Amparo Sard: L'artista spagnola a Salerno
Il sogno di Amparo di Erminia Pellecchia Amparo Sard, quasi una nuova Frida Kahlo, dipinge i suoi incubi con lo stesso...
Il mondo chiuso fuori. Un giardino dove nascondersi, clausura forzata contro la paura. Seduta tra gli alberi c’è una giovane donna congelata in una posa da album di famiglia, il vestito della festa indossato per la prima comunione. Il rimando è a Frida Kahlo in abito da sposa, la messa in scena spettrale di una cerimonia del dolore. Ai piedi della ragazza c’è una striscia, una soglia verso l’altrove. Deve scegliere, può rimanere dov’è o come Alice spingersi a oltrepassarla. Secondo quadro: ha fatto il primo passo, è dentro, ma c’è ancora uno scoglio da superare, una nuova stanza da conquistare. La fanciulla poggia le mani sulla parete trasparente, quasi spaventata si specchia nella figura che si materializza, è lei ma nello stesso tempo è altro da lei, la sua coscienza, l’identità di cui riappropriarsi per non naufragare nel “non luogo della mancanza”, per trovare un senso all’esistenza. Terzo quadro, l’ultima camera è abitata da mosche minacciose icona della società che turba, disturba, infastidisce col suo ronzio molesto. Il dado è tratto, sta a lei – noi, perché in fondo quella figura solitaria e inquieta ci rappresenta – trovare il modo di convivere, di non lasciarci corrompere, di trovare il silenzio oltre il rumore.
Amparo Sard con il suo allegorico trittico Self Portrait ci conduce con «leggerezza pensata», per citare Lea Mattarella, tra i curatori della bella recente mostra al Macro di Roma, nel suo universo mutante alla ricerca dell’armonia. Limits – limiti fisici e immaginari, la frontiera verso cui tendiamo – si intitolava la personale dell’artista spagnola, promossa nella Capitale e poi a Berlino dalla gallerista Paola Verrengia che l’ha lanciata, giovanissima, nel panorama internazionale dell’arte contemporanea. Oggi, insieme, ci regalano questo ed altri frammenti di quell’esposizione cult, arricchita da lavori recenti, frutto di una ricerca artistico-esistenziale, auto-analitica e chirurgica, sempre in evoluzione.
«Non è il momento di togliere veli o alzare sipari, ma di accettare lo schermo, alla realtà non si può sfuggire, bisogna accettarla. Come Frida, ho sempre dipinto la realtà non i miei sogni. La realtà è questa, avverte la “tessitrice di idee” invitando lo spettatore a farsi protagonista, a dire «io sono questo». La realtà è quella che ognuno vede». La contemporanea Aracne – «dalle dita agilissime nell’aggiornare e sfilacciare la lana», racconta Ovidio per affermare che «tutto può trasformarsi in nuove forme» – continua il suo viaggio esplorativo sul doppio e la trasfigurazione, abbandonando il monocromatismo assoluto con l’ingresso del materico nero del caucciù e del silicone. Lo fa nei due disegni a contrasto «Under the Ground», uno lunare; il rovescio chiaroscurale. Lei, Dafne, si ritrae protetta e/o imprigionata in una sorta di zolla, condivide con montagne e alberi un unico luogo ri-tagliato nello spazio illusorio dell’opera. L’immagine liminare è «Mountain» dove domina il nero che dà fisicità alle ombre. «Talvolta – spiega Amparo Sard – diamo, nella nostra mente, più importanza alle ombre che alla nostra realtà. Stiamo vivendo la vita come un viaggio in treno senza fermate, senza stagioni, dove tutto scorre con un ritmo già prefissato. Dove la cosa importante è prendere una decisione rapida e correggerla, se è sbagliata, altrettanto rapidamente».