02 novembre 2010

Vittorio Bodini



25 poesie




TANTI ANNI


Noi abitiamo in una rosa rossa.
Passavanbo treni in corsa alla periferia
- un gomito sonoro -
e tutto il resto era un fermento di cieli.
Un meriggio d'inverno, col sole su un muro bianco,
riconoscemmo la nostra amata calligrafia.
Chi avrebbe mai pensato
che voi scriviate come un'ombra d'alberi,
come i pettini freddi
con i denti coperti di capelli!

(S'era in pena per voi.)
Così passammo la notte.


AUTUNNO, PESCATORE D'ARAGOSTE



Autunno, pescatore d'aragoste, ex pirata,
la cui stanchezza dà epidermidi umane
alle maniglie dei tram,
guarda con occhi d'anice la pianura industriale
fra i bulloni schiodati e i ceri del primo amore.
Sforbicia l'ultima rondine
manoscritti di nuvole che narrano
il primo viaggio intorno al mondo, lo scoppio
delle castagne, i cinque uomini d'equipaggio
che scesi a terra vollero restare
coi selvaggi. Fummo offesi
da quella preferenza; ci può esser di meglio
di questa nostra civiltà?
Andate più avanti: troverete
forse un altro eremita più vecchio di me.
Tagliategli con forbici e forbicine
le lunghissime ciglia.
Lui potrà dirvi come tamponare
lo sgocciolio suicida di questo paesaggio.
Autunno con la punta del coltello
spargeva con ogni cura un sale umido
sulla cicoria cruda.
E il lungofiume, l'odore della nafta bruciata,
le vergini del Sud che annaffiano ogni sera
d'ignoti amanti teste decollate
che fioriscono in vasi di basilico.


TUTTO UN PAESE SORGE CONTRO UN UOMO



Tutto un paese sorge contro un uomo
condannato al coraggio:
le torri aragonesi a rombo sulla scogliera
e le case alte un palmo
(e doverti pregare di sorridere!),
come il cucito su cui cade a picco
il profilo severo delle cucitrici
in una poca luce d'oleandri.
Mi sarebbe costato meno uccidere,
in quest'inefficace lume di luna
schiacciata ai poli e preda di vapori
d'un rissoso occidente,
che dover dire: «un uomo come me »,
e sentire lo spazio per tutti e quattro i costati
torcersi come rame bianco, e le stoppie bruciare
in fumo senza vampe.
Le cose si feriscono anche senza di noi.
Che cos'ha questo viso? Io non avrei dovuto
uscire così illeso dai miei naufragi e segnare
nuovi fatti insensati sul bilancio del vivere,
eppure il tempo non si vendica, serba una traccia
dell'antica fierezza che morì
nelle disabitate tombe sparse
fra questi scogli che corrode il mare
e lo zolfo di sommersi vulcani.
È lì che vaga la notte la tua anima
di uomo come me, di me che credo
in quegli avi sepolti per tanti secoli
con un profilo come il mio
con cui guidavano
il corso delle navi e dei cavalli
e amavano pazienti donne dagli occhi d'uva.
Come si dibatte l'omuncolo nell'intrico del sangue
di quell'offesa somiglianza - e intanto perde terreno!
Vedilo dunque saltare, saltare infinitamente
fra queste tombe greche
accecate di terra, in riva al mare,

sparire nelle grotte, ricomparire
col viso tumefatto dal dolciastro egoismo
d'essere ancora vivo senza pietà.

 
L'ALLODOLA E LA LUNA



L'allodola e la luna sole nel cielo:
lei sorta appena e il passero spaurito
dal pino nero e i silenziosi spari
dei finti cacciatori in mezzo al grano nascente.
Nessuno l'attendeva. Nessuno attende.
Volava di traverso con tutto il cielo in gola.
Sotto di lei crollavano i papaveri,
un'ombra cancellava coi grossi pollici
il dolce vino e il viola del tramonto.

In una stanza in fondo, la memoria,
lasciata ai suoi più torbidi solitari,
di te non s'informava, fine d'un grande giorno:
giorno da meditare
davanti a una finestra, col silenzio alle spalle.

 
COME UN POLPO SBATTUTO



Come un polpo sbattuto ancor vivo contro lo scoglio
si arricciavano i miei pensieri
a Bari fra le barche verdi e gli inviti
favolosi dei venditori
di quella iridescente pena; ma io
non avevo che una moneta
d'impazienza e di notte,
una moneta nera dei paesi
dell'interno, che soffoca le case
fra orizzonti di corda su cui oscilla
la tarantola &endash; un'altra pena -; e tu un'altra,
quando dicesti: la pietà è più forte
dell'amore. Più rapida è volata
che il mio odio la mano sulla tua guancia.
Sto davanti alla tua caverna

Sto davanti alla tua caverna.
Esci fuori e arrenditi.
Noi abbiamo la sintassi e la radio,
i giornali e il telegrafo
e tu non vivi che del mio sonno,
non hai che la roccia a cui ti tieni abbrancato,
e per farmi dispetto
non mi rispondi nemmeno.


STO DAVANTI ALLA TUA CAVERNA


Sto davanti alla tua caverna.
Esci fuori e arrenditi.
Noi abbiamo la sintassi e la radio,
i giornali e il telegrafo,
e tu non vivi che del mio sonno,
non hai che la roccia a cui ti tieni abbrancato,
e per farmi dispetto
non mi rispondi nemmeno.


DALLA PORTA DEL CARBONAIO

Dalla porta del carbonaio
l'acqua s'annera e così prosegue
rinforzata dai canali che scendono
dalle terrazze fino a Porta San Biagio,
e fuma un'aria
grigia,
stappata dalle bottiglie di capo d'anno.

Ma non ci son porte
per uscire da te, tempo. E che fanno
gli altri?
Gli uomini del mio tempo
nelle botteghe dei barbieri
sfogliano con le guance insaponate
i calendari nuovi
che promettono donne
facili e pronte già nel sole
dei campi di Francia,
dove basta cercare fra la paglia
per trovarne.
E vedo la cesta ove il capo mozzo dell'anno cade,
e la pioggia che lava
la carbonella davanti alla porta
del carbonaio, per cui l'acqua s'annera
e rinforzata dai canali che scendono
così prosegue.



STUDIO PER LA SANFELICE IN CARCERE



Al tempo dei Borboni
le donne erano matassine di seta,
non parliamo dei cuori di cicoria,
o dei densi gioielli dei colombi
che andavano e venivano
come schiaffi nell'aria intorno alle chiese.

Ma alle grate di ferro che danno
sui cortili umidi
i fanciulli annusavano verde e silenzio.
Che punto di partenza pei loro sogni!
Grattavano il verde cogli occhi,
il silenzio con le mani.

Limoni d'oro a volte erano stelle
a quei cieli reclusi da una porta
tarlata, oltre la quale
passava il venditore d'aghi e gridava,
gridava il venditore di semi di zucca,
la tromba del lattaio,
quella del venditore di petrolio
con il ciuco ammaestrato.
E questo era il tempo: vite umane
scandivano la misura d'altre vite,
ma pei fanciulli dagli occhi
persi nel prigioniero verde, che di rado
stormiva,

ognuno di quei gridi, ogni suono
erano distaccati dalla trama del giorno,
unici, irragionevoli.

Non per lei, no: non per la Sanfelice
in carcere;
lei di tutto faceva, d'ogni voce
d'ogni pensiero un filo
quieto ed attento al suo dolce ricamo.
Troverà nel silenzio una custodia
quel suo umano sognare?
La troverà nella calce bianca e azzurra,
e il legno della porta sarà più legno:
tutto sarà più se stesso
se lei continua quieta a ricamare.


LECCE


Biancamente dorato
è il cielo dove.
sui cornicioni corrono
angeli dalle dolci mammelle,
guerrieri saraceni e asini dotti
con le ricche gorgiere.

Un frenetico gioco
dell'anima che ha paura
del tempo,
moltiplica figure,
si difende
da un cielo troppo chiaro.

Un'aria d'oro
mite e senza fretta
s'intrattiene in quel regno
d'ingranaggi inservibili fra cui
il seme della noia
schiude i suoi fiori arcignamente arguti
e come per scommessa
un carnevale di pietra
simula in mille guise l'infinito.



MADRID

Lo stagno senza viole
dove morì Pilar,
Pilar dalle ascelle implumi
che esigeva l'amore come un credito,
non lo voglio vedere.

Andiamo a Fuencarral.
Andiamo a Plaza Santa Ana.

Gamberi e Manzanilla,
olive verdi e alici.

S'accendano tutte le luci
e gli occhi delle madrilene.


CANZONE PER UNA SEDICENNE


Una bara di cioccolato e argento
navigava nel clandestino meriggio
delle tue gambe sedicenni così fragili
mentre celati nei fossi nelle verdi macerie
il rospo, la scarpa vecchia, il barattolo vuoto
aspettano le Pleiadi per gracidare.
Con l'oro debole dei datteri acerbi
la vergine che sa di avere i giorni contati
sfidava il volo dei falchi che planano senza preda
sulle cave di pietra o l'umido muso
degli aranci nell'orto,
ma le sue gambe rimanevano in una
infanzia di altalene e di draghi.

Non era un'arpa, era solo
un'altalena senza suono
con tutto il vuoto di te.

Quanti velieri possono uscire da un sorriso!
Quanti sogni da un paio d'occhi
che a un tratto chinati sui tuoi ne scacciano il cielo
non come il bimbo che si tira il berretto
di lana rossa sugli occhi
ma come l'annegato immobile sul fondo
che si vede passare sulla faccia
le aragoste solenni e senza peso.

Scopri i letti degli uomini, le bianche lenzuola
credile neve improvvisa
venuta giù da immaginari monti.
Ma nessuno, nessuno custodirà il tuo lungo passo credulo
di trampoliere con le ansiose conchiglie
del tuo cuore o il sospiro della canna
che si spezza nel vento. E i fili d'erba secca
che s'impigliarono sul dorso d'un pullover azzurro o ciclamino
diventeranno bianche sagome d'un tirassegno
che delicatamente si portano la mano al cuore ferito
per valutare il tiro.

Non era un'arpa, era una dolce caviglia
che vede per la prima volta il cielo.


TUTTO CIÒ CHE TI DONO

Tutto ciò che ti dono
non t'interessa.
Guardi le grandi siepi
gialle,
e il ponticello senz'acqua
o la grottesca ira del pungitopo,
e pensi a un cielo più alto,
non quello su cui corrono
pattinando i miei occhi,
o le gare fra case ed erba, e i gialli
e rossi dei suoi fiori.
Un contadino catafratto spruzza
d'azzurro le sue viti:
se ne tinge il vento
capelli e dita per gioco.
E non è bello? E dunque? Noi viviamo
assieme da tanti anni,
e non posso sapere
cos'è che ti rattrista,
che respingi ogni cosa:
se è l'orgoglio e i belletti del piacere
o se il dispetto di non essere eterno.


VOLI BASSO SULLA PIANURA


Voli basso sulla pianura
amore il cielo
poco ti solleva
come sei verde e nera
la bocca rossa
di rosolaccio.
Vola così e così
t'incurvi bianca
fra le vigne fugaci
e a me torni più viola
mia di colore e tutto
agave mia
che ha imparato a cantare
dal gorgoglio dei pali del telegrafo
un canto nero che va giù e s'interra.
Cresce l'erba
e la capra legata al fico.


XANTI-YACA

Solo quando tu entrasti
la barca fu piena,
e il barcaiolo coi buchi nella maglietta
fece sparire la nazionale
che gli diedi perché remasse di spalla.
Così il mare quel giorno
poté maturare ricordi per dopo.

Al tempo dell'altra guerra contadini e contrabbandieri
si mettevano foglie di Xanti-Yaca
sotto le ascelle
per cadere ammalati.
Le febbri artificiali, la malaria presunta
Di cui tremavano e battevano i denti,
erano il loro giudizio
sui governi e la storia.

Così semplice,
che noi non lo avremmo fatto.

Uno l'ho visto io
camminare col capo in giù
sul soffitto,
altri bevevano a un pozzo
di scorpioni e di serpi,
non senza gridi,
nel viola acido e sporco
d'una cappella,
mentre fuori era il chiaro giorno
steso coi piedi avanti
come il Cristo del Mantegna.

Così mi disorienti
se ti guardo vivere:
io vedo tutte le insidie
e tu sei in grande pesce senza testa,
disordinato e prode,
che smuove più acqua del necessario,
ed è quando mi dici disperata
"Vorrei già avere trent'anni".


COL TRAMONTO SU UNA SPALLA

Col tramonto su una spalla
e fasce gialle e blu,
alto, come un gelato
di corvi in mano,
chino la testa e passo
sotto l'arco di Carlo V.
E al passaggio si spegne
il lumino dell'anime sante
che tengono la destra
a cinque punte sul petto,
fra le fiamme del Purgatorio.

Questa è la mia città,
le mura le avete viste:
sono grige, grige.
Di lassù cantavano
gli angeli dei Seicento,
tenendo lontana la peste
che infuriava sul Reame.
Ora c'è fichi d'India, un aquilone,
un ragazzo che tende
il suo elastico rosso
contro qualche lucertola
troppo spaurita e minima
per presentarsi a quel sogno
d'inaudite avventure
di cui s'inorgoglisca il cuore umano.


CONOSCO APPENA LE MANI


Conoasco appena le mani,
le scarpe che metto ai piedi.
Conosco il giorno e la notte
e i terrori del vento.
Ma gli anni? Dove son gli anni,
e tutti i libri che ho letto?
I volti amati si sfrondano
delle loro vicende,
non restano che i nomi.
Tutto nella memoria
cade a pezzi, sprofonda
senza rumore
nelle botole dei morti.
Ah, dove sono le acute presenze
del passato, le sue calde forme,
la cera su cui incidevano
i miei sentimenti?
Dove si nasconde il senso
delle cose che ho vissuto,
e i brividi lucenti
e i cieli dell'avventura?

 

NELLE SPIRE DEL BOOM


Presi nelle spire del boom ne gustiamo anche noi
gli alti palazzi e le piante nane
piume serpenti chiomati sotterfugi intimi.
L'astrattismo ci punse un dito come una rosa neoclassica.
Tacevano i cani di calce e la civetta veloce
e tutto ciò che un tempo avevamo dentro capovolto come in un negativo.
Solo una luce lontana e senza voce
accucciata davanti al mio mare in tempesta
come la vedova d'un marinaio
era il banco di prova dei tuoi velieri
di solitudine e d'ira,
solo una sera ignara che si versa
nella buca delle lettere.



DACCAPO?


Alle radici dei gesti
dove amare significa
imbeccare risposte a un passero giallo
chi ti cercò con l'anima
non ti trovò che con gli occhi.
La laguna interiore
insabbiata in accuse
proposizioni vertigini soavi sassi
aveva sogni circondati di vuoto
manifesti gialli
sui quali si leggeva comodamente
che tutto avrebbe potuto
ricominciare daccapo.
Gli occhi d'oro del sole
sequestravano nell'aria
un colore di ponti levatoi.
Persuadeva i tuoi seni di mercurio
l'incerta ubiquità
del pube a filo dell'acqua.


NIGHT II

Se bere un whisky è versarlo
sull'arso terriccio della propria tomba
dove l'oscenità canticchia assassinata
dall'ombra d'un cane o dalla furia della ragione
trofei d'occhi inespugnati
come fregi di antiche stamperie
si scioglieranno nell'alcol tra i sadici archivi
di una notte tradita da strambi propositi.
Una finestra morrà.
Morrà sul Bosforo un ferro di cavallo.



COME UN AGO CHE ENTRASSE NEL NOSTRO CORPO

Come un ago che entrasse nel nostro corpo
senza parole
munito sulla punta
di un occhio con cui guardare e trasmettere
come un ago penetra nella buia stanza
una sonda di nichel dal soffitto
o dal pavimento?)
serpe d'argento il cui veleno è soltanto il suo sguardo
che sentiamo su noi senza vedere
come un respiro un po' tardo
Immobili non sappiamo se la notte là fuori
neghi ai mandorli mance d'oro o
azzurrini monti
se il cielo erediti una stella
ruota il serpe e trasmette
quanto abbiamo di mobili
quanto di tristezza negli armadi
(persino) gli spiccioli del coraggio
o il sudore dell'angoscia e nel cassetto
le prove dei crimini inconfessati


IL FAZZOLETTO INSANGUINATO

a Sante Monachesi

Il fazzoletto insanguinato
appeso al fu di ferro
diverrà pipistrello.
La prostituta alla fermata del tram
si sfila con la punta d'una scarpa
il piede grassoccio dall'altra
e quel sollievo la farà partecipe
della moralità del mondo,
mentre luci come antiche siringhe
si portano alla bocca i ponti
e l'amico vi dice che De Pisis
non era una sardina sott'olio.


IN TRENO
(Biglietto a N. e a V.)



Quanto manca d'azzurro a questo cielo
starò forse vivendolo con voi
mentre diagonalmente il finestrino
riga la pioggia, formandovi labili
topografie in cui il primo pensiero
è quello di trovare un luogo per collocarvi
coi vostri mille volti.
Dell'angoscia la servizievole tela
così si sperde mentre percorre vie
labirintiche e vengo in cerca di voi
in cangianti città di gocce d'acqua.


OSTAGGIO


O se il nulla non fosse solo il nulla
ma nuvolaglia polvere poltiglia
nella luna
senza colore
senza nulla

Potervi dire: volti libri città
ore del giorno musiche stagioni
o contorni del mondo e passi per percorrerlo
mi resta in voi qualcosa: il caro ostaggio
d'una piccola figlia

Se veramente il nulla non fosse il nulla
ma nuvolaglia polvere poltiglia
senza colore
senza nulla

                  

IL SONETTO DEL CAVALIERE
a Rafael Alberti



Come il cavaliere

che ha per tutta corazza un filo d'erba

si comprime sul cuore lame e luci taglienti
Cade della verità un velo

e si possono scorgere ora distintamente
nitidi varchi intermittenti segnali
che s'era omesso di cogliere e di seguire
e tutto è disperatamente chiaro e convergente

nella gloria posticcia del tramonto
come l'incurvatura di una fionda
ma ahimè non senza

l'inappagante vicinanza del troppo tardi
che può far brillare per un istante
fin i più poveri cenci del reale


LA PASSEGGIATA DEL POETA


Il poeta passeggia fra i seni altrui
fra lune altrui
ed intanto si interroga sulla propria
statura d’uomo.
Girano delicatamente
piccoli e grandi emisferi
ma non sanno svelargli
quale delitto lo apparenti
al rosso dell’occaso o all’aurora del bosco.





VITTORIO BODINI è stato un poeta e traduttore italiano, uno dei maggiori interpreti e traduttori italiani della letteratura spagnola (Federico García Lorca, Miguel de Cervantes, Rafael Alberti, Francisco de Quevedo). Bodini è nato da genitori salentini il 6 gennaio del 1914 a Bari, ma ancora in fasce viene portato a Lecce. A diciotto anni fonda un gruppo futurista. Nel 1937 si iscrive alla Facoltà di Filosofia di Firenze, dove si laurea nel 1940. Qui diventa amico tra gli altri di Mario Luzi, Alessandro Parronchi e Piero Bigongiari. Tornato a Lecce, con Oreste Macrì, cura la terza pagina di "Vedetta Mediterranea", poi collabora a "Letteratura", pubblicando le prime poesie, aderisce al movimento "Giustizia e Libertà" e si inserisce in "Libera Voce". Nel 1946 si trasferisce in Spagna come lettore d’italiano e poi antiquario. Nel 1950 rientra a Lecce e dopo due anni ha la cattedra di Letteratura Spagnola presso l’Università di Bari. Nel 1954 fonda "Esperienza Poetica" che vive due anni. Continua ad avere rapporti stabili con il Salento, anche se negli ultimi dieci anni si è trasferito a Roma, dove muore il 19 dicembre 1970. Le poesie di Bodini sono state organizzate, da Oreste Macrì, secondo un criterio temporale e così appaiono nell'opera omnia da lui curata: a) Poesie edite in vita - La luna dei Borboni e altre poesie (Foglie di tabacco, Altri versi, La luna dei Borboni, Dopo la luna, Via De Angelis, Serie stazzemese, Appendice) - Metamor;  b) Raccolte inedite in vita (Inediti 1954-1961, Zeta 1962-69, La civiltà industriale o poesie ovali 1966-1970, Collage 1969-70); c) Appunti di poesie, residue e sparse (Firenze 1939-40, Lecce 1949-44, Dallo "Zibaldone leccese", Roma 1944-46, Spagna-Roma-Spagna 1946-1949, Lecce-Bari 1949-1960, Roma-Versilia 1969-70); d) Appendice (Poesie futuriste 1932-33).


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