14 novembre 2015

Carlo Betocchi

Poesie Scelte


L’ULTIMO CARRO


Prima che l’alba sfarfalli,
dentro un suono di sonagliere
l’ultimo carro a cavalli
passa, al grido del carrettiere.
Terribilmente giocondo
è questo suon di sonagliere
squillante nel buio mondo
al grido aiuh! del carrettiere.
Sveglia chi deve svegliare,
il can del giardino di rose,
il gallo che sa cantare,
le lavandaie, belle spose.
Entrando nella farina
sveglia il pane, fin dentro il forno,
squillasse in campi di brina,
di pane riempirebbe il mondo.
Passando a una casa gialla
che l’uomo dice inabitata
turba un’occulta farfalla
dentro un solaio addormentata.
Va il suo cavallo mancino
con una zampa chiotta chiotta:
sovra il lastrico, argentino
il cavallo manritto schiocca.
L’ultimo carro a cavalli
passa al grido del carrettiere,
con strepitosi sonagli,
avanti l’alba, in strade nere.


LA PANCA CONTADINA

Odi il canto del gallo, odi le prime
campane, cosi come tu sei, ora,
da stanca suppellettile, mio cuore,
come quando è mattina
nella vecchia cucina,
la panca contadina, e tutti dormono;
che pur se tra le fibre ti si legga
ancora picchiettato d'albe e canti
di galli, ben poco hai appreso, cuore,
dalla vita già verde;
e ormai nient'altro costi,
ridotto a intagli e tacche come sei,
che quel che vale ciò che sempre serve.
Perciò, già che sei vecchio, e tutti passano
su di te levigandoti,
chi per suo agio chi per baloccarsi,
bada a non metter schegge che feriscano
le giovinette carni ai più bambini,
via via che più tarmato e secco sèi
e più 'prossimo a farti poca cenere
al primo odor di bruciaticcio...

ROVINE 1945

Non è vero che hanno distrutto
le case, non è vero:
solo è vero in quel muro diruto
l’avanzarsi del cielo

a piene mani, a pieno petto,
dove ignoti sognarono,
o vivendo sognare credettero,
quelli che son spariti…

Ora spetta all’ombra spezzata
il gioco d’altri tempi,
sopra i muri, nell’alba assolata,
imitarne gli incerti…

e nel vuoto alla rondine che passa.


CIÒ CHE OCCORRE È UN UOMO


Ciò che occorre è un uomo
non occorre la saggezza,
ciò che occorre è un uomo
in spirito e verità;
non un paese, non le cose
ciò che occorre è un uomo
un passo sicuro e tanto salda
la mano che porge, che tutti
possano afferrarla, e camminare
liberi e salvarsi.


PIAZZA DEI FANCIULLI LA SERA

lo arrivai in una piazza
colma di una cosa sovrana,
una bellissima fontana
e intorno un'allegria pazza.

Stava tra verdi aiole;
per viali di ghiaie fini
giocondavan bei bambini
e donne sedute al sole.

Verde il labbro di pietra
e il ridente labbro dell'acqua
fermo sulla riviera stracca,
in puro cielo s'invetra.

Tutto il resto è una bruna
ombra, sotto le logge invase
dal cielo rosso, l'alte case
sui tetti attendon la luna.

Ivi sembrava l'uomo
come una cosa troppo oscura,
di cui i bambini hanno paura,
belli gli chiedon perdono.


UN DOLCE POMERIGGIO D'INVERNO


Un dolce pomeriggio d'inverno, dolce
perché la luna non era piu che una cosa
immutabile, non alba né tramonto,
i miei pensieri svanirono come molte
farfalle, nei giardini pieni di rose
che vivono di là, fuori del mondo

Come povere farfalle, come quelle .
semplici di primavera che sugli orti
volano innumerevoli gialle e bianche,
ecco se ne andavan via leggiere e belle,
ecco inseguivano i miei occhi assorti,
sempre piu in alto volavano mai stanche.

Tutte le forme diventavan farfalle
intanto, non c'era piu una cosa ferma
intorno a me, una tremolante luce
d'un altro mondo invadeva quella valle
dove io fuggivo, e con la sua voce eterna
cantava l'angelo che a Te mi conduce.


EMILIA, SE I TUOI GESTI INDOVINASSI


Emilia, se i tuoi gesti indovinassi
di quando ti fai bella in quello specchio .
che può vederti, beato, nel vecchio .
angolo della stanza, e i pochi passi

che fai per rimirarti tutta sola,
io mi contenterei. Dicendo: come
ella fa adesso forse anche in mio nome
segretamente, qualche volta, vola

a riguardarsi per vedere se è bella
e tocca i suoi capelli e la sua testa
piega sul seno e timida cancella

un che di men pudico: e non le resta
nessun orgoglio, e come pura ancella
di ciò che piace a me si fa una festa.



NON HO PIÙ CHE LO STENTO D'UNA VITA

Non ho più che lo stento d'una vita
che sta passando, e perduto il suo fiore
mette spine e non foglie, e a malapena
respira. Eppure, senza acredine.
C'è quell'amore nascosto, in me,
quanto più miserevole pudico,
quel sentore di terra, che resiste,
come nei campi spogli: una ricchezza
creata, non mia, inestinguibile.
Nemmeno più coltivabile, forse, ma vera
esistenza; così come pare sperduta
nel cosmo, con la sua gravità, le sue leggi,
il suo magnetismo morente, che lo Spirito
non dimentica, anzi numera.
Non guardatemi, che son vecchio,
ma nel mio mutismo pietroso ascoltate
come gorgheggia, com'è fiero l'amore.


DELL'OMBRA

Un giorno di primavera
vidi l'ombra di un'albatrella
addormentata sulla brughiera
come una timida agnella.

Era lontano il suo cuore
e stava sospeso nel cielo;
nel mezzo del raggiante sole
bruno, dentro un bruno velo.

Ella si godeva il vento;
solitaria si rimuoveva
per far quell'albero contento
di fiammelle, qua e là, ardeva.

Non aveva fretta o pena;
altro che di sentir mattino,
poi il suo meriggio, poi la sera
con il suo fioco camino.

Fra tante ombre che vanno
continuamente, all'ombra eterna,
e copron la terra d'inganno
adoravo quest'ombra ferma.

Cosí, talvolta, tra noi
scende questa mite apparenza,
che giace, e sembra che si annoi
nell'erba e nella pazienza.


PASTORALE

Al vento alla pruina
l'acqua rovina al bosco,
la bestia s'inacerba,
e s'arrovella al fosco
giorno, e s'indura, l'erba:

col cuor dove già inalba
come scialba lanterna
l'inverno, il pecoraro
col flauto amaro sverna
mandrie dal passo avaro.

Ed ora andranno i prati
di belati e di rosei
musi fiutanti incolmi,
e neri gli olmi ai crocei
albori, e bianchi i sommi

crinali: e dove inconca
la neve dolca al vento,
diran d'avere udita
della smarrita al tempo
d'estate ancor, la squilla.


IL DORMENTE


Io mi destai con un profondo
ricordo del mio sonno.
Dalla mia veglia guardavo
il mio corpo dormiente,
era giorno, era un chiaro
giorno silente.

Quando le sere d'estate
esalan profumate
tenebre sul fiume, un uomo
giace sopra la riva
addormentato dal suono
dell'onda viva.

Passano sopra il suo viso
l'ombre del paradiso
lunare, tra i flessuosi
salici e il lieve vento;
celano gridi amorosi
l'erbe d'argento.

Vento e prati fluttuando
muoiono con un blando
fiotto e là, presso il suo corpo,
come a un'isola viva
da un mare languido e smorto
il flutto arriva.

Presso il suo corpo si rompe
quell'ineffabil fonte;
e il suo respiro leggero
di creatura che dorme
scioglie nell'etereo cielo
azzurre forme.


LE RONDINI


Le rondini, bei cerchi della vita,
intatti e non vissuti,
senza che il tempo azzurro li soverchi,
son tempi in cui non vige una misura
sommersi dentro un suono di campane
che li innalza e li abbassa,
che forano e trapassano,
per ritornare fertili di vita
e privi di ricordi, a l'onda antica.


ORA AD ALTRE SPERANZE

Ora ad altre speranze ecco si leva
non veduta la luna
e il cieco sguardo mio di cruna in cruna
delle finestre mena

come a spente farfalle,
ed alle assurde mura
trasumanate come aperta valle
da un riflesso di luna.

E le attese e gli eventi
nell'alzato mio volto errano un poco
sostando e dubitando eguali al fioco
sospirare dei venti,

e in me è tutt'uno
l'animo e questo moto, incerto e bruno.


DELLA SOLITUDINE

Io non ho bisogno
che di te, solitudine;
alta, solenne, immortale,
dove piú nulla è sogno.

In questo deserto
attendo l'implacabile
venuta d'un'acqua viva
perché mi faccia a me certo.

Se trionfa il sole
o la luna impassibile
il loro lume fluisce
come vuole nel mio cuore.

E godo la terra
bruna, e l'indistruttibile
certezza delle sue cose
già nel mio cuore si serra:

e intendo che vita
è questa, e profondissima
luce irraggio sotto i cieli
colmi di pietà infinita.


COME TUTTI


Anch'io salii le scale del mio non sapere,
anch'io come te, come l'altro, come molti
non avevo parola che dicesse il possibile
(entro il credibile, entro quel che è da credere,
e non è mio, è di tutti); eppure mi son fatto
così, uno che parla a stormi di versi
affamati di verità, come passeri nel gelo
d'inverno, come tutti i beati poveri, tutti
i santi beati che hanno lasciato se stessi
per trovar l'Altro, il vero, il solo sapiente.


QUASI UBRIACO


Quasi ubriaco l'amore, declinando
le vampe dei sensi, in me resiste
ed è esigente; e le sue torbide brame
d'una in altra visione volgendo
di tormento in tormento, mi rende
stremato da questa vita di fantasmi,
simile all'acqua oleosa dei porti,
che risciacqua di chiglia in chiglia
un lamento di mare morto,
di vecchi barchi ancorati alla banchina.


A SE STESSO


Il sonno, quel sonno che fu, che torna
a insidiarti e ti nega la luce,
recede dove non sei, avanza dove
non sarai, la tua negazione
la tua presenza che si attorcono
su per la pianta dell'esistere,
quel silenzio del sonno, quella
parola che non osava di dirsi
e in te giaceva, giacerà, sarà
il tuo naturale, vita come morte,
morte come vita, abbracciata all'eterno.

 
A QUEST'ETÀ



A quest'età la vita che rallenta
si riveste di una grossa corteccia
entro la quale l'anima è non meno
tenera, ma soltanto più solitaria.

Ivi la vita sente e ripensa se stessa
con i medesimi palpiti; ma la dolce
fruizione dei sensi per lei va perdendosi
come in un torbido specchio le immagini.




CARLO BETOCCHI, nato a Torino il 23 gennaio 1899, Carlo Betocchi è stato uno dei maggiori poeti italiani del Novecento. Purtroppo succede facilmente che ci si dimentichi in fretta lo splendido lavoro dei poeti italiani, e così è accaduto per Betocchi, il quale ha ricevuto pochi riconoscimenti in vita ed ora il suo nome rischia davvero di finire nel cosiddetto dimenticatoio. Si trasferisce a Firenze da bambino quando il padre, impiegato delle Ferrovie dello Stato, viene destinato al capoluogo toscano. Rimane orfano del padre nel 1911 e, dopo essersi diplomato perito agrimensore, frequenta la scuola ufficiali di Parma: viene inviato al fronte nel 1917 e tra il 1918 e il 1920 è volontario in Libia. Successivamente si trova in Francia e in diverse località dell'Italia centro-settentrionale, per rientrare stabilmente a Firenze dal 1928 al 1938. Questo periodo corrisponde alla sua intensa partecipazione, assieme con Piero Bargellini, allo sviluppo della rivista di ispirazione cattolica "Il Frontespizio": quest'ultima, sulla quale curò a partire dal 1934 la rubrica "La più bella poesia", sarà il luogo dei suoi primi versi e nelle sue edizioni uscirà anche la sua prima raccolta poetica (Realtà vince il sogno in "Il Frontespizio", Firenze, 1932). Nel 1953 Carlo Betocchi è di nuovo a Firenze impegnato nell'insegnamento di materie letterarie presso il Conservatorio Luigi Cherubini. Dal 1961 al 1977 è redattore della rivista "L'Approdo Letterario". L'itinerario della poesia e del pensiero di Carlo Betocchi va da una felice fiducia nella Provvidenza ai forti dubbi e ai dolenti ripensamenti nella vecchiaia dopo una terribile esperienza di dolore. Lo stesso Betocchi affermava "La mia poesia nasce dall'allegria; anche quando parlo di dolore la mia poesia nasce dall'allegria. È allegria del conoscere, l'allegria dell'essere e dell'essere e del saper accettare e del poter accettare". Dal 1932 sono numerose le raccolte poetiche di Carlo Betocchi con tanti passaggi, mai inutili, da Realtà vince il sogno fino all Estate di San Martino del 1961 e Un passo, un altro passo del 1967 e a Prime e ultimissime del 1974, Poesie del sabato (1980). Dopo la seconda guerra mondiale Betocchi ha pubblicato Notizie di prosa e poesia (1947), Un ponte sulla pianura (1953), Poesie (1955). In lui l'ansia di illuminazione religiosa si incontra con una tenace volontà di concretezza e di accettazione della realtà, per cui la trascendenza traspare dentro e oltre le misure visibili dei passaggi, degli interni casalinghi, degli oggetti. Nelle ultime raccolte si accentuò una più amara e dubbiosa visione del mondo. Poeta cristiano e popolare, poeta degli affetti e della solidarietà con le creature, scabro essenziale poeta delle cose degli oggetti, dei paesaggi per balzare direttamente sul piano emozionale della voce e del canto, con il massimo, sempre, di controllo: la situazione di vita che Betocchi canta è di povertà (non di miseria). Povertà come si può dire della cucina toscana che è cucina di "cibi poveri": necessità essenziale, dunque, come essenziali sono le manifestazioni della natura e delle esigenze vitali. Mai il superfluo, mai l'addobbo, mai l'arredamento entrerà a turbare la linea asciutta del suo canto.  Carlo Betocchi muore a Bordighera, in provincia di Imperia, il 25 maggio 1986. Nel 1999 è uscito Dal definitivo istante. Poesie scelte e inediti (Biblioteca Universale Rizzoli) con poesie scelte e molte poesie inedite, curato da Giorgio Tabanelli, con interventi di Carlo Bo e Mario Luzi.


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