giornali. quassù siamo acrobati, parliamo
con il vento, studiamo cartine stradali e figurine
negli album, fischiamo dietro alla pazzia degli altri,

gli diamo nomi che scimmiottano la vita nei film
e ai semafori contraccambiamo i saluti agli ex polacchi,
nel secchio d’acqua sporca la fine e l’inizio del parlare,

quei tarli di febbre che è già memoria e nel presente
d’ogni selvaggina il trascorrere dei giorni svanendo,
sui confini d’una periferia stanziare, le case sponda,

e il magro mangiatore di fuoco o il fachiro con i chiodi
ci stanno intorno come agnelli e ogni figura
si rovescia, ragioniamo un minuto e l’abitudine

muove da scacchista, il clacson fa il tempo
e lo usiamo nel darci le fughe, nello scarto di lato
o più in basso dove i gatti giocano col topo.


IN CIMA AI ROVI

c’è l’odore dei muri vecchi ammuffiti
e una croce storta lasciata lì a futuro monito
di chi camminando inciampi e trovi il suo golgota
in questa semicampagna dove la città finisce un po’
ma vedi i fumi delle fabbriche venirti dietro
e non hai che stracci di pensieri, la voglia sghemba
d’una rosa che spunti in cima ai rovi
e non si ripeta con altre rose, una e basta.

SE È LUCE SOLO LA LUCE

se è luce solo la luce plebeo il buio mi puniva
e il dovere sembrava vita scuotevo le mani facevo come l’aria
“lo stesso vento”, morivo uguale
a te parlavo nuova, come fosse il caso a dire non c’è vivere
“non è capace, nessuno di noi, neanche a far ombra
a un altro” e cadendo ci rialziamo somigliando a chi
scese al bisogno, alla pena o era fedele al mondo,
“è piccolo il mondo e tu non sai che si nasce grandi,
ci rimpiccioliamo di paura quando il cane abbaia, ci stana
come gli uccelli e una freccia di cartone indica la via del cielo,
come siamo o la tua casa”.

UN’ALTRA VITA NON VIENE

corti i pensieri e nella pupilla una macchia più scura,
scoppiano d’aria i soffioni, una rana si gonfia, goffa,
gli occhi smisurati a vederci e l’erta s’apre di verde,
scende una brezza, va al contrario la vita, le cose che speriamo
si fermano, spacchiamo melograni, la buona fortuna in chicchi rossi
imbratta la lingua e nel palato una fiacca ingrippa le parole
cadono fuori lo stesso di sputi e sembrano acerbe:
non c’è nascere un’altra vita non viene avremo colpe se colpe sono
e imperfetto il tempo, secco il male che tiene le parole.


MIRACOLO D’INSETTO

fredda la pazienza con magra esattezza
sdegna il trapasso e liturgico il caso completa un giro
e un altro comincia, imprecando faccio mia la paura,
sono l’insetto che sul vetro batte e chiede miracolo alla luce
e vede capovolto il mondo.


È QUESTO CHE C’È

è questo che c’è “i giorni come sono, non sapere il tempo,
il peso dei forse, una stanchezza che non congeda”…
e solo questo è rimprovero “i gesti sulle crepe, averti nelle mani
lo stesso che bolle d’ortica”, ma il tuo nome scansa le parvenze,
il cinismo del dire e non dire e penso che a noi basti una certa misura
e essere tra i vivi con questa certezza.

A MENTE

a mente mi rubo i pensieri che ho in mente
a mente so di mentire a me smentendo che la vita
sia nelle frasi o si esageri e grancassa inscenando
ci volti schiena e destino e nell’occhio la pagliuzza
faccia trave e ci scenda come a compiere volo
come ai sensi complicando come a scommessa rallegrando
e sia fuoco fuocherello fuochino quando i muscoli
han ballo di san vito e grezzo il cuore pompa
non più sangue ma grumetti rossi
e un bozzolo di seta è la bocca delizia il rutto.

SOFFIANDO SULLA PIETRA

di terra l’asciutto distacco ripeti e stanze vuote
e finestre d’aria in mente si aprono, forse per sempre
non saprai altro e soffiando sulla pietra non sul fuoco,
c’è un vuoto, una buca grande e nell’oscurità dei rami
le foglie mutano il necessario perché io veda e accechi l’errore.


LEGGO KAVAFIS

leggo kavafis e pare spino l’anelito
la pazienza avanza parole, si macera
il ritardo dell’ora sugli scuri nella vita
e i pensieri assommano il fare domestico, un solco
di paure i si e no e in due si canta la scommessa del due:
il giovane più bello e l’occhio che fruga leggero un fazzoletto
la vena azzurra nel polso, il polsino bianco, che immagino…
gioca una finta l’uno e l’altro finge anche lui ma perdona
la frase scesa al sereno dei gesti, il pomeriggio che i cortili
hanno oracoli e si tradisce su e giù la palpebra
si fa poco la voce e il desiderio è un estraneo
può divinare il silenzio, una lingua assurda, un nome
che non importa ma importava “ passano le cose,
chi ha creduto in una città leggeva le tombe, tutta a mente
alessandria si biforca, lo stesso dei vicoli l’andare,
la memoria in alfabeto di greci”.


CHIEDO ASILO

chiedo asilo alle ombre all’ombra che m’incolla
la figura alla vita che mi fa assente nel rassomigliarmi
che con dovizia mi crepa il muscolo cuore e mi dà sorte
come a chi non è dei suoi a chi stanca la parola non pronunciandola
e non ha il controcanto di un coro non è l’eroe che tarda
ma infine si fa vivo battendo al portone colpi d’aria
che fermano le voci nel bum nel sesto senso della veglia.

chiedo come non si chiede niente che esista se non a margine
in appunto o per disaffezione alla noia
e a quell’impiccio di fughe in avanti che si hanno a volte
quando duro lo specchio rimorchia il verticale dell’occhio
e delira il volto e ci bandisce.


HO AVUTO L’ETÀ

ho avuto l’età che ogni giorno è nuovo
che t’importa e non t’importa del dolore cha sai che non altro
c’è da sapere che un chiarore all’alba dove il pensiero
non comincia e ci stana una lentezza di pace ma non gravida
né grave è l’attesa e il travaso dal tu al mondo avviene come il caso.

SE FOSSI

se fossi un capitano di mare o un emilio salgari contento
di mille e una parola mille e un racconto di arrembaggi
di confusi pericoli e di terre che han furore di esistere
e aprono il sogno lo scuotono e tornano alla pagina
non remissive ma puntando l’indice riga a riga tuonando
d’una memoria che è di nessuno…

se fossi un piccolo pesce nel mare che guarda in su alle navi
ai grandi mutamenti del cielo al mareggiare di nuvole
o all’alga che a riva si ferma e viene colta dal piede
s’immischia col granchio con la sabbia con l’alibi del sole
e non ha da chiedere alcun perché…

se fossi del sasso particella o della pianta che sono a sé tutto
ma anche niente e volentieri si prestano al meno
all’opacità della vita a quella simil morte di accudimenti
di ricordo appena nato e smarrito o forse tanto cosmico
da perdersi e chiamarci ferendoci…

se fossi di passo felice e occhio a destra e a sinistra
o soltanto specchiante a qualcuno che possa riderne
e mai ne venisse l’incerto il male striminzito della lingua
che si impresta e di gridi si fa viva ma poi è nulla più
che te com’eri…

se fossi materia corpo unghia che strina le superfici
e non la più mortale invidia d’ogni pericolo
quel segnarsi spaurito che vuole pregnanza
intravede senza ovvietà ma non ha mira
che l’altruismo e poi si sbaglia orbato a nuovo
di nuovo fatto spoglio di un io principiante…
IL GRILLO RE DEI GRILLI

salta nella voce un grillo parlante…
con grazia di insetto fa bla bla toglie spine
dalla lingua nel palato scava gallerie
in cui balla la vocale la consonante il discorso
del reo che non si ascolta .

il re dei grilli è la sua ombra …
mostra la carta vincente perché bianca
e un vero alfabeto di ventuno lettere con la a
scritta maiuscolo com’era a scuola e più in là la b
eccetera…

pinocchio è assolto…
l’alfabeto è gremito di grida
il burattino, lucignolo, il gatto e la volpe
o lo stesso mangiafuoco
contano sulle dita il resto del tempo.


BOLLETTINO DEL CLIMA

sul national geographic leggo il bollettino del clima
i ghiacciai che si sciolgono e la temperatura che sale
fino a noi dai deserti e andando di bolina, stretto il vento
a venti dall’orbita impazzita che scavano l’acqua, la terra
frana in calcarea ascesi e sembra non avere tesori
ma tenere il buio in cumulo di foglie nere
a fare fondo, torba...

non è metafora la strada gelata né la linea dei boschi
centrata in una solitudine di spazi in un resto
di case che costeggiano quel dimenticarsi del tempo
tra blairgowrie kirmacheal enochdhu dove
ancora giovane cammino, il passo teso nel freddo,
la giacca in cui affondo vedendo lo scoglio dei vuoti
il tumefarsi a sera del cielo...

c’è una sordità in quell’ora avanti la notte che incute
coraggio e misuro dalle finestre il nord tra gli alberi
le basse montagnole in cui brume e miraggi hanno taciuto
e mi perde il pensiero d’essere in bilico tra le cose
di avere come mosche che girano in testa, un solfeggio
stremato, un catrame in cui il passato
crolla a km...

a nugoli le pecore cifrano i campi di bianco, non c’è gesto
di braccia che possa muoverle, ma è l’impiccarsi d’aria
che soffiando acquosa scuote l’erba e i nidi di fantasmi fantastici
sgomitolano fin dentro le siepi, si riempie l’orecchio
del crac dei rami e in linea cobalto il meridiano
è dentro un vulcano d’ombra e nello steccarsi di richiami
gutturale un suono giunge lontano e vicino
tende le corde vocali...

la radio annuncia l’intensificarsi di una depressione
e l’inglese smorza quel terrore di perdita
quel no di lingua che interra la stagione e fa la specie
quando sragiona di sé e oltrepassa le uniche vicende
che abbiamo a cuore e ci stana somiglianti a conigli
che corrono, file di grandine e rumore
che decide la mappa immaginaria
delle fughe...

il clima freddo non perdona, gli uccelli
sono neri di rabbia e prendono a beccare la brina
o lo immagino e nel fumo che scorcia le highlands

i paesi diradano e c’è nei campi
un’assunzione aspra, un’attesa,
dietro lische di case a occidente, nel frullo
d’ali sull’erba che avanza per frammentazione...

l’aria è la scena muta di questa terra, grondaie
e una parete di gelo, il brillare di una greca nel suo disegno
stelle informali cui nulla può l’assillo del tempo
perchè ignorano la loro strage e come un millepiedi
ho poligamia di passi dove arrivo, scarpe
che ingrossano e il fiato in nodi ventosi
che fa un fischio...

la via lattea l’orsa maggiore e la minore
sono segmenti ordinati da quassù, il cielo,
le galassie e qualche universo più in là l’iddio furente,
ci sorvegliano, pensano che mai avremo
l’approdo del mare e i ghiacci nella loro deriva
agganciando le coste mieteranno vita
luoghi verbo...




NADIA AGUSTONI nata a Bergamo l’8 marzo 1964 ha pubblicato i seguenti libri di poesia: Grammatica tempo (1994), Miss Blues e altre poesie (1995), Icara o dell’aria ( 1998), Poesia di corpi e di parole (2002), Quaderno di San Francisco (2004) e Dettato sulla geometria degli spazi (2006), Il libro degli Haiku bianchi (2007), Taccuino Nero (2009). Collabora a varie riviste (Leggendaria, Leggere Donna, A, L’area di Broca e altre ) e a blog letterari (Nazione Indiana, Lpels, LiberInversi, Donne in Viaggio). Sue poesie sono apparse nella rivista Poesia e in altre pubblicazioni. Ha scritto saggi su di Etty Hillesum, Elizabeth Bishop, Kazimiers Brandys, Patrizia Cavalli, Gianna Mancini, Monique Wittig e altri. Ha vissuto a lungo in Toscana e attualmente vive e lavora a Bergamo. Studia il Sufismo.

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