05 novembre 2010

Maria Benedetta Cerro


Poesie Scelte


Da: Licenza di Viaggio (1984)



RELATIVITÀ DI UN INCONTRO

Io vivo qui. Tu non cercarmi altrove.
Nel luogo dove i sogni sono arbitrio
di pensiero, nello spazio in attesa
di un tuo gesto, fra i molti andirivieni
al banco della gabella. Sappimi
nella scienza inesatta dei tributi
nella perduta unità che diseque
fa l'opera e la vita. O non cercarmi
e mancherà il tuo segno all'uscio schiuso.
E se il tempo che resta è questo insulto
a una protesa immagine di festa
potremo ancora imporci una misura
cercarci in qualche minima certezza
e sia giusto lo spazio, giusto il vuoto.

DISSIPAZIONE

Esiguo e inutile il discorso ancora s'aggroviglia.
Dimmi chi ti vieta (i tuoi occhi devoti all'ignavia
turbano il cuore di sconcerto)
chi ti confina nelle oscure regioni dei sogni
e ti fa rassegnata all'abbraccio senile del tempo.
Inguaribile un tarlo ci rese dolorosa di vuoti la memoria.
Ed ora l'inedia, questa incuria dell'anima
nel moto incerto dissolve la sua quiete.
Una incauta falena immola in urti di luce
l'estremo suo volo ed a lei mi somiglio
per dissipazione di vita sul filo spinato degli anni.
Per una tua voce s'attarda puerile d'inganni
la mente a carpire i richiami. Sei forse la luce
di nuovo chiarore afforzata che bruci i miei voli.
Ed io sono (da quando nei tuoi occhi sortilegi
l'abbaglio mi cela gli abissi) aggrappata alle pietre.
Più forti e deformi radici anelano al verde.
Se dunque mi chiedi per forza d'amore
quale voce mi vince, non tacciarmi di nemico
se l'altra barricata è la mia tregua.


*
"...Quanto a noi vivere
non ci riguarda..."
(F. Kafka)

Un dissenso di rami in bianche vie
insonni di vento: per questo perduto
itinerario, con altro disaccordo,
il gesto annichilito e l'occhio spento
follia è cercarti, vita, o sperperarti
in qualche anniversario.
Dubita che mai sia stato giorno
il lume australe di una lunga notte
da quando l'allarme dei tuoi occhi
apre sesami oscuri nella mente.
E non sarà che mi tocchi
senza che un canto inconsapevole
scoppi smodato dentro il cuore
la tua mano d'incenso.
Eri il punto più acuto dei pensieri
l'ultima metamorfosi segnata
nel corso informe della mia parabola
ma una stanca novella d'illusioni
ripete inviti di morte vestiti
del riso dei tuoi ori.



IL SEME DELL'ASSENZA

Se in me il seme dell'assenza
è dente che duole e ogni altro male ignora,
l'ora servile che forse lo governa
riflette il senso della resa.
- Ma certo è così che vi si giunge -
penso dei vecchi puniti nel durare.
L'immagine conserta si scompone
al concetto di sé riannoda stenti nel laccio
che più s'allunga e più fa dura l'accidia.
L'ora distesa neglige nell'afa la sera
e fa soverchia l'attesa, se questo, che pure è nulla
stanca e trasmuta ogni altra voglia in pena.
In me che ancora vivo e non altro presumo
che occasioni di tempo indefinite
nell'essenza d'intenti degli sguardi
la celata nequizia dell'età o quale limite compiange.
Pensa che al mio tempo non disdice il fasto di lumi
che poco dista dal lampo di quiete che ci unisce.
Non sa che disimparo con assoluta inerzia l'allegria.
Deplora la saggezza di chi arde i giorni
per insane promesse futurali (o forse) spera
ch'io non provi l'attimo che usurpa le difese.



LICENZA DI VIAGGIO


Aspettami nella solitudine imperfetta
nella giusta letizia
che t'assolve da servili desideri
e che il tuo spirito non smetta
di concepire ipotesi sperare licenza.
Possa il tuo ieri
essere il cammino che mi porta
e se dovrò molti errori commettere
altre iniquità subire e una sorta
di pena forse dovrà abbattere
la tua misericordia, non dolerti di me
non affrancarmi dal pieno della vita.
Nulla mi sia risparmiato, ma premere
non mi debba sul cuore il perché
di un'inquietudine e sia forza per te infinita.




Da: Lettera a una Pietra (1992)



SULLA LEUCIANA, DI RITORNO DA PONTECORVO

Ti lascio nel fieno infinito della valle
tra i fiumi che l'asfalto esala della pioggia
recente, in questo giorno ch'è festivo
e negli sciami d'azzurra gioventù
fissa lo sgarbo sottile degli amanti.
Ti lascio i nidi pigolanti, la stagione
che muta e non pare afflitta
da ciò che muore e nuova vita appronta.
Me ne vado, col mio fardello smisurato,
che decresce e stupisce nel farsi leggero,
mentre lieve diventi, per essere in me
in un luogo che non è memoria
ma viva essenza e penitenza viva.
Mi conduci e ti porto in chiusa danza.
Ed è la vita un improvviso andare
di farfalle verso metamorfosi infinite.
Noi leggere per obliquo vento
col solo peso ignaro di parole.


LUCCIOLE

Turba l'aria appena un'essenza odorosa
o la vita stupisce di certe insolite dolcezze
perché la notte è intenta a sospendere
nel buio piccole luci di passaggio
e tutta se ne allieta la via
in uno scialle avvolta di segreti.
Potesse così frivolo il pensiero
farsi d'un tratto. E invece m'impietra
a questo muro, mi fa sostanza inerte
esclusa dalla viva meraviglia.
Non se ne duole la parte di me
che la forza ha piegato alla rinuncia
non il pensiero assuefatto alla logica
umana di una fine. Quella lucciola
inquieta, non so come entrata nel fondo
da cui guardo la vita, stranamente
palpita e duole. Non vuole intendere
che non è spiacevole morire.
È come riposare da un gioco che stanca.


LA TANGENTE



Forse anche l'aria rendi prigioniera
se invadi ogni distanza mentre scorro
ombre allungarsi e non è  più la sera
il vero cedimento, la stanza dove corro

in segreto a chiamarti. Intorno era
la rima fedele del tuo passo
immaginario canto e primavera
ad oltranza. Latifondo di sasso

ora lo spazio dove tutta la schiera
umana più non pare vivente.
Un altro codice per me s'avvera:
sono intorno al tuo cerchio la tangente

che sfiora in eterno l'estrema verità
racchiusa dentro il tuo silenzio. Sono
il doganiere addetto ai tuoi confini che sa
tenersi a distanza dal perdono

scolpire divieti all'anima che guarda
mentre intorno muta la ronda
delle tue stagioni. Ritarda
l'ultimo richiamo, nell'attesa affonda.


"QUESTA TRASPARENZA SETTEMBRINA"

Questa trasparenza settembrina
dell'estiva agonia estremo avviso,
quasi letargo, cui cede la fibra umana
dal morso solare estenuata.
Se dovesse adescarmi nel sonno
del terreno smarrimento, riscattami
nella sostanza informe della morte.
Compiuto respiro sia il desiderio
dell'eterno, non già un'alternarsi
di stagioni l'ordine che apprendo
e non imparo a rendere perfetto.
Ma tutto è immune all'eterna perfezione
che già contemplo in un ignoto altrove.
E guardo come s'affanna la vita
a illuminarsi di rovine,
com'è intenta a sfuggire itinerari
che ilari verità mostrano acerbe.
E mentre tutto crolla senza testimoni
di salvezza, mentre perdo in nome del mondo
tutto il miele umano, non è più vuoto
l'intimo travaglio, né mi riguarda
alcuna persuasione di letizia.
È già lo sguardo infinita rapina
dell'intero insondabile universo.
Vasto oblio l'abisso fondo del dolore.



"FU IN UN GIORNO..."

Fu in un giorno privo di stupori azzurri
nel declino convinto dell'ottobre.
periva nel distacco fogliare ogni opposta
vena di colore ed era ogni forma
sfinita dalla maturità che fu la messe.
Fu così che appresi la morte sillabica
del mondo. In un attimo la triste perfezione
del cammino vitale non fu che impegno
rateale a cedersi alla terra.
E questo nuovo tempo di bizzarro tremore
che probabilmente invade l'insetto al fondo
della vita, da segrete larve consolata,
per nuova frequenza ci distoglie.
Altre meraviglie non tollera la vita
che s'è fatta schiva e rifiuta
l'augurio del germe custodito
dalla pura certezza del saluto.
Questo l'umore che ti dono, contagio
inquieto che tutti ci risolve
nell'unica prigione, precipizio del corpo.
Ma guardo l'ape dalle bisacce d'oro
e l'industria intera dei fermenti.
Riamo la fuga del pensiero.
Senza vincoli è in me la vana libertà.


"INVECCHIERÒ DI COLPO..."



Invecchierò di colpo in una notte
senza angoscia, come in un sogno
o specchio che moltiplica distanze.
Il passo un balzo verso l'infinito
e l'ora, già tutta nell'assenza,
dovrà in un attimo fondere il passato
nel gran tempo che contano gli umani.
Vedrò la parabola mia che declina
contro ciò che non muta.
E mi farò leggera per assimilare
all'aria il corpo che ancora
conterrà il pensiero.
Essenza impercettibile di fiori
sonno che si desta dentro il sole
e volo interminabile.
Di colpo invecchierò
per essere nel tutto che non muta.


"CLOCHE, MA DOUCEUR,
JE TÈ REMERCI BIEN DE TON AMOUR"
(pensando a Dino Campana)


Ed ecco l'ira farsi febbrile
sfinimento. Ecco vi chiamo
e mi passate attraverso
come nell'Ade
i vivi fendono i morti.
Un'ombra sciolta dai passi
e dalle voci, vivo il grido
commutato in verso.
Dunque dovrò farmi mercante
della mia parola?
I miei versi imprecisi
fioriti di puerili timidezze
e castità di sposa disertata
moriranno felici, in silenzio
in tutto il frastuono che li ignora.
Invenduti e lieti
della povertà che li difende.


RITUALE



È l'ora in cui sciamano per via
aspre fanciulle dalle gonne a invito.
Le stringe di fuoco una cintura
per il rito d'amore che ripete
un dispetto d'abbracci e le incorona.
Nel compararmi ad esse mi divora
una svelata pena. È tardi.
Partiti per bianche assiderate vie
eravamo in un canto intatte rose.
E s'avvera il sogno di un'alba
già notturna in poca sera.
Tutti li perdo, stretti al mio fianco,
i compagni scagliati in altre vite.
Così mi strugge ogni ragazza al vento
e non i freschi pensieri, né i begli occhi
mi farebbero ladra, ma essere vorrei
quella che ignora l'assenza d'altre
primavere né sa gli inganni
rimasti senza segno e senza nome
nudi dentro un limbo di parole.


AUTODICTÉE


La vita è tutta in questa corsa
che declina verso le ortiche della mèta.
Tu lo sapevi.
Per questo hai talmente rallentato il passo
da fermarti in punto di partire.
Ora mi consegni la lettura dell'ignoto,
il calamaio caduto, i segni indecifrabili del buio.
Mi avvisi e mi difendi, mi salvi dalle prove
che bruciano e marchiano di fuoco.
Ma tutto il mio essere è docile alla corsa
e precipita tanto che lo sfiora
senza scalfirlo la tua voce. E poi ti credo
illesa da quanto poteva riguardarti,
incolume al punto, la pausa, la parola.
Mi hai dato un inconsapevole ordine di vita
che è fermo e immutabile, perfetto.
E ora la mia corsa incespica alla luce,
la voce al silenzio.
Non posso proseguire senza le mie storture:
in esse sapevo orientarmi; ogni punto
era chiaro e senza ostacoli la notte.
Ridammi la vita costruita sull'arbitrio
e cullata da un sospeso compimento.
Non sono certa di poterti parlare
così come mi parli, senza suono,
e dirti che il mondo è in equilibrio
nel male, nei contrasti, negli urti,
nel buio umiliato del pensiero.
Può essere vita anche questo limite
e suono l'assenza della voce.
Essere qui e non attendersi altro
che durare il più a lungo in questa pena.


IDILLIO

La città convessa dentro la sfera
vuota del cielo pare un sogno immobile
per sempre sotto una campana di vetro.
Non è così fermo l’amore
nella sua altalena d’incendio e di gelo.
La via che dilegua fra le case
porta all’incubo eterno del ricordo.
Ora è fermo in bilico al silenzio
l’animo addolcito dalla morte.
Fine dell’assedio al pensiero disfatto
dall’amore, fine del rancore.
Dura una calma come di perdono
un dolore fatto lontananza.
Nel lastrico ghiaccio un riposto
composto detta l’assenso bianco della luna.



da: Regalità della Luce (2009)


L’AMORE NAUFRAGÒ

come una perla.
Rotolò nel cuore delle fontane
nel vento delle foglie.
E tutto cantava
un canto di pollini
che stringeva il respiro.
Dai quartieri
dal grembo della terra
ciò che era venuto
risaliva.
La goccia perpetua
scavò una fresca ferita.
La gola annunciava la luce
con suono di ritorta conchiglia.


Vi fu un tempo di sferica armonia
e di orgogliosa immunità.
La mite aurora cresceva gelosa
l’estiva melagrana.
Dopo la promessa giacevano
sparsi i pallidi rubini.
Avrebbe morso il piede della morte
ma volle per cacciarla spine di luce.


ELOGIO DELLA DANZATRICE ROSSA E DELLA PICCOLA VIOLA

(a due voci)

Lei è l’assenza
e perciò è lontana.
So che ha bracciali alle caviglie
chiome ventose e collane
di semi e di conchiglie

                                Ho danzato per te la scorsa sera:
                                fino all’alba ho rincorso
                               Armonia e una follia leggera.

Sa destare parole irreparabili
e nominare il vuoto:
riconosce la folgore del canto
e accende la vita.

                                 Ho letto versi ai piedi di una rupe:
                                 la civetta scandiva musicale
                                 e attenta il metro e la cesura.

Lei conosce a mente
tutti i meridiani
della nostra distanza:
li enumera ogni volta che mi pensa.

                                  Ti sorveglio da una torre saracena.
                                  Determino l’immenso perché l’infinito
                                  non è mai abbastanza.

Poi è stanca e al buio esplora
il sogno in un presidio
di fiaccole gitane.

                                 Fuggi da una vita dalla prosa spenta
                                 - ti dico fuggi - da una vita
                                 dalla prosa spenta…

Ma una vaga nostalgia
è il suo non essere.
Se vuoi – le dico –
puoi morire con me









MARIA BENEDETTA CERRO è nata a Pontecorvo nel 1951, poetessa, Oggi vive a Castrocielo. Ha pubblicato diverse raccolte poetiche: Licenza di viaggio (1984), Ipotesi di vita (1987, premio "Carducci-Pietrasanta"), Nel sigillo della parola (1991), Lettera a una pietra (1992, premio pubblicazione "Libero de Libero"), Il segno del cielo (1997); Regalità della Luce, prefazione di G. Fontana, (2009). È presente nelle antologie: Poeti del Lazio, Frammenti di un discorso amoroso, La parola ritrovata. Suoi testi o recensioni sono apparsi su quotidiani (Il Mattino di Napoli, Il Resto del Carlino, L'Unità) e periodici letterari (Lunarionuovo, Uomini e libri, Collettivo R, Tracce, Il Segnale, Nuove Lettere, Il Policordo, La Vallisa, Il Filorosso, Ghibli, Novilunio, Arenaria, Pagine Lepine, Paideia, Il Foglio Clandestino etc.). Per gli inediti ha conseguito diversi riconoscimenti in premi letterari: "Carducci" Pietrasanta; "Jorgensen" Assisi; "Marina di Palese" Bari, "Valentino" Castellaneta, "Libero de Libero" Fondi; "Città di Ceva".

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