05 novembre 2010

Alessandra Buschi




Se Fossi Vera*




A Ginevra e Sibilla, che sono vere


Mi sarei dovuta chiamare Vera. Se mi fossi chiamata Vera, allora forse sarei stata mora, avrei portato gli occhiali, avrei avuto la pelle chiara. Avrei avuto una bella risata di gola, di quelle contagiose, e quando avrei chiamato al telefono mi avrebbero subito riconosciuto perché avrei avuto una voce inconfondibile, dal tono basso, un po' nasale, ma molto molto sensuale. Avrei fatto il liceo, mi sarei laureata in lingue, sempre una tra le più brave ma senza essere antipatica a professori e compagni; perché sarei stata di quelle studiose ma non troppo, che vanno bene a scuola senza essere secchione, perché io le cose le avrei capite al volo, senza bisogno di spenderci gli occhi, sui libri. Poi, da grande, avrei trovato, grazie alle mie capacità, un lavoro interessante, soddisfacente, fa' conto public relations o cose del genere. Se ne avessi poi avuta voglia, verso i trenta-trentacinque avrei anche potuto togliermi lo sfizio di avere un figlio, ma questo proprio se ne avessi avuta voglia, visto che, se mi fossi chiamata Vera, sarei stata una donna di quelle con le palle, di quelle che dentro le cose ci sanno stare, dall'agenda sempre zeppa di appuntamenti anche il giorno di capodanno, sempre di qua e di là, insomma una considerata, di cui tutti nel giro conoscono il nome e che riceve telefonate in continuazione.

Tutto questo se mi fossi chiamata Vera, invece mi chiamo Paola e con Vera non ho niente a che vedere, perché Vera è una mia fantasia. Non si tratta di quella specie di amica immaginaria che ti disegni in testa quando sei piccola, l'invidiato fantasma di ciò che vorresti essere ma che non sei o cose del genere. No: niente di tutto questo; anzi, praticamente il contrario. Perché, se fossi stata Vera, lo giuro, mi sarei data cazzotti in faccia, anche se so che questo sarebbe stato impossibile: infatti, se fossi stata Vera, non avrei potuto odiare Vera e tutte le Vere del mondo, in quanto non sarei stata consapevole di essere così come io, che non sono Vera, vedo le Vere. E manco mi sarei potuta immaginare di darmi cazzotti in faccia per il fatto di essere Vera e non un'altra. Per cui tutto questo lo posso dire soltanto perché non sono Vera, e anzi sono Paola.

Però mia madre mi avrebbe voluta chiamare Vera, perché questo era il nome che avrebbe voluto dare alla sua prima figlia femmina, che poi il caso vuole sia stata io, visto che sono la maggiore di tre fra sorelle e fratelli, e cioè ho un fratello e una sorella. Chissà perché, ma a mia madre questo nome era sempre piaciuto; niente a che vedere con i nomi delle nonne e dei nonni morti da rinnovare in famiglia oppure il nome dell'attrice letto in una rivista in attesa della permanente dalla parrucchiera. No: a mia madre questo nome era sempre piaciuto e da sempre pensava di chiamare così la sua prima figlia femmina.


Invece mi chiamo Paola, che è sì il nome di una mia zia, ma alla lontana, e la zia Paola con il mio nome non c'entra niente, visto che io e lei, anche se portiamo lo stesso nome, non abbiamo niente a che vedere l'una con l'altra, se non il fatto di avere un qualche parente in comune.

Il fatto è che a mio padre il nome Vera non andava giù manco per idea. Diciamo che con lui non c'era stato modo di discuterne: se fosse nata una femmina, questa non si sarebbe mai e poi mai chiamata Vera. Stop, il caso era chiuso. Poi, quando io nacqui e mi vide, anche mia madre si convinse a darmi un altro nome, ché la mia faccia non era una faccia da Vera, e io credo che questo le dispiacesse perché avrebbe voluto che la sua prima figlia femmina avesse quella faccia che si era immaginata per la sua prima figlia femmina, ma lei mi guardò e io penso pensò: Questa bambina non ha la faccia da Vera; più che altro ha una faccia da Giovanna, Mariella o via discorrendo. E così, una volta fatta la mia conoscenza diretta, si trovò per forza di cose schierata dalla parte di mio padre e decisero di darmi il nome che ho, cioè Paola.

Infatti io non sono Vera, ma Paola, e io immagino una molto diversa da quella Vera che mia madre si era immaginata. Che poi manco mia sorella si chiama Vera, visto che invece l'abbiamo chiamata Federica; dico l'abbiamo perché anch'io, che a quel tempo avevo sei anni e mezzo, e mio fratello Giorgio, che ne aveva cinque, fummo interpellati prima della nascita della sorellina e con i nostri genitori scegliemmo di comune accordo il nome da dare al nuovo nato, e questo è stato Federica. Che poi adesso Federica ha quasi vent'anni e mi stranisce pensare che una che ha quasi vent'anni possa chiamarsi Federica, visto che per me Federica è la mia sorellina piccola appena nata di quando avevo sei anni e mezzo, e adesso che invece ho una sorella di quasi vent'anni non mi sembra possibile che il suo nome sia questo, e cioè Federica.

Invece mio fratello si chiama Giorgio, come uno che tanti anni fa aveva fatto il filo alla mamma, ma questo il babbo non lo sa perché la mamma lo ha raccontato a me e a mia sorella ma a lui no, che lei ha chiamato suo figlio con il nome di uno che le ha fatto il filo a sedici anni, ché sennò il babbo quel nome a suo figlio non l'avrebbe mai dato. La mamma dice che non ha scelto il nome per mio fratello per via del suo spasimante, ma perché quel nome le era sempre piaciuto, che da sempre le dava l'idea di una persona tutta seria e importante, come un re o giù di lì, ed è un puro caso che quel nome fosse proprio quello del suo innamorato. Così mio fratello si chiama così, cioè Giorgio.

Io ho ventisei anni, quasi ventisette. Mi chiamo Paola. So ricamare perché sono andata all'asilo dalle suore e suor Zita mi ha insegnato tutti i punti che si possono ricamare, anche se a me piace più degli altri il punto croce, che invece a lei non piaceva, ma io l'ho imparato lo stesso, ché tanto se hai imparato il mezzo punto non ci metti poi molto a imparare anche il punto croce, e io lo preferisco perché riempie tutto lo spazio, mentre il mezzo punto mi sembra una cosa a metà, lasciata lì, ma suor Zita diceva che il punto croce non era bello da vedersi, troppo grezzo, che andava bene solo per quelle cose tipo tirolese, tanto pacchiane, come i grembiuli da cucina o le tovagliette per la colazione, e che non c'era da far paragoni con i ricami a mezzo punto, che sono tutta un'altra cosa, molto più fine, più elegante.

Io ricamo molto. Lo faccio di mestiere. Ricamo tutto quello che si può ricamare: cuscini, copriletti, bavaglini, tovaglie, lenzuola, tendine. E ogni volta che ho finito un lavoro, subito ne inizio un altro, e anzi non vedo l'ora di iniziarne uno nuovo quando sono ancora a metà di quello che sto facendo. Ho iniziato presto a ricamare, e siccome ricamavo ricamavo da quando avevo otto nove anni, e i fili costano, ché ogni matassina non ti dura mica in eterno, e ogni volta devi avercene una bella scorta dello stesso colore se non vuoi rimanere a mezzo con un lavoro, e poi di colori ce ne sono un'infinità, tutti uno diverso dall'altro, appena appena diversa la sfumatura, una più chiara una più scura, tendente al verde tendente all'azzurro, tendente all'arancio tendente al giallo, allora mia mamma, che all'inizio della mia carriera era tanto contenta che Paola, la sua figlia maggiore, anche se non si chiamava Vera, avesse questa passione, che fa tanto femminile e poi c'è sempre il discorso che una ragazza lavorando dentro casa almeno così ce l'hai sempre sotto controllo invece che se ne vada in giro a far chissà che, e poi in questa società il recupero delle tradizioni è una cosa importante, ché adesso va a finire che i figli dei figli le mani le usano solo per vai a sapere cosa, visto che ora sono le macchine che fanno tutto per filo e per segno, mentre è una bella cosa saperle usare in modo creativo, le mani, invece che farci un bel niente, con le mani, e allora, anche se all'inizio mia madre era contenta di questa mia passione per il ricamo, con il passare del tempo, visto che io ricamavo e ricamavo e appena finivo un lavoro volevo subito iniziarne un altro, allora mia madre ha detto: Paola, questa tua passione dobbiamo farla fruttare nel vero senso. Perché non troviamo il modo di guadagnarci qualche lira, che poi sarebbe anche meglio, visto che le matassine costano, e matassina dopo matassina se ne va via un patrimonio?

Così questo è diventato il mio lavoro, e adesso io lavoro in casa e di lavoro faccio proprio questo: ricamare. Lo faccio per chi me lo chiede, vale a dire: chi ha bisogno di un corredo o deve fare un regalo viene da me, mi commissiona il ricamo e io lo eseguo. E poi c'è sempre il discorso del passaparola, che non è niente male, cioè della pubblicità che praticamente ti fanno i clienti senza dover pagare di tasca tua che so i volantini da mettere nelle cassette della posta che tanto vanno sempre a finire nella carta straccia, oppure la pubblicità alla radio locale eccetera eccetera, perché così la voce passa: da un cliente che rimane soddisfatto del tuo lavoro, il calcolo dice che potenzialmente ne arriveranno altri tre, e così io faccio il mio lavoro con molta precisione e velocità e seguendo alla lettera quello che mi viene detto di fare, che così da un cliente poi ne ho altri tre, e da questi tre altri ancora moltiplicando per tre ognuno di questi tre, e questi sono calcoli esponenziali che ti portano un sacco di clienti, e coi clienti anche soldi, e così adesso non solo mi sono ripagata tutte le matassine di filo che ho consumato da quando andavo all'asilo, ma ho anche un bel gruzzolo da parte, e io l'ho messo alle poste, perché se vai a fare bene i conti, alle poste conviene rispetto alle banche, perché le banche ti danno uno schifo d'interesse e poi a me le banche non hanno mai dato tanta fiducia, nel senso che mi sembra che dentro una banca ci possano lavorare tutte le Vere che dicevo prima, quelle in carriera e con le palle, e allora io preferisco andare alle poste, ché lì mi sembra un ambiente più familiare, con lo sportello con la fessura ancora come quando ero piccola, e poi lì ci trovi tutti i signori anziani che vanno a riscuotere la pensione e mi sembrano tanto umani, non come quelli con la cravatta e giovani che trovi alle casse della banca, che profumano di quel profumo e che parlano di soldi come fossero loro, e allora: che senso ha mettere i soldi in un posto del genere, che poi i miei soldi vanno in circolo in mani che non mi piacciono? Vuoi mettere con le mani dei pensionati che vanno a riscuotere la pensione alle poste? A me piace di più così.


Io lo so che la mamma voleva una figlia che fosse Vera e non una che fosse Paola, e questo non è un segreto per nessuno, nemmeno per me, visto che non ha senso far finta di niente, illudere il prossimo e cose crudeli del genere. Così mia madre non ne ha mai fatto un mistero, e anzi io l'ho sempre saputo di non essere la Vera che mia madre avrebbe voluto io fossi. E ormai ci siamo abituati, io per prima, a non essere Vera. La mamma ha ragione: mica abbiamo, noi e la gente, gli occhi e le orecchie imbottite di prosciutto. E poi anch'io sono in grado di capirlo e con il tempo mi ci sono abituata. È come imparare a rispondere alla domanda Come ti chiami oppure a tirar su le dita della mano per indicare quanti anni hai: un'indicazione come un'altra del resto. In questo modo, come dice la mamma, tutto è più semplice, chiaro, senza bugie, le carte in tavola: io, Paola, ho dei problemi. Nel senso che sono nata così: con dei problemi. Forse li avevo anche prima di nascere, questo non lo so con precisione, fatto sta, se nascevo Vera forse non li avrei avuti, invece sono nata Paola.

Così ci siamo tutti abituati, punto e basta, senza tanti misteri. E alla gente che incontriamo e che fa la faccia d'occasione, la mamma dice È tutto sotto controllo, e questo mi fa stare tranquilla, perché a me dispiacerebbe sapere che qualcosa non è sotto controllo per il fatto che io sono Paola invece di essere Vera; ma la mamma rassicura tutti, me compresa, e quando le viene chiesto qualcosa, lei dice Paola è una brava ragazza, ha un mestiere in mano, ha le mani d'oro, eccetera eccetera, perché lei è fiera di me, ché lei le cose me le insegna e io le imparo, e così saprò sempre cavarmela nella vita, anche quando - dice lei - dovrò cavarmela da sola, che prima o poi succederà che dovrò cavarmela da sola, anche se mio fratello e mia sorella, quando la mamma fa di questi discorsi, dicono Ma mamma! Lascia perdere! Che vai a pensare?, ma si vede che lei ogni tanto questi pensieri li fa, visto che a volte le vengono fuori ad alta voce, e allora quando questo capita e i miei fratelli dicono Ma mamma che vai a pensare?, lei dice Prima o poi, e io dico Cosa?, e lei dice Niente, e i miei fratelli dicono Lo sai benissimo mamma che ci siamo noi.

Perché, da quando il babbo è morto, la mamma questi discorsi li fa più spesso, diciamo anche una volta alla settimana, e se non ci sono i miei fratelli e io e lei siamo in casa da sole, e io ricamo e lei rammenda un calzino, e allora è seduta vicino a me nella mia stanza, accanto alla finestra per vederci meglio, allora lei lo dice improvvisamente, e dice così: appunta l'ago sul golf all'altezza del petto, fa ricadere le mani e il calzino da rammendare sul grembiule, fa un sospiro, dice Paola Paola, e quando lei dice Paola Paola è uguale a quando dice Prima o poi ai miei fratelli, ché a me sembra quello stesso pensiero che le viene fuori dalla bocca dopo esserle passato dal cervello. Allora io dico Mamma mamma che vai a pensare?, proprio come le rispondono i miei fratelli, ché visto che loro le rispondono così, quello deve essere il modo migliore per farglieli passare, quei pensieri, e difatti lei allora fa un sorriso, perché si vede che i pensieri le sono andati via, e tira su il calzino, riprende l'ago e si rimette a rammendare.

Passiamo ore così, in silenzio: io a ricamare, lei a rammendare, oppure, se non ha niente da rammendare, a sfogliare una rivista. Capita di solito il pomeriggio, dopo che ha sbrigato le faccende. Siamo spesso sole in casa, visto che i miei fratelli lavorano. Federica va alla palestra, che non è sua ma è come se lo fosse, nel senso che ce l'ha in gestione, e allora è lei che la manda avanti con tutto quello che comporta, cioè un sacco di tempo per organizzare eccetera eccetera, e mio fratello Giorgio va all'officina, che non è sua in nessun senso ma, proprio come Federica, anche qui è lui che deve mandare avanti tutto, visto che Armando gli dice Fai questo fai quello, e capita che cinque minuti prima della chiusura gli dica Ci sarebbe quel lavoretto urgente per il signor Tal dei Tali, e allora Giorgio deve inghiottire il boccone amaro se non vuol farselo nemico, il padrone Armando, e così a volte fa tardi per cena, proprio perché deve farlo per forza quel lavoretto urgente al signor Tal dei Tali. E così io e la mamma il pomeriggio siamo quasi sempre da sole, e lei, quando ha finito di fare le faccende o di preparare la cena, si mette vicino a me, nella mia stanza, e io intanto lavoro, e lei intanto sta vicino a me.

Perché io ho una stanza per lavorare tutta mia, che è stata una gran conquista, visto che mica è da tutti avere una stanza da lavoro tutta per sé. Avrei potuto arrangiarmi in soggiorno, nell'angolo vicino alla finestra, tra il tavolo da pranzo e la macchina da cucire, ma invece quella volta la mamma s'era impuntata col babbo, e allora il babbo aveva detto Ma ti sembra proprio il caso? e la mamma aveva detto Certo: è giusto che Paola abbia il suo spazio. E così il mio spazio adesso è la mia stanza da lavoro, ché io e Federica ci abbiamo messo le mani, in quella che era la stanza di sgombero, vale a dire una specie di stanzino ricavato vicino al bagno dove la mamma teneva l'asse da stiro e i vestiti del cambio di stagione, fa' conto i cappotti e le sciarpe se era estate, oppure i costumi da bagno e le magliette se era inverno; e così l'abbiamo trasformata nel mio spazio, che è stretto e lungo, con una bella cassettiera con tutti i cassetti e ogni cassetto le matassine dello stesso colore, che allora Giorgio ha detto: A questo punto conviene farci delle etichette, per ogni cassetto, così che Paola lo trova subito il colore che le serve, e così Giorgio ha comperato i caratteri trasferibili e le etichette bianche, e su ogni etichetta ha scritto il nome del colore delle matassine, e poi ha attaccato le etichette sul davanti dei cassetti, e ora io non devo perdere tempo ad aprire tutti i cassetti se devo andare a cercare che so il verde smeraldo o il giallo ocra, perché basta leggere l'etichetta e aprire il cassetto giusto e dentro ci sono proprio le matassine di quel colore, anche se ormai, per la verità, è come se i nomi dei colori fossero stampati anche nella mia testa oltre che sulle etichette dei cassetti, perché ormai io lo so dove stanno il verde smeraldo e il giallo ocra, e praticamente non le leggo più, le etichette; comunque sia, quella volta Giorgio ha fatto un bel lavoro e se adesso me lo ricordo dove stanno i colori, è perché Giorgio ha fatto tutto quel bel lavoro.

E nel mio spazio ho una sedia comoda dove star seduta a ricamare, e la mamma mi ha anche fatto fare uno sgabello di quelli imbottiti, così io ogni tanto tiro su le gambe, ché sennò mi si aggranchiscono a stare ore e ore sempre seduta, e una volta la mamma l'ha letto anche sulla Settimana Enigmistica: quand'è possibile, conviene sempre tirarle su, le gambe: è per un fatto di circolazione e di riposo. Poi c'è anche un ripiano di legno, e sopra il ripiano di legno una lampada, se devo lavorare di sera, quando la luce del giorno non entra dalla finestra, e io ho bisogno di luce buona per salvare gli occhi, ché sennò si sforzano, e infatti ho messo gli occhiali quando avevo sedici anni, e anche a questi mi sono ormai abituata, è come averceli sempre, anche quando li togli per andare a dormire o la mattina quando ti lavi la faccia.

Il babbo diceva che forse non c'era bisogno di una stanza da lavoro tutta per me, ma la mamma quella volta si era proprio impuntata: diceva che tanto lei il cambio di stagione poteva benissimo sistemarlo nell'armadio di camera sua, e l'asse da stiro poteva tenerla incastrata tra la stufa e il muro, quando non le serviva, e quando le serviva poteva stirare anche in cucina: non c'erano problemi. E così il babbo aveva detto Sì, e io e Federica avevamo fatto il mio spazio, che voleva dire togliere tutto quello che c'era, sistemarlo in altri posti, ripulire un po', rimbiancare, comprare la cassettiera, metter su il ripiano di legno e spostare la lampada dal soggiorno alla mia nuova stanza.

Il babbo è morto. Perché non stava bene. È stata una cosa veloce, dice la mamma, ma a me è sembrato che il babbo ci mettesse molto a morire, perché da quando l'ho sentito dire la prima volta Mi sento male da morire a quando è morto davvero, di tempo a me è sembrato passarne parecchio. Perché è come se il tempo fosse andato piano piano da quel momento in poi, e io non saprei dire quanti giorni o settimane o mesi, ma mi è sembrato tanto, ché ogni cosa sembrava durare un eterno, come ad esempio le analisi che doveva aspettare, e dopo aver aspettato quelle analisi il babbo doveva aspettarne altre, e dopo quelle altre ancora, che io non so se il babbo poteva aspettare tutto quel tempo, mi sono chiesta, tutto quel tempo ad aspettare, e poi è morto che stava ancora aspettando. Ma anche avesse fatto in tempo a farne altre, di analisi, sarebbe poi cambiato qualcosa? dice la mamma, perché lei ai dottori quella volta non ha proprio creduto, nel senso che vabbè loro hanno studiato, quello per loro sarà pure l'ordine del giorno, ma invece di fare qualcosa di concreto, con tutta 'sta storia delle analisi è andata a finire male, cioè il tempo è passato troppo in fretta e il babbo ha fatto in tempo a morire prima che loro, i dottori, avessero detto Allora si fa così, allora si fa cosà. Niente: loro non hanno avuto tempo per finire di fare tutte le analisi, e mio padre non ha avuto il tempo di aspettare. Ché la morte quando arriva arriva, mica è previsto che aspetti qualcosa di concreto: arriva quand'è ora e basta.

Così mio padre è morto e non era ancora vecchio come i vecchietti che riscuotono la pensione quando vado alle poste a fare il deposito. Diciamo che il babbo era grande, ma non abbastanza grande da essere vecchio come loro, e non ha avuto tempo di aspettare di diventare vecchio perché è morto prima.

È da dopo la morte del babbo che la mamma ha iniziato a fare quei pensieri che dicevo. Prima, quando c'era ancora il babbo, non li aveva mai fatti, e tante volte l'avevo sentita dire, parlando con un parente o con un conoscente, che Tutto è sotto controllo. Da quel momento in poi, invece, ha iniziato a dire Prima o poi o Paola Paola, a seconda dei casi, e questa cosa mi preoccupa, perché mi sembra che questi pensieri la intristiscano.

Io, che ho dei problemi lo so da sempre. Il fatto è che, quando sono nata, alla mamma hanno detto Dei problemi, nel senso che, già da appena nata, era chiaro io avessi dei problemi. Poi, con il tempo, questi problemi si sono chiamati in un modo ben preciso che adesso non mi ricordo perché la parola è difficile e non mi sta in testa, e se una cosa non ti sta in testa, dice la mamma, è perché non è importante, ché se una cosa è importante da ricordare, allora non ti si cancella dalla mente, e siccome questa deve essere una cosa poco importante, allora io non me la ricordo mai. Siccome avevo dei problemi, allora io ero in un certo modo, che voleva appunto dire avere quei problemi. Ma lievi, nel senso di poco, perché una cosa che è lieve non è pesante, e se una cosa non è pesante, allora non dovrebbe dare molto fastidio, come un pacco che pesa poco e che puoi trasportare senza fatica fino a casa, mentre se una cosa è pesante, allora non riesci nemmeno a trascinarti e sudi molto. I miei problemi invece sono lievi, che di sicuro è meglio che pesanti.

Comunque sia, il fatto che io abbia dei problemi lievi vuol dire che io posso fare tutto quello che fanno gli altri, e anche quando ero piccola mia madre me lo diceva sempre perché me lo ricordassi: Paola, mi diceva, puoi fare tutto quello che fanno gli altri, ricordatelo: non devi credere di essere inferiore a nessuno. E infatti io ci credevo e me lo ricordavo sempre, che io potevo fare tutto quello che facevano gli altri. Ché non è che io non potessi camminare e correre come gli altri bambini, e anzi all'asilo era tutto regolare e io potevo benissimo fare le stesse cose che gli altri facevano: nascondino, mosca cieca, la giostrina, eccetera eccetera, ché io non ho problemi fisici, nel senso che il mio corpo è sano: i dottori lo hanno detto subito a mia madre quando sono nata: La bimba fisicamente è sana. Perché io, dice la mamma, è come se fossi un'anima fragile, e questo è come dire lieve, perché una cosa lieve può essere anche fragile, e mi viene in mente la neve quando cade lenta, non quando c'è la bufera, e allora la neve è lieve e anche fragile, perché quando cade si disfa, e quando si posa non ci sono più fiocchi di neve uno sull'altro, ma neve, e neve e basta. Così la mamma mi ha sempre spiegato che sono un'anima fragile, e questo, dice lei, vuol dire anche sensibile, perché una cosa fragile ha la qualità di essere sensibile, e sensibile non è una brutta parola, perché sensibile è chi sente, e io credo che se uno sente, questa non è una brutta qualità, anzi. Il brutto è invece essere insensibili, cioè non sentire, mentre se si sente, allora questo è buono.

La mamma dovrebbe essere meno triste di come è adesso che il babbo è morto, perché, se si ricorda bene, prima era lei a dirmi Devi essere allegra, Paola: la vita è comunque bella, e io questo me lo ricordo, ma adesso sembra lei a essersene scordata, e allora io ogni tanto glielo rammento: Allegra mamma, le dico, la vita è comunque bella. E allora lei fa quel sorriso, riprende l'ago o apre di nuovo la sua rivista e si rimette a rammendare o a leggere, ma con la testa china, e io non le vedo più gli occhi e non riesco a capire se quei pensieri ancora ce li ha in mente oppure le mie parole sono riuscite a farglieli passare.

Sono andata a scuola, dopo l'asilo. Le elementari e poi le medie. Avrei dovuto avere un insegnante di sostegno, diceva la mamma, ma non so perché questo non arrivava mai, e ogni anno era la stessa storia: la mamma faceva richiesta scritta alla direzione didattica, poi, siccome non riceveva mai risposta, andava a parlare con il preside, e questo diceva Ne parlerò in consiglio, ma poi il consiglio o non si riuniva o aveva faccende più complicate da discutere, e allora la mamma s'arrabbiava e andava a parlare coi professori, e i professori dicevano Ne parleremo con il preside, e così via per tutto l'anno. Poi l'anno passava e l'insegnante di sostegno non era ancora arrivato. Perché io avrei dovuto avere del sostegno, cioè qualcuno che mi sostenesse, come dice la parola stessa, perché io da sola non ce la facevo bene per via dei problemi. Le maestre e i professori, quando parlavano di me con la mamma o tra di loro, mi chiamavano Caso particolare, ma ancora a quel tempo di queste cose si parlava poco perché prima era una cosa che non si poteva fare, e per fortuna oggi i tempi sono cambiati, ché oggi non è più ieri, e c'è l'informazione e tutto il resto, mentre allora c'era il tabù, che era come una parolaccia o una bestemmia, e allora avevano fatto le classi differenziali, proprio per non doversela rammentare troppo spesso questa cosa di cui era meglio non parlare. La mamma questo non lo poteva sopportare, proprio per il fatto che lei era convinta di quello che diceva, e cioè che io ero come gli altri bambini e quindi dovevo essere trattata come gli altri bambini, e non stare in una classe differenziale che è discriminante, ma inserita con gli altri con un insegnante di sostegno. Per fortuna i miei problemi erano lievi e mia mamma l'aveva cantata chiara, cosicché mai nessuno s'era provato a farmi trasferire in una classe differenziale. Poi - ero alle medie - per un anno intero la mamma aveva fatto un sacco di riunioni, e spesso mi aveva portato con lei, ché le riunioni si facevano dopo cena in un locale che era uno scantinato messo a disposizione da qualcuno del gruppo proprio per fare quelle riunioni, e allora la mamma parlava e gli altri parlavano e scrivevano delle cose perché volevano che tutti sapessero quello che loro volevano, e loro volevano cose giuste, democratiche, non discriminanti eccetera eccetera, e loro facevano un sacco di riunioni per decidere quali fossero le cose giuste, democratiche e non discriminanti. A un certo punto il babbo aveva iniziato a scocciarsi di tutte quelle riunioni serali e diceva È inutile, non otterrete mai niente, figurati se, ma la mamma ci si era proprio buttata a capofitto ed era riuscita a partecipare a una riunione importante, e quella volta non mi aveva portata con sé perché il viaggio era lungo e doveva prendere il pullman con gli altri, ché avevano fatto un gruppo consistente, abbastanza consistente da riempire un pullman intero, ed era andata in una città dove disse erano arrivati tanti altri pullman, e dentro i pullman tante persone che la pensavano come lei, e tutti insieme avevano fatto qualcosa di importante, ché questa era una battaglia sociale, e le battaglie sociali devono essere giocate fino in fondo, mica uno è un burattino: o sì o no, e se è sì, che sia sì fino in fondo.

Comunque sia, io l'insegnante di sostegno non lo ho mai avuto, anche se la mamma diceva che era un mio diritto, ma questo perché le cose hanno bisogno di tempo per maturare, proprio come un frutto, che prima è acerbo e poi maturo, e questo vuol dire che ci vuole del tempo per tutte le cose, e siccome io sono capitata nel momento in cui le cose erano ancora acerbe, non ho potuto raccogliere i frutti maturi, cioè l'insegnante di sostegno che poi hanno avuto altri dopo di me. Ma che ci vuoi fare: mica si può nascere quando ci fa comodo, e io appunto sono nata quando non mi faceva comodo, cioè quando ancora gli insegnanti di sostegno non erano un diritto per un bambino con i problemi, e casomai avessi potuto nascere quando faceva comodo a me, allora sarei nata in un altro momento, che so, magari quando gli insegnanti di sostegno erano previsti, oppure, meglio ancora, quando doveva nascere Vera, ché a quel punto io non sarei stata Paola, ma Vera, e allora non avrei manco avuto bisogno di insegnanti di sostegno.

Perché la mamma dice che bisogna essere chiari fino in fondo, ché lei ad esempio me lo deve proprio dire che io sono stata fortunata, perché ci poteva anche essere il caso che la mamma non fosse la mamma e il babbo non fosse il babbo, e che allora questi altri due genitori di una bambina con dei problemi che non ero io ma che mi assomigliava, potevano anche non essere contenti di avere una figlia con i problemi. E io devo ritenermi fortunata rispetto ad altri, perché vai a vedere se ancora non esistono i cottolenghi e cose simili, dove i genitori ce li lasciano, i bambini con i problemi, perché in quel caso, che nasce a fare un bambino? E allora hanno ragione a non farli proprio nascere fin dall'inizio, nel senso che allora che cosa ci viene a fare al mondo un essere con dei problemi se non ha nemmeno i genitori che lo sostengono? Io per lo meno, anche se l'insegnante di sostegno non ce l'ho avuto, i genitori li ho avuti, e questa fortuna sembra che non tutti i bambini con i problemi riescano ad averla, e io sono fortunata. E allora è meglio che non nascano, dico io, perché io non ci posso pensare a non avere quel babbo e questa mamma, anche se, se non avessi avuto quel babbo e questa mamma, allora io non sarei stata io ma un'altra, oppure un altro, senza apostrofo, che vuol dire maschile, cioè un maschio e non una femmina, e in questo caso non sarei stata Paola, ma forse Vera o forse Angela o forse Mario, e allora era tutta un'altra cosa, diversa.

Invece sono Paola, e questo perché, come mi ha spiegato la mamma a tempo debito, una persona è esattamente quello che è proprio per il fatto che il suo babbo e la sua mamma sono quelli che sono e non altri. La mamma me lo ha raccontato quando sono diventata grande, cioè abbastanza grande da capire certe cose, che per un ragazzino coincide più o meno con una certa età, mentre per quanto mi riguarda il momento per certe cose è arrivato più tardi, e questo perché - mi hanno spiegato - non tutti hanno gli stessi tempi. Nel senso che si cresce, ma non tutti nello stesso modo, per cui c'è chi cresce prima e c'è chi cresce dopo, e poi c'è anche chi non cresce mai, e questo è il caso del problema grave, non del mio. Io cresco dopo, ed è questo il mio problema, ma la mamma dice che se uno si mette in testa di rispettare i tempi dell'altro, allora va tutto bene e si può vivere serenamente. Ché questa è una cosa importante: vivere serenamente. Che poi io mi chiedo: se uno cresce prima e uno cresce dopo, cosa vuol dire? Nel senso: c'è un momento in cui quello che cresce prima si ferma e allora prima o poi quello che cresce dopo lo raggiunge, oppure quello che cresce prima continua sempre a crescere e non si ferma più e allora quello che cresce dopo non lo raggiunge mai, oppure è quello che cresce dopo che smette di crescere prima che smetta quello che cresce prima, e allora resta inevitabilmente indietro? Ma poi, mi chiedo ancora, qual è la data precisa, e c'è una scadenza? Quand'è che uno smette di essere piccolo e diventa grande? Quand'è che uno smette di essere grande e diventa vecchio?

Comunque sia, quando sono diventata abbastanza grande, la mamma mi ha raccontato certe cose che uno sufficientemente grande deve sapere, se non altro per non essere preso alla sprovvista e per avere le idee chiare su certe faccende senza che altri possano approfittarsi di lui. Perché questo succede: che uno può approfittarsi. Nel senso che se credono che tu non sai, ti possono fregare, mentre se tu sai, allora non ti fregano. Perché l'ignoranza è la cosa peggiore: chi sa non si fa fregare perché ragiona con la sua testa e può reagire. Ed è per questo che la mamma mi dice tutto quello che io devo sapere, ed è per questo che i miei genitori e i miei fratelli mi hanno insegnato un sacco di cose utili: perché non è detto che uno che ha dei problemi non debba sapersela cavare nella vita e il suo destino sia necessariamente quello di farsi fregare dagli altri.


Io l'ho visto Il mio piede sinistro. Federica mi ci ha portato quand'è uscito. All'inizio aveva detto Forse non è il caso, e si era consultata con la mamma per decidere se quello fosse o non fosse il caso, poi, siccome la mamma dice che non c'è peggior male che l'autocommiserazione, che vuol dire piangersi addosso, allora hanno deciso che era il caso, e così io e Federica siamo andate a vedere il film al cinema. Prima di andare me l'ha spiegato un po', tanto per darmi un'idea, e siccome l'idea mi piaceva, ero molto contenta che lei e la mamma avessero deciso che quello era il caso. Il film mi è piaciuto molto, e poi l'ho visto altre volte, ché adesso lo danno spesso in tivu, e io ogni volta voglio rivederlo, anche se ormai so la storia a memoria e conosco tutte le battute.

Di film ne ho visti parecchi: prima ci andavo col babbo, adesso invece o è Federica a portarmi al cinema oppure è Giorgio, e allora quando è Giorgio a portarmi, ci andiamo in macchina. Prima passiamo a prendere Elisa, che è la sua fidanzata, poi andiamo al cinema, e dopo il cinema, se non è tardi, andiamo a prendere un gelato.

Giorgio e Elisa sono fidanzati da diversi anni, da prima che il babbo morisse ma da dopo che lo sgabuzzino della mamma è diventato la mia stanza da lavoro. Si sono conosciuti in discoteca, ché Giorgio spesso ci va, la domenica pomeriggio, visto che dopo tutta la settimana di lavoro ha bisogno di svagarsi e di non pensare ad altro, e così la mamma è sempre preoccupata quando il sabato sera Giorgio esce, che se ne sentono dire tante, ma ormai Giorgio è un adulto e lei non ha più il diritto di stargli dietro come a un bambino, dice lei, e questo, dice sempre lei, perché uno ha diritto alla sua vita, indipendentemente dai genitori, nel senso che Giorgio ormai ha una certa età, quella giusta per farsi una famiglia, ed è lui a dover badare a se stesso, anche se per adesso sta ancora a casa con noi, ma questo perché lui e l'Elisa non hanno ancora trovato la casa dei loro sogni, cioè da marito e moglie, ma appena l'avranno trovata andranno ad abitare insieme, e allora faranno un'altra famiglia, perché così è la vita.

Infatti trovare una casa è difficile, anche se noi abitiamo in una cittadina, che sarebbe un posto non grande come una città ma nemmeno piccolo come un paese, cioè una via di mezzo, una cittadina appunto. Ma ormai anche in una cittadina è difficile trovare un appartamento, figuriamoci poi quello dei sogni, e così spesso devi accontentarti di quello che trovi, ma Giorgio e Elisa non hanno quest'intenzione, visto che i soldi non crescono mica sugli alberi e buttarli al vento è un'altra cosa che non si deve fare, per cui loro sono disposti ad aspettare finché non avranno trovato quel che cercano.

Federica invece non è fidanzata, anche se è molto carina. Perché dice che non è il momento. Lei adesso ha la palestra, una carriera, un sacco di idee sul suo futuro, e dice che c'è tempo per pensare a certe cose. E così anche lei vive ancora qui con me e la mamma, che siamo quelle che in casa ci stanno di più, visto che io lavoro qui e lei non lavora. Ma prima la mamma lavorava, fino a prima di sposarsi con il babbo. Quand'era signorina lavorava in un ufficio, faceva la segretaria, ma poi, quando ha conosciuto il babbo e si è sposata, ha lasciato il lavoro per stare in casa. Dice che prima tutte facevano così, che una volta le donne stavano in casa, che era l'uomo a portare i soldi, non come adesso che per fortuna le cose sono cambiate, ma poi le cose sono davvero cambiate, visto che le faccende di casa devono comunque farle loro, le donne, almeno la maggior parte, non dico tutte ma almeno la maggior parte. Quando tornano dal lavoro debbono pure mettersi a sgobbare in casa, e il marito si mette in poltrona con le pantofole davanti alla tivu, che almeno prima la tivu non c'era e allora tutto era più umano, ma ora che c'è la tivu non c'è più via di scampo e l'uomo ci si piazza davanti e fine.

Io non lo so se gli uomini sono tutti uguali, come dice la mamma, oppure se è vero, come dice Federica, che non bisogna fare di tutta l'erba un fascio, che vuol dire che di erbe ce ne sono tante e allora una è diversa dall'altra, una può essere buona, una può essere cattiva, e questo perché non ho avuto tante esperienze con gli uomini nella mia vita. Nel senso che è difficile che una che ha i problemi possa avere tante esperienze con gli uomini nella sua vita, e questo io lo capisco pure, ché un uomo e una donna a vivere insieme hanno già tanti problemi anche senza averne di loro, capirai se uno dei due ci parte già dall'inizio, con i problemi. Oppure è uguale, non lo so. Perché forse non è una questione matematica, nel senso di una somma, ma qualcos'altro.

Però mi sono innamorata, e avevo sette anni. E questo si può fare, cioè non c'è niente di male, è naturale. Perché questo è come un sogno, e i sogni anche chi ha i problemi può farli tranquillamente come se i problemi non li avesse; e poi anche altre cose si possono fare tranquillamente, ma questo non tutti lo sanno e se lo sanno fanno finta di non saperlo o di non crederci, oppure, ancora peggio, di non volere che queste cose accadano, forse per la questione del frutto che non è ancora maturo oppure a causa dell'ignoranza, che la mamma dice imperante, e allora quando l'ignoranza è imperante è un macello perché bisogna fare in modo che non imperi più, e perché questo accada ci vogliono molte battaglie, che sono praticamente delle idee che diventano concrete e che a volte, se si fanno insieme agli altri, possono sconfiggerla, l'ignoranza.

Così a sette anni mi sono innamorata, e ancora lo sono, e della stessa persona, che si chiama Celeste, e questo è un nome da uomo anche se uno non lo crederebbe mai, eppure la persona che ha questo nome è uomo, cioè ha trentatré anni e abita in fondo alla via dove abito io, in una casa a due piani che i suoi hanno comprato vent'anni fa, e lui allora aveva tredici anni e io sette ed ero una bambina come le altre ma con i problemi, ma questo non voleva dire che non potessi andare a giocare a nascondino, a strega comanda colore e a tutti i giochi che i bambini fanno a quell'età, e allora io andavo a giocare e c'era pure lui ai giardini, che però era più grande e stava con i più grandi, ma comunque c'era, ed era Celè, che così tutti lo hanno sempre chiamato.

Celè ha un trattorino di quelli piccoli, rosso e nero, e lo usa per falciare l'erba del suo giardino perché lui ha un giardino grande, praticamente un prato, e ha pensato di comprarsi un trattorino invece di un tosaerba, perché tanto valeva fare la cosa più comoda visto che i soldi si dovevano spendere, e allora, dato che il trattorino è più comodo perché ti ci metti a sedere e chi s'è visto s'è visto, allora perché spendere i soldi per un tosaerba, che è più faticoso? Quindi Celè s'è comprato il trattorino.

Siccome ha il trattorino, spesso lo chiamano a falciare l'erba di altri giardini, e allora lui passa davanti a casa nostra con il trattorino al minimo, che fa un gran rumore ma va pianino, visto che è un trattorino e mica ha lo scopo di correre per strada. Così a volte lo vedo passare mentre io sto nella mia stanza a ricamare, vicino alla finestra, e lui va lemme lemme, di solito con la tuta, ché quando si fanno quei lavori magari ci si sporca, allora conviene mettersi sopra i panni qualcosa di adatto, appunto una tuta, come poi del resto fa mio fratello Giorgio quando va in officina, che si mette una tuta sporca e unta sopra i vestiti puliti. E così anche Celè ha una tuta, ma la sua tuta non è unta come quella di Giorgio, semmai macchiata di verde, visto che con il trattorino Celè ha a che fare con l'erba e non con i motori come mio fratello, e poi del resto manco si sporca molto Celè quando taglia l'erba, ché il trattorino è fatto con tutti i crismi, cioè non sparpaglia l'erba a destra e a sinistra, ma la taglia facendola cadere sul terreno delicatamente, e quando Celè falcia col trattorino, dietro si lascia una scia regolare d'erba tagliata di fresco che profuma di erba tagliata di fresco che profuma.

Io di Celè sono davvero innamorata, e io credo che lui lo sappia. Nel senso che è sempre stato molto gentile con me fin da quando eravamo piccoli, e mai e poi mai è successo che lui mi facesse pesare il fatto dei problemi, come è invece accaduto qualche volta con altri bambini, anche se in realtà io non me la sono mai presa molto, debbo dire la verità, perché si sa che i bambini sono così: con la lingua lunga, e se la lingua è lunga non sempre si riesce a trattenerla, e allora i bambini a volte dicono cose che sarebbe meglio non dicessero, cioè cose che potrebbero ferire un'anima sensibile, e ferire vuol dire far male, cioè dare dolore, ma io non me la sono mai presa perché i bambini sono anime innocenti e senza cattiveria, e poi, a dire il vero, non è successo troppo spesso che i bambini mi prendessero in giro, e comunque se questo in passato è successo, io ho sempre saputo cosa rispondere, proprio per il fatto che i miei mi hanno insegnato a non essere sprovveduta e ignorante, così che ho sempre saputo rispondere per le rime, e se uno sa rispondere per le rime, allora gli altri bambini lo lasciano in pace, ché allora non ci trovavano più gusto a ferire. Comunque sia, Celè mai e poi mai ha avuto qualcosa da dire sul mio conto, manco una risatina, e anzi mi ha sempre trattato con gentilezza. Perché lui è un'anima gentile, e se uno è un'anima gentile allora capisce che non è giusto provare gusto a ferire gli altri, e la sua lingua, anche se lunga, viene comandata dalla ragione, che insomma vuol dire il buonsenso, che poi sarebbe ciò che si dice la cosa migliore da fare, ché tanto tutti sanno sempre qual è la cosa migliore da fare, anche se poi in certi casi si decide di fare la peggiore, ma questa è una questione di scelta, e cioè un'altra storia, cioè voluta.

Così Celè mi ha sempre trattato gentilmente, e io credo sappia che io sono innamorata di lui da quando avevo sette anni, perché da quando siamo diventati ragazzi lui con me è più timido, ché infatti prima si giocava insieme eccetera eccetera, e invece da un certo momento in poi le cose sono cambiate, cioè è come se lui avesse messo le mani avanti, cioè Alt: adesso siamo grandi, le cose sono cambiate. E io non so se questo è accaduto perché ha capito che io sono innamorata di lui o perché un ragazzo a una certa età diventa timido e scontroso per forza di cose e mette le mani avanti, ma così è stato: a un certo punto Celè ha messo le mani avanti, e ora mi saluta gentilmente e si ferma a chiacchierare con me sempre gentilmente, ma c'è qualcosa in lui che dice Alt, e questo a me non piace perché io non vorrei che Celè mi dicesse Alt, bensì mi dicesse qualcos'altro, so io cosa vorrei mi dicesse, e quel che vorrei sentirmi dire tutte le ragazze innamorate, con o senza problemi, lo sanno cos'è.

Celè legge molto. Deve averne più di cento di libri, in casa, tanti sono quelli che gli ho visto fra le mani durante questi anni. L'ho visto leggere in autobus, l'ho visto leggere seduto sul balcone, d'estate, prendendo il fresco, l'ho visto leggere nel suo grande prato, sulla sdraio, l'ho visto leggere ai giardini, su una panchina. Celè legge molto. Sono libri piccoli e grandi, con le copertine colorate, disegnate, oppure copertine di un solo colore, a volte chiaro a volte scuro. Spesso tiene il libro con la mano sinistra, reggendolo in basso, nel mezzo, e con la destra lo sfoglia, girando la pagina dall'alto. Se legge in giardino, sulla sdraio, tiene invece il libro appoggiato al petto e le mani ai lati delle due pagine.

Non so che libri siano, che cosa ci sia scritto dentro. Tante volte ho provato a indovinare sbirciando le copertine, ma mai sono riuscita a capire. Solo una volta, che l'ho visto entrare in biblioteca con un libro in mano e poi uscirne senza, allora mi sono azzardata a entrare, ho salito le scale e sono andata dritta dritta in sala di lettura. Sulla scrivania del bibliotecario, il libro che poco prima Celè aveva in mano e che adesso aveva restituito. Mi sono avvicinata alla scrivania e mentre il bibliotecario era impegnato a scrivere una cosa su una scheda, ho preso il libro in mano. Si trattava di un romanzo poliziesco. Lo so perché l'ho chiesto in prestito io subito dopo Celè. Ho detto: Guarda guarda, proprio questo cercavo. Lo posso prendere in prestito? E allora il bibliotecario, che si chiama Gino e che conosco perché in un posto che è una cittadina quasi tutti si conoscono, chi più chi meno, e per di più Gino è un vecchio compagno di scuola della mamma, allora Gino ha alzato gli occhi dalla scheda e ha detto: Ma guarda un po'! Ti interessano i romanzi polizieschi? E io, con la faccia più semplice che potevo ho detto: Sì, perché? E allora lui ha preso una scheda nuova, ancora vuota, l'ha compilata con il mio nome, ché tanto non c'era bisogno di chiedermelo visto che lo sapeva, e tutti i dati lui li sapeva, a parte la data di nascita, e io l'ho detta per filo e per segno, e lui mi ha consegnato il libro. Così sono uscita dalla biblioteca con il libro in mano, ed era il libro di Celè. Adesso ce l'avevo io: l'avrei potuto sfogliare, leggere, e ogni riga Celè l'aveva avuta sotto gli occhi come adesso ce l'avevo io, e a ogni inizio capitolo lui aveva girato pagina, e io anche, uguale a lui, e solo alla fine avrei saputo chi era l'assassino, proprio come lui che fino alla fine non aveva saputo chi fosse l'assassino.

Ho provato a leggerlo come fa lui, reggendo il libro nel mezzo, in basso, con la sinistra, ma così mi stava scomodo, e ho preferito tenerlo aperto sul tavolo, le braccia incrociate di fronte al petto. Comunque sia, ho letto il libro che ha letto Celè, dall'inizio alla fine, dalla prima all'ultima parola, e mentre lo leggevo dicevo Questo l'ha letto anche lui, e a me questo bastava. Che poi era anche un bel libro, mica dico di no. Ché io libri polizieschi non ne avevo mai letti, e anzi a dire la verità io libri ne leggo pochi, e lo so che non si dovrebbe fare, che anzi bisognerebbe diventare amici dei libri, come dice il bibliotecario Gino che dei libri è davvero amico, e questo lo si vede da come li prende in mano, da come li sa tenere bene in mano, come se fosse naturale per lui tenerne sempre uno in mano: come ci fosse nato, lui, con un libro in mano. Eppure io coi libri non ho mai fatto amicizia, chissà perché. Anche la mamma dice che dovrei sforzarmi un po' di più a leggere, che se prendo il via poi mi rendo conto che ne vale la pena, ma per me è un grande sforzo, ché dopo un paio di pagine perdo il filo e debbo tornare indietro, rileggere diverse righe avanti per riacchiappare il senso, e così ci metto un secolo a leggere un libro intero, e questo mi viene a noia, perché se una cosa ti pesa, allora ti viene a noia e non ti va di continuare a farla. Però il libro di Celè, giuro, l'ho letto tutto, parola per parola, e quando è stato il momento di riconsegnarlo l'ho riconsegnato tutto letto, e allora Gino, che mi ha vista arrivare in biblioteca, ha detto: Allora, ti è piaciuto? E io ho detto Sì, niente male. E lui: Ne vuoi un altro in prestito? E io ho detto: No grazie, questo basta. E lui s'è messo a ridere, perché l'avevo fatto ridere, e io sono uscita dalla biblioteca a mani vuote, ché tanto era quello il solo libro che volevo leggere: perché quello era il libro di Celè.

Queste, io lo so, sono le cose che capitano a chi è innamorato. Quando mio fratello Giorgio tocca, che so, fa' conto una forchetta, mica sto a pensare: Questa forchetta l'ha toccata mio fratello Giorgio. Invece se la forchetta la toccasse Celè, io vorrei prenderla in mano, toccarla a mia volta, e dire: Questa forchetta l'ha toccata Celè. Così capita a chi è innamorato: diventi un po' scemo.

Metti Giorgio, quando ha conosciuto Elisa, anni fa: davvero sembrava impazzito, e a me dava addirittura sui nervi, mentre la mamma diceva: Abbi pazienza, è l'amore. Ma io pazienza non ce l'avevo, e anzi mi montava su la rabbia, ché se io dovevo andare in bagno, questo era sempre occupato da mio fratello che, o si faceva la barba, o si rimirava allo specchio facendo le boccacce o strizzandosi un brufolo in fronte, o si faceva un'ennesima doccia, e infatti era sempre una doccia ennesima quella che si faceva, perché se ne faceva in continuazione di docce in quel periodo, e ognuna era l'ennesima di un'altra, e quindi inutile, perché si puliva sul pulito.

Lui diceva: Non sentite anche voi? Puzzo ancora di grasso e di unto di motore! e si annusava qua e là, sentendo puzze che io non sentivo ma che lui aveva paura Elisa sentisse. In realtà era per via dell'innamoramento, mi spiegava mia madre, e allora bisognava aver pazienza, ma io, anche se sapevo che era tutta colpa del suo innamoramento, non riuscivo ad averla, tutta 'sta pazienza, e allora, quando proprio non ne potevo più, picchiavo alla porta del bagno e dicevo: Apri o butto giù la porta! e solo dopo un quarto d'ora di pugni Giorgio usciva, tutto lindo e pulito e profumato che faceva impressione, con quello stupido sorrisetto che in quel periodo aveva eterno sulle labbra, come se niente potesse infastidirlo, nemmeno il quarto d'ora di pugni che avevo dato alla porta: niente. Tutto, per lui, era bello e rose e fiori, come se tutto dovesse marciare così come marciava lui. Infatti, innamorati, si diventa scemi.


Una volta un ragazzo più grande di me mi ha dato un bacio. Eravamo ai giardini. C'era un albero cavo che dentro ci potevi entrare comodamente in due. Se la gente non ci avesse buttato fazzoletti di carta e coni gelato smangiucchiati, allora avresti potuto anche metterti a sedere per terra, lì dove la terra era sempre umida perché regnava l'ombra e faceva sempre fresco. Lì dentro nessuno poteva vederti e nemmeno sentirti, per cui ci potevi anche urlare, là dentro, e nessuno se ne sarebbe accorto. Era come stare in una grotta segreta: a me piaceva.

Giordano aveva più o meno gli anni di Celè, e cioè a quel tempo circa sedici. Non so perché, ma a un certo momento s'era allontanato dal gruppetto dei più grandi ed era venuto verso di me, che me ne stavo appena fuori l'entrata dell'albero cavo a giocare con uno stecchetto. Facevo salire le formiche sul bastoncino, poi mettevo il bastoncino a testa all'ingiù e m'inventavo che quello era il circo delle formiche: ed ecco a voi la formica equilibrista! Che poi la formica forse nemmeno si rendeva conto di ritrovarsi a testa all'ingiù, scendendo il bastoncino, perché lei come faceva a sapere che quella cosa che aveva appena risalito adesso improvvisamente era diventata una discesa? Comunque sia, io giocavo al circo delle formiche e Giordano mi si era avvicinato. I suoi amici erano rimasti dov'erano, cioè a una panchina, e ci guardavano.

Che c'è, chiesi, visto che Giordano mi si era messo di fronte e mi parava il sole, e adesso con tutta quella penombra non riuscivo più a individuare tra le altre la formica equilibrista che era appena scesa dal bastoncino, e allora la cosa mi aveva scocciato, cioè che Giordano fosse arrivato in un momento inopportuno, ché adesso dovevo trovare un'altra formica che le andasse di fare l'equilibrista, e mica è facile trovarne una, ché dopo un po' le formiche a fare i giochetti si stufano, cioè come si dice mangiano la foglia, e allora appena vedono il bastoncino avvicinarsi lo schivano, se ne vanno per un'altra strada, ché tanto sanno che quella non porta da nessuna parte, o anzi porta nello stesso punto di partenza, solo che così la strada si allunga, e allora le formiche, che non sono sceme, capiscono, e dopo un po' non ci cascano più. Così io ero scocciata per il fatto che Giordano aveva interrotto il mio circo, e volevo sapere per quale motivo l'aveva fatto. Per questo gli chiesi: Che c'è?, e lui disse, con le mani in tasca: Che fai? Giochi con le formiche? Sì, dissi io. Senti Paola, disse lui, lo sai che dentro l'albero cavo di formiche ce ne sono tantissime? Sì, dissi, lo so. E allora perché non giochi con quelle? chiese. Perché lì dentro è buio, dissi - perché così era. Ma no, disse lui, se hai un fiammifero e l'accendi, lì dentro non è più buio e puoi vedere quante formiche ci sono. Sono molto più grandi di queste, lo sai?, disse indicando col piede il formicaio sul quale ero chinata. Be'? chiesi io per capire cosa voleva da me. Be', fece lui, se vuoi te le faccio vedere io, quelle formiche. Ecco qui i fiammiferi, e tirò fuori dalla tasca dei calzoni una scatola di fiammiferi da cucina. Non mi va, dissi, visto che non mi piaceva la storia di entrare con Giordano nell'albero cavo. Ma dai, fece lui, tirandomi per un braccio, Non avrai mica paura? No, dissi io alzandomi in piedi. Non mi era piaciuto che Giordano mi avesse tirato per il braccio, e allora io lo avevo scansato e mi ero alzata da sola. Non ho paura, dissi, ma adesso non ci voglio entrare. Dai, fece lui, e siccome da lì all'entrata dell'albero cavo non c'era che un passo e io stavo di schiena, lui mi aveva dato una spintarella e io ci ero finita dentro. Sentii un rumore, il fiammifero che si accendeva, poi, nel buio, vidi la faccia di Giordano. Vedi quante formiche?, chiese, ma io non le vedevo le formiche, e anzi mi ero messa con le spalle contro il legno dell'albero, e vedevo solo la sua faccia illuminata dal fiammifero da sotto in su, ché a me questa storia non piaceva, e allora gli dissi: No, non le vedo, e lui disse: Vieni più vicina alla luce, che così le vedi meglio. E così dicendo aveva buttato il fiammifero e ne aveva acceso un altro, e invece di andargli io vicina, fu lui a venirmi vicino, e poi il fiammifero si spense e lui mi diede un bacio. Durò poco, poi capii che era uscito di corsa.

Da dentro non si sentiva niente, da fuori non arrivava alcun rumore, attutito dal legno dell'albero. Stetti ancora lì per un po' prima di uscire. Non volevo ritrovare Giordano fuori l'entrata dell'albero: non volevo vederlo. E difatti non lo vidi, perché quando finalmente mi decisi a uscire, né lui né i suoi amici c'erano più, e allora io corsi a casa, e quella cosa io me la ricorderò per sempre perché a me non era piaciuta, ché era un bacio con l'inganno, e a me queste cose non piacciono proprio perché c'è l'inganno, e allora io a giocare vicino all'albero cavo non ci sarei andata mai più, ché tanto di formicai ne avrei trovati fin che ne volevo anche da altre parti, anche sul marciapiede, tra le pietre di un muretto, intorno a un'aiola.

Dopo quella volta Giordano non mi ha più salutata, non so perché, forse perché sapeva che aveva fatto una cosa che non doveva fare. Comunque sia, Giordano a me non mi saluta più, nemmeno adesso, ché ormai c'è l'abitudine fra di noi di non salutarsi, e questo da quella volta del bacio nell'albero cavo.

Che poi io non so se questo era stato approfittarsi, come disse la mamma quando glielo raccontai, perché io glielo raccontai, visto che, appena salita in casa, lei capì subito che c'era qualcosa che non andava, e doveva essere la mia faccia ad averglielo fatto capire. Ma guarda un po' come vanno ad approfittarsi!, fece, ed era molto arrabbiata, ma poi si calmò e disse: Forse non è il caso di farne un dramma: forse è stata solo una sbruffonata e nient'altro. Anzi, mi disse, vieni qua. Così io mi misi a sedere sulle sue ginocchia, e lei mi spiegò cose importanti, che sono quelle che dicevo, e cioè che uno non deve farsi ingannare, che se in futuro mi fosse ricapitato allora avrei dovuto essere più sicura e decisa e non farmi fregare. Che poi, dissi io, mica sarebbe stato facile con Giordano: era molto più grande di me e gli era bastato darmi una spintarella per farmi ruzzolare dentro l'albero cavo. Io, cosa avrei potuto fare? La mamma mi spiegò che non si trattava di una questione di muscoli bensì di cervello, cosicché mi fosse successo di nuovo avrei saputo cosa fare. Comunque, anche se adesso sapevo cosa fare, volevo che una cosa del genere non mi ricapitasse mai più. Ché quella volta mi ero sentita proprio male: non avevo potuto far niente perché quel bacio non capitasse. Sentirsi così era come non sentirsi. Perché io quel bacio mica l'avevo dato io a Giordano: era lui che me l'aveva dato. Io, non ho mai baciato nessuno.

Quando avevo preso in prestito dalla biblioteca il libro di Celè, la mamma ci aveva sperato che mi mettessi finalmente a leggere qualche buon libro, e infatti mi aveva subito comprato un paio di romanzi che lei diceva belli, e io ero stata contenta perché a un regalo non si guarda in bocca visto che è un regalo. Uno era una storia d'amore, e già si capiva dalla copertina, dove c'erano due che si abbracciavano, l'altro la storia di una famiglia di conigli, ma la mamma disse che quello era simbolico perché in realtà si trattava di conigli come fossero persone. Comunque io non li ho letti. Stanno in camera mia, sul comodino, ma non li ho letti.

La mamma deve aver capito che sotto a quel prestito della biblioteca bolliva qualcosa, che il libro non l'avevo preso in prestito così, tanto per leggerlo, ma che sotto sotto c'era dell'altro, e cioè le scemenze che fai quando sei innamorato.

Lei non lo sa che io sono innamorata di Celè da quando avevo sette anni, e questo perché non gliel'ho mai detto. Il perché non lo so, visto che le ho sempre raccontato tutto. Tutto eccetto questo. Di solito le dico ogni cosa che mi capita e anche tutto ciò che mi passa per la testa, e anzi questo è proprio uno dei sintomi del mio problema: che non so stare con la bocca chiusa. Spesso infatti debbo parlare, e io capisco anche che a lungo andare tutto questo mio parlare può venire a noia, ma tante volte è più forte di me, perché è come se i miei pensieri, anziché esser solo pensati, dovessero parlare. Questo non capita ogni giorno, e anzi in certi momenti, quando ad esempio io e la mamma siamo sole in casa a lavorare, io a ricamare, lei a rammendare o leggere una rivista, allora mi piace anche il silenzio fra di noi. Poi però ci sono altri momenti in cui devo parlare e non ne posso fare a meno, e così dico tutto quel che penso, e anche quello che non penso ma che mi passa per la testa in quel momento, e lo so che a volte posso anche scocciare, ma io non posso farci niente.

A Giorgio questo rompe, sopratutto quando torna a casa dal lavoro la sera ed è stanco. A lui, tutto il mio parlare lo fa stancare ancora di più, dice. E allora era meglio starsene ancora in officina, invece di doversi sorbire questa palla che sarei io. La mamma, quando questo accade, gli dice: Ci vuol pazienza, e mi chiama di là in cucina per aiutarla a preparare la tavola, e io vado sì ad aiutarla, ma non sono contenta perché io vorrei parlare a Giorgio e non a lei, ma Giorgio è stanco e non riesce a concentrarsi su quello che dico, e questa cosa dev'essere un po' come il fatto che capita a me quando cerco di leggere una storia e perdo il filo, e se perdi il filo allora non puoi andare avanti, oppure, se vai avanti, ci vai così tanto per fare, ché ogni parola è come se non esistesse, corre via, è staccata dalle altre e non significa nulla.

C'è stato un periodo in cui questo fatto di parlare parlare non finiva mai. C'era ancora il babbo e mi ricordo che non riuscivo più a fermarmi. Parlavo, parlavo, parlavo, e più parlavo, più mi venivano in mente cose da dire, e non potevo fare a meno di dirle. Ma i pensieri corrono veloci e le parole vanno più piano, così io cercavo di dire tutto quello che pensavo, ma le parole che mi uscivano dalla bocca erano pezzi di parola e pezzi del nuovo pensiero che stavo pensando. Non dovevo far caso a quello che dicevo, ché sennò i pensieri se ne uscivano ancora più veloci e io perdevo il filo, e allora se perdi il filo hai perso tutto.

Quel periodo era durato parecchio, giorni e giorni direi. C'era il babbo, e il babbo era preoccupato. Quando tornava a casa dal lavoro la prima cosa che diceva entrando in casa era: Ha fatto così tutta la mattina? La mamma faceva di sì con la testa e lui ciondolava la sua, e lo vedevo che si preoccupava. Io glielo avrei voluto dire di non preoccuparsi, che io in quel momento dovevo seguire i miei pensieri, e ci provavo anche a dirglielo, ma forse non riuscivo a spiegarglielo come si deve, e lo vedevo sempre più preoccupato.

La mamma non avrebbe voluto -questo me lo disse- e neanche il babbo, ma quando si arriva a un certo punto le decisioni bisogna pur prenderle nella vita, e quella volta si era arrivati a quel certo punto, e siccome io non ero in grado di prendere decisioni, le presero loro per me, e questo fu fissare un appuntamento urgente, fare una visita, ingoiare per un mese, pranzo e cena, delle pillole rosa e delle pillole gialle che dovevo buttar giù con un sorso d'acqua. Mamma non avrebbe voluto perché, diceva, dovevano pur esserci mezzi alternativi. Papà, invece, diceva È tutto inutile. Inutile in realtà non fu, perché io, nel giro di qualche giorno, iniziai a parlare di meno, e anzi a parlare pochissimo, e quando parlavo era proprio perché volevo dire qualcosa, non perché seguivo i miei pensieri. E anche se non mi piaceva l'idea di dover buttare giù pillole rosa e gialle, ero contenta di non dover più parlare così tanto: perché ero stanca, avevo la testa che mi bolliva in quei giorni, e la gola sempre secca dal tanto parlare. Perché quando cerchi di seguirli tutti, i tuoi pensieri, e poi alla fin fine non ci riesci, allora è come se dentro si formasse una cosa che ti fa male dappertutto, e questa è l'angoscia, e io in quei giorni mi sforzavo più che potevo di dire tutto quel che pensavo ma non ce la facevo, e questo era l'angoscia.

Le pillole servirono a farmi stare più calma, forse troppo, perché adesso mi sentivo depressa e non volevo quasi più parlare. Ero dimagrita. Tutte le energie le avevo messe nel parlare e avevo consumato le forze nel rincorrere i miei pensieri, e poi avevo dormito pochissimo, visto che non avevo mai tempo di farlo, e anzi quando stavo per addormentarmi i pensieri si facevano ancora più veloci e sfrecciavano di qua e di là in tutte le direzioni, e io, per cercare di fermarli nelle parole, facevo uno sforzo tremendo e non trovavo il tempo per dormire.

Poi mi ripresi. Questi momenti brutti mi sono poi di nuovo tornati, ma mai per così tanti giorni, e ogni volta la mamma mi ha subito dato le pillole rosa e gialle e tutto è tornato come prima. A parte questo, a me parlare comunque piace, ma questo rientra nella norma di chi ha i miei stessi problemi, e allora se ogni tanto parlo troppo, questo non è grave, semmai palloso per chi, come mio fratello Giorgio, torna stanco dal lavoro, e allora lui la testa ce l'ha già piena dei suoi pensieri e mettercene altri capisco può essere un problema. Ma io non ce la faccio: è più forte di me e debbo parlare.

Invece con Celè parlo poco, e non mi è mai capitato di parlargli dei miei pensieri. Chissà perché: forse perché sono innamorata e quando lo incontro mi si bloccano sia i pensieri sia le parole.

Ci salutiamo. Lui è gentile. Abita ancora con i suoi. Di lavoro fa il ferroviere. Nei giorni liberi falcia i giardini. Che faccia il ferroviere non significa necessariamente che vada sui treni, e infatti vuol dire che lavora in ferrovia, e per la precisione in stazione. Il suo lavoro è quello di dire È in partenza il treno per x sul binario y, oppure Avviso ai passeggeri: lui, di lavoro, fa di parlare in un microfono e dire cose ad alta voce, che tutti sentano. Uno che deve parlare perché tutti sentano deve avere una bella voce, e difatti lui la bella voce ce l'ha, direi armoniosa. Quando Celè parla nel microfono tutti si fermano: i passeggeri, i macchinisti, i capostazione, gli addetti alle pulizie, perché quello che dice Celè è un messaggio. Quando Celè ha finito di parlare, tutti riprendono le loro faccende.

Celè deve aver trovato il modo di poter leggere anche quando lavora, perché quando esce di casa la mattina ha sempre un libro sottobraccio, solo che, dico io, deve leggerlo a pezzi e bocconi, tra un annuncio e un altro, e io penso che a lui leggere deve piacere davvero parecchio se riesce a farlo anche tra un annuncio e un altro, e chissà come fa a non scordarsi le poche righe che ha avuto il tempo di leggere e riprendere il segno dal punto giusto: deve metterci il dito, sulla pagina, fin dove è arrivato, se riesce poi subito a ritrovarlo. Sta davanti a un computer che gli fa capire quali sono i messaggi che deve dare, e allora lui subito accende il microfono, parla, lo spegne, poi forse riprende a leggere.

Neanche Celè saluta Giordano quando lo incontra. Ci ho fatto caso una volta che ero alla finestra della mia stanza e Celè stava passando col trattorino. Passava Giordano con sua moglie, ché lui si è sposato con la Luisa, che è venuta a far dottrina con me giù dalle suore e ha più o meno la mia età, qualche anno di più forse, ma adesso è una signora che ha già tre figli, uno ancora in passeggino, e il quarto deve nascere, e mia madre dice che Luisa non ha perso tempo e che fa sempre quel mestiere. È difficile vedere Giordano e Luisa passeggiare insieme e da soli, e semmai vedi Luisa carica di buste della spesa che con una mano spinge il passeggino, mentre gli altri figli corrono avanti e indietro sul marciapiede, e lei dice Vieni qui, stai fermo, torna indietro, stai zitto, eccetera eccetera, sempre accaldata, anche d'inverno, per la fatica che fa con tutti quei marmocchi e la spesa. Che poi quando facevamo dottrina, Luisa si chiamava Acciuga, perché era molto secca, e invece ora che è una signora a nessuno verrebbe più in mente di chiamarla così. Insomma, caso vuole che Giordano passasse con sua moglie e senza nemmeno un figlio per strada proprio mentre Celè sfilava in trattorino per andare a falciare l'erba di un qualche prato. Be': non si sono salutati. Come niente fosse: Giordano ha continuato a guardarsi le scarpe mentre camminava lungo il marciapiede, Luisa, a braccetto del marito, si è voltata verso la strada nel momento in cui Celè passava loro di fianco e gli ha fatto un sorriso. Celè le ha fatto un cenno con il mento, ma con Giordano non si è salutato. Però erano dello stesso gruppo, lì ai giardini, quando eravamo piccoli, e mi ricordo di averli visti tante volte insieme, loro due soli o con altri, a tirar di fionda ai pipistrelli, al tramonto, o a parlottare di questo e di quest'altro, va a sapere di che cosa, ridacchiando. Fino a quel giorno non ci avevo fatto caso che Giordano e Celè non si salutavano più. Proprio come due che non si fossero mai visti o conosciuti: proprio come due che s'ignorano a vicenda.


Quella volta che Giordano m'ha baciata, lui, Celè, nel gruppetto degli amici sulla panchina vicino all'albero cavo non c'era. Non so se era poi venuto a sapere del fatto del bacio, e io per tanto tempo ho sperato che no, perché me ne vergognavo. Perché non avrei voluto che uno che non era Celè mi baciasse, anzi a quel tempo nemmeno mi sognavo che Celè mi baciasse: mi bastava incontrarlo e vederlo e questo era quanto di più bello potesse accadermi in tutta una giornata. Non volevo lui sapesse che Giordano m'aveva baciata: speravo proprio non lo venisse a sapere. Più tardi ho invece cercato d'immaginarmi le cose in modo diverso: che Celè fosse venuto a sapere del bacio e ci avesse litigato, con Giordano. In effetti così potrebbe anche essere accaduto: Celè è un'anima gentile, e forse anche a lui, come a me, queste cose di forza non piacciono, ché - sono sicura - se fosse stato lui al posto mio, anche lui ci sarebbe stato male. E così m'immaginavo la scena, speravo fosse quella la verità: che Celè era venuto a sapere di quello che Giordano mi aveva fatto e che si fosse arrabbiato, gli avesse detto Sei uno schifoso, e da quel giorno gli avesse tolto il saluto, e per sempre. Io ci spero che questo sia accaduto, ma non lo so con esattezza, e così posso solo immaginarmelo.

Che poi ho provato anche a immaginare che nell'albero cavo non ci fosse stato Giordano, ma Celè, ché allora la cosa sarebbe stata diversa, ma talmente diversa che non sarebbe neppure potuta accadere. Perché io lo so che Celè non mi avrebbe mai ingannata con la storia delle formiche per farmi entrare e darmi un bacio, e magari poi vantarsene con gli amici. Perché è questo che credo sia successo con Giordano, e io ci ho pensato ben bene: ho avuto tanto tempo per pensarci e sono arrivata a questa conclusione: che Giordano l'avesse fatto per vantarsi con gli amici, che ci aveva fatto su una scommessa, che avrebbe baciato Paola, e può anche darsi che quella volta la scommessa l'abbia pure vinta, ma di sicuro qualcosa ha perso, e se quello che mi sono immaginata è vero, allora s'è perso un amico, s'è perso, e non so se ne sia valsa la pena, ché secondo me conveniva rimanere amico di un tipo come Celè piuttosto che prendersi un bacio da una ragazzina coi problemi che ancora non sapeva che bisogna sapersela cavare nella vita. Ché mia madre non me l'aveva ancora spiegata tutta, ma a quel punto era giunto il momento, e mia madre quella volta me l'ha detto papale papale come vanno le cose della vita.

Ché tanto Celè non mi avrebbe mai e poi mai attirata nell'albero cavo con l'inganno, e nemmeno mi avrebbe dato una spinta per farmici entrare. Però mi piace pensare che sia stato lui a darmelo, il bacio, e allora in quel caso io glielo avrei restituito. Ché in quel caso, allora, non sarebbe stato solo un avere, ma io penso anche dare.


La mamma e il babbo di Celè sono anziani. Non hanno altri figli oltre Celè. Hanno abitato tanti anni in Francia, dove suo padre lavorava in miniera e sua madre si occupava dei pasti dei minatori. Poi suo padre si era ammalato e avevano deciso di tornare in patria. Con i soldi che erano riusciti a mettere da parte avevano comperato nel loro paese d'origine quella casa che adesso abitano. Dico paese perché quand'erano partiti questa cittadina era un paese e non una cittadina, e - così mi hanno raccontato - c'erano sì e no quattro case, la chiesa, lo spaccio. Poi, durante il periodo che loro hanno trascorso in Francia, da paese il paese era diventato un paesotto, con altre case, una scuola, una farmacia; quindi una cittadina, con l'ufficio postale, negozi di scarpe e vestiti, strade sempre più trafficate. Ed è così infatti che me la ricordo io la cittadina di quando ero piccola e la famiglia di Celè era appena rientrata in patria: mi ricordo il lattaio che ti portava il latte con il bidone, e bussava alla porta, e mia mamma mi mandava giù con il pentolino da riempire, che dopo lo dovevi far bollire, il latte, e stare all'erta che non schiumasse fuori; e l'arrotino che passava giù in istrada e chiamava per farsi sentire; e lo straccivecchi; e il carbonaio che aveva il deposito al pianoterra di un palazzo a due piani poco distante da casa mia e che vedevo tutto nero di carbone, con la canottiera sempre sudata, caricare i sacchi sulla carriola per andarli a consegnare; e l'acquaiolo, che portava l'acqua potabile con la cisterna, e allora in casa si tenevano sempre due taniche pulite proprio per farsele riempire; e il cartonaio, che andava a cercar cartoni, e se glieli mettevi da parte allora ti dava un tanto al chilo, e poteva scapparci anche un gelato se riuscivi a racimolarne abbastanza.


Poi la cittadina era ancora cresciuta, allargata. Al lattaio si erano sostituiti i cartoni del latte triangolari che potevi comperare prima al generi alimentari poi al supermarket; il figlio dell'arrotino aveva aperto una coltelleria, così che tu, se avevi forbici e coltelli da affilare, andavi al negozio e lui te li arrotava; gli stracci vecchi non si tenevano più in casa, ché ingombravano gli appartamenti, adesso sempre più piccoli; al carbone era stato sostituito il gas, prima nelle bombole, poi quello di città, cioè per tutti e dappertutto, e al posto del magazzino del carbonaio era stato costruito un palazzo a sei piani, tutto marrone, e al pianterreno, lì dove una volta veniva ammucchiato il carbone, era stata aperta una boutique; l'acqua arrivava in tutte le case, e dicevano adesso potabile, senza schifezze nocive dentro, direttamente da una fonte, e tu se ci credevi la bevevi, se non ci credevi non la bevevi e compravi quella certificata nelle bottiglie, che prima erano di vetro, poi sono state di plastica, poi di nuovo di vetro, e per farla più buona potevi metterci le cartine, prima una e poi l'altra, agitavi la bottiglia, lasciavi riposare, poi stappavi e l'acqua adesso aveva il sapore; carta e cartone iniziarono a essere raccolti nelle apposite campane, ma ci fu un momento in cui le campane per la raccolta della carta non erano state ancora previste e nessuno sapeva che farsene di tutta quella carta e di quel cartone che si accumulava in casa, e così tutti lo buttavano nella spazzatura e fine, come fosse un rifiuto, perché quando c'era ancora il cartonaio almeno un rientro economico c'era, ma adesso che non passava più, la gente non vedeva il motivo per cui doveva perder tempo a raccogliere robaccia.

Adesso la cittadina è grande. Ci sono tante strade, i bar, i ristoranti, gli alberghi, i negozi, gli ipermercati, le officine e le palestre. C'è stato un momento che c'erano due cinema, adesso ne è rimasto uno solo. E un momento che avevano aperto un centro sociale al posto del vecchio dancing, ma dalla primavera scorsa ci hanno inaugurato un centro commerciale. Nella nostra cittadina adesso ci sono le banche, le gioiellerie, una lavanderia a gettoni proprio come in America, e se vuoi ordinare una pizza per cena puoi farlo anche per telefono, che te la portano a casa in motorino in un battibaleno.

Il babbo e la mamma di Celè, quando sono tornati in paese, non hanno più trovato un paese, ma una cittadina. Devono essere rimasti stupiti di fronte a tanti cambiamenti. Che poi, se le cose cambiano mentre ci sei, allora i cambiamenti non ti fanno tanto effetto perché li vedi progressivi, mentre se qualcosa cambia mentre tu non ci sei, allora quando te ne accorgi questo ti sbalordisce, tipo che ti senti spaesato, che forse vuol dire proprio questo, cioè fuori dal paese. E infatti loro, quando sono tornati dalle miniere della Francia, con un figlio di tredici anni e i soldi giusti per comprarsi una casa a due piani con giardino, si sono trovati proprio così: senza più il paese.

Il punto croce è uno dei punti più antichi, e nella mia enciclopedia del ricamo c'è scritto che è conosciuto in quasi tutto il mondo ed ancor oggi è molto usato per la sua facilità e versatilità. È popolarissimo: lo conoscono bene in Scandinavia, in Grecia, nell'Europa orientale, in Romania e in Ungheria. I motivi e i disegni a punto croce sono stati tramandati di generazione in generazione come il folklore. Ogni paese ha i suoi colori preferiti: per esempio il punto croce polacco viene ricamato con un filo rosso scuro, mentre quello ungherese con una combinazione di fili neri, blu, rossi e verdi.

Il punto croce è formato da due punti obliqui: uno eseguito in una direzione, l'altro nella direzione opposta, ad angolo retto sopra il primo. Una croce appresso all'altra, si formano così delle aree di ricamo compatte.

Il punto croce si esegue su tessuti a trama regolare, poiché ogni croce deve formare un quadrato perfetto. Per ricamare a punto croce su un tessuto molto leggero come l'organdis bisogna imbastire del canovaccio sull'area da ricamare: il punto croce va eseguito sopra il canovaccio, quindi uno alla volta i fili del canovaccio vengono tirati via, lasciando il ricamo scoperto.

Quasi tutti i fili da ricamo sono adatti per il punto croce, sopratutto il cotone perlé numero otto, che essendo lucido fa un gran bell'effetto, ma vanno bene anche il filo da ricamo a mano, il filo da ricamo in lana, il cotone mouliné e quello lanato.

Io tutte queste cose le so perché sono il mio lavoro, e visto che la mia è una professione, è giusto conoscere bene quel che si vuol professare. Ogni lavoro ha bisogno di una certa professionalità: fa' conto mio padre, che di lavoro faceva l'autista delle corriere: lui di cose ne doveva sapere: di motori, di itinerari, di orari, di fermate, di biglietti. E poi doveva stare attento, ché il suo era un mestiere con la responsabilità, mica scherzi. Io tutt'al più potrei bucarmi un dito, e se per caso un lavoro non mi venisse alla perfezione (ma questo io spero non capiti mai) non sarebbe poi la fine del mondo: perché a tutto si può rimediare, eccetto gli incidenti gravi, ché se a repentaglio c'è la vita, allora la cosa è diversa: non è come bucarsi un dito con un ago, che poi, come specificato nella mia enciclopedia del ricamo, l'ago migliore per il punto croce è quello a cruna grossa e punta arrotondata, per cui è difficile pungersi con un ago del genere. Oppure il mestiere di Celè: anche lì c'è una certa responsabilità: ad esempio se ti scordi di dare un annuncio potrebbero nascere guai, forse anche seri. Insomma: il proprio lavoro bisogna saperlo fare con tutti i crismi, cioè bene, o per lo meno metterci tutto l'impegno possibile, la buona volontà, l'esperienza, l'abilità e tutto quello che ci vuole, a seconda del caso.

Come fare il genitore, ad esempio: la mamma lo dice sempre: anche questo non è facile: è come un lavoro, anzi è un lavoro. Ché allora di responsabilità ne hai a bizzeffe: fa' conto quello che insegni a un bambino: lui dopo cresce con quello che un genitore gli ha insegnato perché si fida del suo genitore, pensa che tutto quello che dice sia la verità, che il suo genitore sia la verità in persona. E fai conto che poi, da grande, viene a scoprire che quello che il genitore gli ha detto verità non è: allora lui ci rimane male, ha la delusione, impara a conoscere la sfiducia. Per questo mia mamma mi ha sempre detto tutto, senza misteri: perché per lei fare il genitore è un mestiere, anzi di più, perché di mezzo c'è anche la questione dell'amore materno e dell'affetto, e se di mezzo ci sono anche queste cose, allora si tratta di un lavoro davvero importante, da dover fare con tutti i sentimenti, cioè benissimo.

Se fossi stata Vera, l'ho detto, forse a una certa età avrei anche fatto un figlio. Questo perché, se si ha la fortuna di esser nata donna, sarebbe un peccato non far figli visto che si può. Un uomo no che non può, ma per sua fortuna ha almeno la possibilità di fare il padre, che è già qualcosa, anche se io credo non sia come avercelo in pancia un figlio per tutto quel tempo e sentire che il tuo corpo si trasforma. Perché il corpo di una donna è come se si sdoppiasse: cioè da uno diventerà due, e questo se ci pensi è proprio una cosa incredibile, che ancora non mi sta nella testa: che una donna da una diventa due, e dopo torna di nuovo una ma in più c'è un altro, e questo è suo figlio.

Così, se fossi stata Vera, forse avrei fatto un figlio. E se fossi stata Vera avrei saputo organizzarmi: avrei allattato al seno perché così è giusto che sia, ma di sicuro al sesto mese avrei iniziato lo svezzamento, di modo tale che pian piano avrei potuto riprendere il mio lavoro come public relations o giù di lì, e avrei lasciato il bambino nelle mani di una brava baby-sitter, prima soltanto per qualche ora al giorno, poi sempre di più, cosicché avrei potuto riprendere la strada della mia carriera, perché sennò mi sarei sentita una donna frustrata che non fa altro che cambiare pannolini e preparare pappine e giocare a giochini. E senza ombra di dubbio avrei avuto una donna di servizio, che più che donna di servizio sarebbe stata una specie di governante che avrebbe badato alla casa e fatto anche la spesa, e controllato che la baby-sitter facesse il suo dovere e lo facesse bene. Praticamente una donna di fiducia, magari di una certa età, vedova, di famiglia. Casa e bambino sarebbero state in buone mani, e anche la carriera. Tutto a posto: nemmeno una grinza.

Questo se fossi stata Vera, ma io non sono Vera, e anzi sono Paola, e ho i problemi, per cui tante volte me lo sono chiesta, io, se sarebbe giusto che facessi bambini. A parte il fatto che ci vorrebbe un uomo con il quale fare bambini, perché, quando manca la materia prima, è impossibile ottenere un prodotto finito: fa' conto mi mancassero aghi e fili: come farei a fare un ricamo? Ci sarei io, che potrei ricamare, ci sarebbe la tela da ricamare su cui far crescere il ricamo, ma senza ago e filo, come potrei lavorare, creare un prodotto finito?

Quindi il problema non si pone, e caso mai posso solo immaginare che, se fossi stata Vera, un figlio l'avrei potuto fare, visto che, verso i trenta-trantacinque anni, lo sfizio me lo sarei potuto togliere. Ché io ero Vera: mica una qualunque, e allora avevo la voce sensuale e tutte le cose a posto, e per di più la carriera sulle spalle e un sacco di conoscenze, e vai a vedere se non sarei riuscita a rintracciare, tra tutti quei conoscenti, un buon padre per un buon figlio.

Perché io avrei un sacco di esigenze in più in fatto di bambini, rispetto a Vera. Intanto, per prima cosa, un uomo che non avesse problemi, visto che ci sono già io e questo basta e avanza. Poi che quest'uomo riuscisse a sopportare le mie parole e i miei pensieri anche quando ne ho molti che mi girano per la testa, che mi stesse ad ascoltare. Quindi che potesse essere un buon padre, perché se un uomo avesse le due prime qualità ma non questa, allora io figli con lui non li farei comunque, ché non mi andrebbe di avere un figlio con un uomo che non è il padre giusto. Ché io lo so cosa vuol dire esser nati fortunati come sono nata fortunata io, e questo non me lo scorderò mai vita natural durante. Perché è facile fare i paragoni con chi sta meglio di te: prova invece a farli con chi sta peggio: allora vedi che bella differenza, dice la mamma. Allora sì che capisci come sei nato fortunato!

Insomma, da Paola come sono, di esigenze ne avrei tante, e io penso non sarebbe una cosa facile, sempre ammesso che quest'uomo che vorrei fosse il padre dei miei figli - cioè Celè - si innamorasse di me. Ché lui sì, sono sicura sarebbe l'anima giusta, quella mia gemella: cioè uno che risponde alle mie esigenze, cioè senza i problemi, gentile, buon padre. E che sarebbe un buon padre, io ci scommetterei: non so perché, ma ci scommetterei. Dev'essere per come si è sempre dimostrato gentile verso di me dal giorno in cui è arrivato in paese ed è venuto a giocare con noi ai giardini.

Quand'è arrivato, Celè parlava ancora quasi solo il francese: d'italiano sapeva sì e no tre quattro parole, ma presto ha imparato. Solo la erre gli è rimasta moscia - bleso si dice correttamente - ma questo non è un problema, ché anzi questa sua erre poco arrotata gli dà un'aria sofisticata, e quando parla nel microfono della stazione le parole "binario", "ritardo", "signori passeggeri", gli vengono fuori in un modo così elegante e francese da far tenerezza, ché sempre vorrei sentirlo parlare, qualsiasi parola, con quell'erre sua francese.

Lì ai giardini si stava tutti insieme. Si giocava, si scherzava, chi più chi meno. C'erano i timidi, gli sbruffoni, i solitari, i gruppettari, c'erano Celè, Giordano, il Lele, Sandrina detta Milli, il Baco, Vince, Giovanna, mio fratello Giorgio, io e tanti altri. Poi eravamo cresciuti e ai giardini non ci si andava più. Ora c'erano la dottrina, l'oratorio, il bar, le vasche per il corso, il cineforum, la discoteca. Adesso toccava a mia sorella Federica e ai suoi amichetti stare ai giardini. Noi eravamo cresciuti, chi prima chi dopo, e tutti avevamo lasciato il posto ad altri più piccoli, ché così ai giardini di bambini ce n'erano sempre, ma anno per anno si rinnovavano, ché ne arrivavano di nuovi e quelli cresciuti se ne andavano.

Io, per quanto mi riguarda, dopo i giardini parecchio tempo l'avevo passato giù dalle suore, e precisamente in una delle stanze più grandi del convento, quella che loro usavano come locale per ricamare.

Iniziavano a ricamare appena faceva l'alba, e facevano lavori stupendi: a fili distesi, a petali, a triangoli, punti annodati, catenella, catenella annodati, punti corallo e corallo doppio, croce e mezzo punto, erba, erba annodato ed erba rovesciato, nido d'ape e finto nido d'ape, indietro, lanciato, margherita, mosca, ragno, a onde. E orli a giorno (a colonnette, incrociati, italiani), punti piatti e punti pieni. E smerli, e punti smock e finti punti e punti tessitura. Ricamavano con nastri, con il tombolo, in argento e in oro. Facevano ricami Mountmellick e su fili contati.

La stanza era fresca d'estate, calda e accogliente d'inverno. Tutte le suore che ricamavano portavano occhiali e mentre ricamavano sorridevano. Sembravano non essere mai stanche di ricamare e anzi di farlo sempre con piacere. Mi piacevano quei loro volti distesi malgrado le ore e le ore di lavoro, gli occhi chini sulla tela, le reni stanche per mantenere sempre la stessa posizione. Ma sembravano sempre tranquille, contente, liete, in pace con se stesse e dio e il mondo intero. Insieme a me qualche altra bambina, mandata come me a imparare il mestiere, ma quasi nessuna resisteva molto a lungo, e anzi presto si stancavano di tanto ricamare e per la pazienza che ci vuole in questo mestiere. E così spesso trascorrevano mesi interi in cui ero l'unica loro allieva, e io sola, con le suorine - suor Zita in particolare, che era quella che più mi seguiva, mi insegnava, consigliava, sorrideva - restavo nella grande stanza del convento, fresca d'estate, calda d'inverno.

Pregavano. Ogni tanto, come se improvvisamente fosse arrivato il momento di farlo - quello fosse il momento e non un altro - una di loro iniziava a pregare, e immediatamente le altre le si univano in coro. Le loro voci erano dolci, sembravano un canto, una nenia, una ninna nanna. Io continuavo a ricamare in silenzio, ché non mi era permesso parlare mentre lavoravo, e le stavo ad ascoltare. E le loro preghiere erano un suono piacevole, una canzone di cui non capivo le parole ma che infrangeva le intere mezz'ore di silenzioso e alacre lavoro.

Quando tornavo a casa raccontavo alla mamma quello che avevo imparato, le facevo vedere, improvvisavo un punto nuovo su un vecchio tovagliolo per mostrarle quante cose avevo imparato quel giorno. E avevo una gran voglia di parlare, di raccontare, dire qualsiasi cosa. Chissà: forse la mia era una reazione dopo tutte quelle ore di silenzio con le suore, o forse perché ero contenta di imparare, ché questo mi faceva sentire importante e grande, grande come tutti gli altri bambini, quasi non esistessero più differenze tra me e gli altri, e che fossimo tutti uguali: tutti cresciuti nello stesso modo e nello stesso momento, senza problemi.

Dopo le medie, Celè era andato a studiare in città. Ci andava con il treno. Faceva le superiori. Lo vedevo la mattina uscire di casa molto presto e dirigersi verso la stazione con i libri legati con il laccio. Tornava a casa che erano le due e mezzo passate. Usciva poco di casa. Studiava.

Appena arrivato in Italia aveva dovuto ripetere qualche classe per imparare bene la lingua e mettersi al pari degli altri ragazzi, così aveva perso qualche anno e aveva iniziato le superiori che era già grande. Però era bravo: lo sapevo dalle chiacchiere di mia madre con le altre madri giù ai giardini o al negozio di alimentari: era un ragazzo che s'impegnava, ce la metteva tutta, e in poco tempo si era messo al pari, tale e quale gli altri della sua età.

Durante quegli anni lo vidi poco: lui a scuola o a casa a studiare, io o a casa o dalle suore. Lui imparò a costruire cose elettriche, a intendersene di valvole e transistor, di schemi elettrici e di impianti, io di trame e di filati, di punti e di tessuti. E anche di come scegliere le patate giuste per preparare un buon purè, qual è il modo migliore per mandar via le macchie di biro dai tessuti di cotone, come si condisce un'insalata, ogni quanto si debbono cambiare le lenzuola al letto: ché era mia mamma che mi insegnava tutte queste cose, mentre con lei facevo le faccende.

Vedi Paola, diceva mia madre tirando giù la riversina del lenzuolo, Bisogna saper fare più o meno tutto nella vita, che così non ti trovi svantaggiata, perché saprai sempre come cavartela.

Sembrano cose sciocche, mi diceva, Ti chiederai: che me ne importa a me di sapere come si puliscono i fornelli o come si prepara un pollo arrosto? Ma, credimi, non è tempo sprecato: tutto serve nella vita: ci sono tante cose da imparare: tutto si può imparare. E ognuno ha qualcosa da insegnare.

E difatti questo anch'io penso: che ognuno ha qualcosa da insegnare. Come ad esempio suor Zita, che - mi domando - chi gliel'ha fatto fare a lei di sprecare tutto quel tempo dietro a me che zuccona non volevo imparare altro che il punto croce e allora lei lì a spiegarmi che c'è anche il punto erba e che se fai così e che se fai cosà, ché si tratta dell'esperienza diretta degli altri e cioè dell'insegnamento migliore. Oppure il bibliotecario Gino: da lui puoi imparare ad amare i libri, e chi è quest'autore, e chi è quest'altro, chi ha scritto cosa, quando e perché, ma in questo caso sono io che non mi sono fatta insegnare, anche se lui cose ne avrebbe, ne sono sicura. E io penso che se da tutti qualcosa si può imparare, allora anch'io potrei insegnare qualcosa a qualcuno, ma questo io ancora non so cos'è, ché oltre al ricamo non me ne vengono in mente altre di cose che potrei far conoscere agli altri, anche se mi piacerebbe essere utile al mondo in qualche modo: come un'impronta su questa terra, ché tutti chi più chi meno ce la lasciano un'impronta su questa terra, e c'è chi la lascia più profonda, chi invece ci cammina leggero, sfiorandola appena la terra, e tante volte mi chiedo se non sia meglio soltanto sfiorarla piuttosto che lasciarci impronte profonde, ché allora rischi di rovinarla, questa terra, con la tua impronta profonda, di cambiarla troppo, e questo potrebbe essere un male, nocivo, ché se si rompono gli equilibri allora le cose non vanno più bene, la terra subisce, e questo non è giusto, perché è come sputare sul mangiare, cioè su quello di cui viviamo, cioè la terra che abitiamo, e allora forse è meglio lasciarle lievi, le impronte, con il nostro passaggio, ché allora ci sei stato ma non hai dato fastidio, non hai rischiato di distruggere e di rovinare.

Ché poi la mamma un'idea me l'avrebbe pure data, e cioè quella di prendere qualche ragazza con me alla quale insegnare il mestiere. Lei dice che una volta questo si faceva, di andare a imparare un mestiere sul campo, cioè senza tanti preamboli ma con la pratica pura e semplice, che è la via più diretta per imparare sul serio qualcosa. E in effetti io potrei pure seguirla questa sua idea, ché porterebbe di certo qualcosa, a me e ad altri, ma ci debbo ancora pensare se questo sarà il mio futuro. Ché non è semplice insegnare anche se hai tutti gli strumenti a tua disposizione, e inoltre bisogna vedere in che modo si insegna, ché non sempre lo si sa fare, e vai a sapere se si fanno più danni che altro, e allora io penso che prima di mettersi a insegnare bisognerebbe imparare a farlo. Quindi ancora non so se questo sarà il mio futuro, uguale a quello di suor Zita, che adesso però non può più insegnare a nessuno, ché è diventata cieca, e io a volte la vado a trovare, ché lei sta ancora in convento, ma adesso non ricama più, però se io faccio un bel lavoro, particolare, allora glielo porto a far sentire, e dico sentire perché lei tocca la stoffa, passa le mani sul mio lavoro, cerca di vederselo nella mente così come lo vedesse con gli occhi, e se le sembra ben fatto e bello, allora mi fa i complimenti, perché lei dice che può accadere che l'allievo superi il maestro, e questo, detto da suor Zita, è un complimento coi fiocchi, perché lei era espertissima nel ricamo, la più esperta del convento, e vorrei fosse vero quello che mi dice.

Allora, mentre Celè andava alle superiori, io ricamavo e imparavo a fare le faccende con mia madre. Le facevamo insieme, la mattina, dopo che Giorgio e Federica erano usciti per andare al lavoro: Giorgio in officina, Federica in palestra.

La mattina Federica ha il gruppo delle signore. Loro sono donne che fanno le casalinghe e si vogliono tenere in forma. L'orario della mattina per loro è il migliore: sbrigano le faccende, mandano i figlioletti a scuola, poi escono, fanno un po' di esercizi in palestra, passano a fare la spesa, vanno a riprendere i bambini. Sono mamme cicciottelle e quindi con l'urgenza di riacquistare la linea perduta, o magre e ancora atletiche che non intendono perdere la linea. A volte, se il tempo è buono, Federica fa uscire il gruppo di signore, e allora le puoi vedere tutte in fila, ben allineate, lungo gli stradelli in periferia che fanno jogging, stiramenti, flessioni. Ché l'aria aperta fa bene, dice loro Federica, e quando l'aria è secca e non piove, anche d'inverno conviene uscire, star fuori, respirare a pieni polmoni.

Il pomeriggio invece Federica insegna ai bambini. C'è il gruppo di artistica e quello di aerobica. Qualche volta vado con lei. Siccome non vuole che le si dia fastidio mentre insegna, allora le ho promesso che me ne starò sempre buona buona tutto il tempo al di là della riga gialla, ai bordi della palestra. Di solito mi metto a sedere in terra, a gambe incrociate. Mi piace guardare Federica che insegna. La sua voce è forte, là dentro: lei deve urlare, per farsi sentire. È brava, agile, snella. I bambini che vanno in palestra a fare ginnastica sono quasi tutti bambine. Portano una tutina, oppure pantaloncini e calzettoni. Sembrano sempre divertirsi un mondo con Federica. Quando mi vedono, mi vengono a salutare.

Federica è molto carina: ha un personalino da invidiare. Muscolosa ma non troppo, magra ma il giusto, begli occhi. Le piace vestire sportiva: una tuta ed è perfetta, ma quando la sera esce con gli amici, allora vuol essere alla moda, e mi piace proprio quando con la minigonna mette le sue scarpe nere, quelle alte col tacco. Ché lei può permetterselo, di portare la minigonna: ché Federica non ha certo niente da nascondere. Per quanto mi riguarda, invece, di vestire non mi è mai interessato molto, ché per prima cosa voglio star comoda, e così preferisco sempre una gonna e una camicetta oppure i jeans e una maglietta e non ci penso più. Però abbinare bene i colori è importante, ché certi abbinamenti sono colpi in un occhio, anche se soggettivi, e questo vuol dire che ognuno può vederla un po' come gli pare: fa' conto a me il rosa e il grigio insieme piacciono molto, e anche il rosa con il marrone, ma forse per un altro questi sono un colpo in un occhio, mentre non lo sono invece il nero insieme al blu o il rosa assieme al rosso, che, per quanto mi riguarda, non posso invece sopportare. Ché ogni cosa è soggettiva, cioè variabile da persona a persona, e questo perché siamo tutti diversi, e allora va bene essere diversi, ché così c'è più varietà nel mondo, e i colori è bello vederli tutti, abbinati e mischiati, combinati e mescolati.

Io le voglio molto bene, a Federica: per sempre sarà la mia sorellina piccola, anche adesso che ha vent'anni, lavora, ha la sua vita, la sua indipendenza, le sue amicizie.

Quando riguardo le foto di quand'eravamo piccole, trovo una somiglianza tra di noi che adesso non riesco più a vedere. È una questione d'espressione, più che di una somiglianza vera e propria. Ad esempio in quella che ci ha scattato la mamma per un carnevale: io ero vestita da principessa, Federica da Cappuccetto Rosso: tutte e due guardiamo verso la macchina fotografica, stiamo abbracciate, le guance vicine, sorridiamo alla mamma che ci sta scattando la foto e abbiamo la stessa espressione, lo stesso sorriso. È vero che io fisicamente ho preso dalla mamma e Federica invece dal babbo: io sono più tondetta, ho la stessa forma del viso che ha la mamma, mentre Federica ha, proprio come era il babbo, un fisico asciutto, ben proporzionato. I capelli sono dello stesso colore, ma io ho capelli mossi, mentre lei li ha lunghi e lisci. Adesso che siamo cresciute, questa somiglianza però non riesco più a vederla, forse proprio perché siamo cresciute, o forse perché siamo cambiate, non so.

Me la ricordo quand'è nata: finalmente la mamma ci aveva fatto dire dall'ostetrica che potevamo entrare in camera, ché lì c'era una sorpresa. Io e Giorgio ci eravamo guardati: quale sorpresa aveva da farci vedere la mamma? Ci aveva comperato un gioco nuovo? Era arrivata zia Marta, quella che portava sempre le caramelle mou? E tutto quel trambusto, che cos'era? Perché fino a quel momento non eravamo potuti entrare nella camera della mamma, che tanto ci piaceva saltare sul lettone?

Entrammo nella stanza: la mamma aveva le lenzuola tirate fin sotto il mento. Vicino a lei, una testina tondetta e pelosetta. Avvicinatevi, disse la mamma sorridendo, e io e Giorgio ci eravamo avvicinati. È la vostra nuova sorellina, disse lei. La stavate aspettando, no?, disse. Ah, ecco cos'era tutto quel mistero: era la nuova sorellina che era arrivata! E sì che lo sapevamo che doveva arrivare: il nome lo avevamo già scelto assieme alla mamma e al babbo: Marco se fosse stato un maschio, Federica se fosse stata una femmina. Ma le cose erano andate avanti pian piano senza che né io né Giorgio ce ne rendessimo conto: la pancia della mamma era cresciuta, ma noi, abituati a vederla giorno dopo giorno, non ce ne eravamo accorti, fintanto che la mamma non poté più prenderci in braccio e allora aveva detto: Giorgio, Paola: ormai siete grandi: non è più il caso di stare in braccio alla mamma, e da quel giorno la mamma non ci aveva più preso in braccio, ché la sua pancia ormai era grande davvero.

Adesso in braccio alla mamma ci stava invece Federica, ché quello era il momento che un bambino in braccio alla mamma deve starci, visto che è ancora piccolo e non può cavarsela da solo. Poi Federica è cresciuta, è diventata una bambina, piccola ma comunque abbastanza buona da poterci giocare, se non altro alle bambole, oppure al nostro gioco preferito, che era quello di far finta di essere io un cane, lei un altro cane, e allora si potevano fare le avventure dei due cagnolini randagi che andavano a esplorare il bosco magico, e questo era lo sgabuzzino della mamma, pieno di scatole e cose, quello che poi è diventato la mia stanza da lavoro, ma allora era il bosco magico dei due cagnolini randagi, Billi e Bulli, e Federica era Billi e io ero Bulli.

Di Federica non sono mai stata gelosa: lei era la mia sorellina piccola, quella che doveva nascere e infatti era nata, e adesso caso mai era mio fratello a sentire i problemi della gelosia, ché infatti si comportava in modo strano, per esempio quando la mamma non lo vedeva andava vicino la culla della piccola e le dava un pizzicotto, e io me ne accorgevo e gli davo una spinta, ché non bisognava far male a un esserino così minuscolo, questo era da vigliacchi, e allora lui mi diceva Pensa per te, che voleva dire Io faccio quello che mi pare e non me ne importa se poi vai a dirlo alla mamma, ché io lo faccio lo stesso, e difatti questo lui faceva: le dava un pizzicotto e Federica si svegliava di soprassalto e si metteva a piangere. E una volta la mamma è arrivata che mio fratello era già sparito dalla circolazione, furbo lui, e io ero rimasta lì in piedi vicino alla culla e anzi cercavo di calmarla, la piccola, con una carezza, e la mamma quella volta mi ha fatto piangere, ché ha creduto l'avessi svegliata io, la piccola, e mi ha detto: Già che stava dormendo, che avevo un momento di pace... Paola, ti prego: non mettertici anche tu a complicare le cose. Ma io quella volta non c'entravo, anzi. E avevo anche provato a dirlo, alla mamma, che io non c'entravo niente, che io non avrei mai fatto una cosa del genere, che anzi mi sembrava crudele far del male a un esserino così indifeso, invece non ero riuscita a far uscire una sola parola dalla mia bocca, ma solo qualche suono che la mamma non aveva capito, e allora se non riesci ad esprimerti gli altri non ti capiscono, e tu soffri ancora di più per il fatto di non essere riuscita a dire quel che volevi dire, non puoi difenderti, gli altri credono di te cose che non sono la verità, ti credono diversa da come sei, pensano che puoi far cose che invece non faresti mai, e allora a letto piangi, ancora le parole in gola, chiuse, e non sai come fare.


Che Celè possa essere un buon padre, di questo sono sicura. Se non altro per il fatto che l'ho visto come si comporta con i bambini, e nel caso specifico con Eva, la figlia della signora Ersilia. È affettuoso, giocherellone, rimane simpatico ai bambini.

La signora Ersilia era venuta per un lavoro. Quando una cliente viene a casa nostra per un lavoro, la mamma la fa accomodare in salotto e la fa sedere sul divano, poi mi viene a chiamare. Aveva da far ricamare le cifre sul grembiulino della piccola, che ora si era messa a sedere accanto alla mamma, trastullandosi con i bottoni del suo golfino. Eva è una bimba molto carina, ma dall'aria un po' triste. Ersilia, pure, ha l'aria triste, sempre tirata. È una bella signora, sempre ben vestita, ché si vede ci tiene, con i tailleur, i capelli a posto, mai troppo vistosa, anzi sobria. Dev'essere per il fatto che è rimasta vedova così giovane, appena dopo la nascita della piccola. Un brutto colpo. Se ne era parlato: quella povera donna, con la bambina appena nata, si era ritrovata vedova di un uomo tanto per bene, tanto gentile come era il geometra Feliciani suo marito. Un attacco di cuore: cose che non perdonano. Improvviso. E la signora Ersilia si era dovuta subito rimboccare le maniche: aveva iniziato a lavorare: lei che non aveva mai lavorato, si era messa a fare la commessa in una pasticceria, a mezza giornata, ché per il resto della giornata aveva da badare alla piccola. La mamma era andata al funerale. Si sa: gente che si conosce da sempre, del vicinato, e poi tanta pena per quella signora così riservata, così dignitosa anche di fronte a un brutto colpo del genere.

Allora la signora Ersilia era a casa nostra e la piccola era con lei sul divano. Mi fece vedere dove dovevano essere ricamate le due iniziali, una E e una F. Disse di che colore voleva il filo, chiese quanto le sarebbe venuto a costare, quando sarebbe potuta tornare.

Avevano suonato alla porta e la mamma era andata ad aprire. Sul pianerottolo c'era Celè. Sentii che si scusava con la mamma, ma che se aveva un minuto e se poteva entrare. Entra pure, disse la mamma, e lo fece accomodare in salotto, dove appunto c'ero io con la signora Ersilia e sua figlia. Entrando Celè ci aveva salutate, poi aveva preso a parlare con la mamma facendole vedere dei fogli: si trattava di una raccolta di firme, e, visto che c'era anche la signora Ersilia, allora lui si rivolgeva anche a lei, coglieva l'occasione, e spiegò che si trattava di una richiesta per un controllo da parte del comune alle fognature del nostro quartiere, che ultimamente subivano troppe rotture, e se tanto gli dava tanto, allora lì sotto c'era qualcosa che non andava, cioè geologicamente parlando la terra cedeva troppo facilmente, e allora c'era bisogno di un controllo accurato, di un esperto che facesse un rilievo, eccetera eccetera.

La mamma era interessata alla faccenda, firmò, firmai, e firmò anche la signora Ersilia. Mentre noi firmavamo, Celè s'era rivolto alla piccola Eva. Come sei cresciuta, aveva detto dandole un buffetto su una guancia. Quanti anni hai adesso? La piccola aveva alzato le dita della manina: due. Quasi tre, l'aveva corretta la mamma, Ormai puoi dire che ne hai tre, e le sollevò il medio perché indicasse il numero giusto di anni che quasi aveva.

Celè non si era trattenuto molto, giusto il tempo di spiegare il motivo della sua visita, farci firmare e dirci che ci avrebbe tenute informate sugli sviluppi della faccenda, ma avevo notato come era stato carino con la piccola, anche quando l'aveva salutata, scherzandoci, e lei per un attimo aveva perso quell'aria triste che aveva di solito e gli aveva sorriso.

Celè a casa nostra è venuto poche volte, e quelle poche volte che è entrato è stato fatto accomodare da mia madre in salotto. Però mi ricordo una volta che era venuto a portarci una cartolina che per sbaglio era stata imbucata nella sua cassetta delle lettere, e io ero nella mia stanza da lavoro a ricamare. Avevo sentito Celè dire a mia madre: E Paola? Non c'è, Paola? E allora la mamma aveva detto: Sta lavorando, e lui s'era affacciato alla mia stanza e aveva detto: Ciao Paola, tutto bene? E io avevo fatto cenno di sì, che andava tutto bene, anzi in quel momento benissimo, che lui era lì, nella mia stanza da lavoro, e allora certo che andava tutto bene, che meglio di così non sarebbe potuta andare. Ma tutto questo l'avevo solo pensato, perché mai avrei avuto il coraggio di dirglielo, a Celè, e invece gli avevo solo sorriso, fatto cenno di sì con il capo, e Celè era già uscito dalla mia stanza, arrivato all'ingresso preceduto da mia madre, che aveva aperto la porta, salutato, e lui era già andato.


Quando il babbo c'era e non stava ancora male, era lui a portarmi al cinema. Se c'era qualcosa di buono da vedere e lui non aveva un turno sballato, ci si andava anche durante la settimana, che così il cinema era mezzo o quasi vuoto. A me piaceva moltissimo perché allora era come se il film lo proiettassero solo per noi, e questo creava una certa intimità. Il babbo di cinema se ne intendeva: riconosceva attori, sapeva dirti chi faceva quella parte nel tal film, il nome del regista, spesso anche date ben precise. Questo, a me, ha sempre stupito: a me che invece non ricordo mai niente, e gli attori mi sembrano tutti uguali, ché sono così presa dalla trama da non riuscire a far mente locale e riconoscere nemmeno un attore. Invece lui tutto sapeva: ti diceva nomi e cognomi per filo e per segno che faceva impressione.

Una volta eravamo andati a vedere un film che non ricordo e il babbo, uscendo dal cinema, aveva osservato: Bella la fotografia di tizio tal dei tali, allora io al babbo avevo detto che avrebbe dovuto partecipare a un qualche quiz, ché di sicuro avrebbe fatto una bella figura. E allora il babbo mi aveva raccontato che in effetti lui a un quiz ci aveva partecipato, e io ero rimasta stupita, ché non lo sapevo che il babbo era andato alla televisione, ma lui mi aveva spiegato che quella volta la televisione ancora nemmeno c'era, qui da noi in Italia, e che si trattava di un quiz radiofonico. Perché c'era andato, gli avevo chiesto. Perché era giovane, mi aveva risposto. E a cosa aveva dovuto rispondere, gli avevo chiesto. A domande di attualità, sopratutto indovinare titoli di canzoni. E se aveva vinto, gli avevo chiesto. E no, aveva risposto lui, che non aveva vinto, ma per il rotto della cuffia, cioè s'era fatto fregare giusto all'ultima domanda. "Natalino Otto": questo avrebbe dovuto rispondere, e invece aveva dato un altro nome, sbagliato appunto, e aveva perso. Avrebbe potuto vincere cinquemila lire e diventare campione della puntata, cosicché sarebbe tornato la settimana successiva per un'altra sfida. Invece così non era andata, però poco male, aveva detto lui, ché era stata comunque una bella esperienza, si era divertito e gli avevano pure pagato il pranzo al ristorante. Era tornato a casa con un premio di consolazione, e quando saremmo arrivati a casa me lo avrebbe fatto vedere, ché lui lo teneva ancora come ricordo della sua partecipazione al quiz radiofonico, e difatti, una volta a casa, me lo fece vedere, cosa che però mi lasciò delusa perché non si trattava altro che di una targhetta di metallo con su scritto il nome della trasmissione e niente più.

Lui tutto sapeva, di cinema, e quando mi ci portava allora mi raccontava vita e miracoli degli attori: quali film avevano fatto, quanti anni avevano in verità, con chi erano sposati e con chi lo erano stati, se avevano figli o amanti segreti. Lui tutto sapeva, e io ascoltavo i suoi racconti come fossero favole, ché tanto io i nomi non li avrei mai ricordati, ma a me sentirlo raccontare piaceva, ed erano come favole fantastiche, alcune a lieto fine, altre invece che andavano a finire davvero male.

Ormai era un rito: aspettavo che tornasse a casa dal lavoro e subito gli chiedevo: Si va? E lui, se non era stanco, ne aveva voglia e non aveva altro da fare, diceva: Si va. Per me era una gran festa e subito andavo ad avvertire la mamma.

A volte Giorgio voleva venire con noi. A me questo non piaceva: mi disturbava la sua intromissione tra me e il babbo. Le nostre serate al cinema erano qualcosa di speciale e non mi piaceva quando mio fratello iniziava a far storie e insisteva perché il babbo portasse anche lui. Per fortuna a Giorgio andare al cinema non piaceva poi tanto, e anzi spesso s'annoiava e a volte addirittura si addormentava sulla poltrona, cosicché alla fine del film, quando le luci si riaccendevano, il babbo doveva caricarselo in braccio e portarlo addormentato fino a casa. Però Giorgio lo faceva perché non gli piaceva il fatto che il babbo uscisse con me, ché io capisco poteva sembrare qualcosa di speciale tutto per me, e questo era pure vero, ma che dovevamo farci noi due, che al cinema ci piaceva davvero andare, non come lui, che ci voleva venire a tutti i costi solo per mettersi in mezzo?

C'erano film d'amore e film d'azione, film di guerra e film western e anche film tanto per ridere. Questi ultimi al babbo non piacevano, e quando li davano era una vera scocciatura, ché allora dovevamo rimandare la nostra uscita fintanto non avessero dato un film migliore, di quelli che qualcosa dicono, non soltanto stupidaggini. A me piaceva qualsiasi tipo di film, bastava fosse un film e ci potessi andare con il babbo, ché allora a me piaceva qualsiasi tipo di film.

Quando il babbo si è ammalato, ai film abbiamo dovuto rinunciare. Camminare fino al cinema gli faceva venire il fiatone, e se non era Giorgio ad accompagnarci in macchina, allora non ci potevamo andare. A me dispiaceva. Sapevo che il babbo a un film in cui avesse recitato Al Pacino non avrebbe mai rinunciato, e sapere che preferiva invece restarsene in casa, davanti alla tivu, seduto nella sua poltrona, la coperta sulle ginocchia, la testa poggiata al palmo della mano, il gomito sul bracciolo, lo sguardo perso nelle immagini della tivu, assorto nei suoi pensieri e dolori: questo mi faceva davvero star male.

Allora a vedere il nuovo film con Al Pacino c'ero andata con Giorgio ed Elisa. Avevo cercato di memorizzare più battute possibile, di ricordarmi i particolari, di seguire la trama per filo e per segno per poterglielo poi raccontare, al babbo, e quando glielo avevo raccontato, lui era a letto e da qualche giorno non si alzava più se non per andare in bagno, ché la testa gli girava e nemmeno la tivu guardava, e se ne stava invece a letto e voleva le tende tirate perché solo la penombra sopportava, ché tutto gli dava noia. Me l'aveva chiesto lui di raccontarglielo il film, e questo volevo fare: ero entrata in camera sua cercando di capire se fosse sveglio oppure dormisse, e quando lui aveva parlato dicendo Paola sei tu?, io avevo avvicinato una seggiola al letto e mi ero messa a raccontarglielo, il film. Ma non ero arrivata nemmeno a metà che mi ero accorta che il babbo si era addormentato, e allora avevo chiesto Babbo, dormi? e siccome lui non aveva risposto, allora avevo messo a posto la seggiola ed ero uscita pian piano dalla stanza chiudendomi la porta alle spalle. E questo era strano: ché il babbo mai e poi mai si sarebbe addormentato mentre gli si raccontava la trama di un film con Al Pacino, ma allora il babbo stava già parecchio male e non aveva più tempo di pensare ai film.

Quando il babbo è morto io non ero in casa, e questo la mamma dice sia stato un bene. Ero da zia Marta, quella delle caramelle mou, in città. La mamma e la zia si erano messe d'accordo e la zia era venuta a prendermi accompagnata da un'altra sua nipote, la Lella, che a me non mi è parente e nemmeno simpatica, ma la zia comincia ad essere anziana e non può girare per mezz'Italia da sola, per cui quando il babbo è morto io ero ospite in casa della zia, che poi sarebbe anche casa della Lella, visto che la Lella s'è presa l'impegno di tener compagnia alla zia e di badare alla sua vecchiaia in cambio dell'eredità, che consiste appunto in quella grande casa al centro, dai soffitti alti e dalle innumerevoli stanze, troppe e troppo vuote.

Non ero contenta di andare da zia Marta, ma la mamma aveva insistito e allora avevo capito che quello era il caso. Così, quando il babbo era morto, io ero in città, e per telefono me lo disse la mamma, che il babbo era morto: che non ce l'aveva fatta, che non c'era stato niente da fare. Ché io penso in effetti è stato un bene, che io non fossi stata a casa in quel momento, ché non so come avrei reagito, e invece, siccome la distanza riempie sempre un pochino le cose, tutto mi era sembrato più lontano. Lì dalla zia avevo qualcosa di cui occuparmi, tipo della zia che ha bisogno di una pillola ogni quattro ore, e così a me era stato dato l'incarico di controllare che le ore passassero, di quattro in quattro, e di portarle alla zia la sua pillola con un bicchier d'acqua. Poi, ogni giorno, c'era la gabbia dei canarini da custodire: ché se non ha sempre acqua e cibo a sufficienza, un animale in gabbia muore, ché sei tu che ce lo tieni, in gabbia, e siccome sei tu che ce lo tieni, allora hai il dovere di occupartene, visto che lui non può farlo da solo come invece potrebbe se fosse libero.

Così rimasi da zia Marta per un mese intero, e quando tornai le cose mi sembravano un po' più lontane. Però si vedeva che qualcosa era cambiato e che la mamma non era più come prima: ché un'ombra le passava negli occhi ogni tanto, e ogni tanto piangeva.


Mi hanno detto che la signora Ersilia si risposa. Dicono che la piccola Eva sia contenta, così finalmente un papà ce l'avrà anche lei, ché ne ha il diritto. È un pezzo che non la vedo, ma mi hanno detto che sembra più allegra, che ha perso un po' di quello sguardo triste che sempre aveva. Io sono contenta: del resto la signora Ersilia è una donna ancora giovane e bella e credo che per lei questo matrimonio sarà come ricominciare daccapo, ché la vita le aveva riservato brutte sorprese ma c'è sempre la speranza che le cose vadano meglio se s'imbrocca una strada nuova, e così io spero sia felice, e anche la bambina, che è troppo piccola per non avere un padre.

La signora Ersilia si sposa con un uomo più giovane di lei di qualche anno, ma questo non sembra essere un problema, visto che quando si è adulti la differenza di età tra due persone si sente di meno, ché la vita vissuta ormai ce l'hanno tutti e due e non si è mica due ragazzini sprovveduti, ma adulti.

L'uomo adulto che sposerà la signora Ersilia è Celè. Me l'hanno detto: fanno una bella coppia, tutti e tre insieme. Li hanno visti passeggiare per il corso la domenica pomeriggio, sono andati in chiesa a parlare con don Ugo, e li hanno incontrati mentre portavano fiori freschi sulla tomba del marito di lei, e Celè aveva l'aria compita, seria, d'occasione, ché sui morti non si scherza, nemmeno se si tratta del marito della donna che stai per sposare.

Mi hanno raccontato queste novità come una qualsiasi altra novità: c'è sempre qualcuno che nasce, qualcuno che muore, qualcun altro che si sposa. Chiacchiere. Di mia madre, di mia sorella, di mio fratello, delle clienti, all'alimentari sotto casa, ai giardini: Celè e la signora Ersilia si sposano.

La mamma non lo sa che io sono innamorata di Celè da quando avevo sette anni, e io mi ricordo bene la prima volta che l'ho visto ai giardini, quando lui ancora sapeva sì e no tre quattro parole in italiano.

Era con sua madre, e sua madre era a una panchina e salutava le sue vecchie conoscenze, e tutte volevano notizie, quand'erano tornati, come stavano, dove avevano preso casa, quanti anni aveva il ragazzo, come si chiamava, e lei salutava, spiegava, indicava suo figlio, diceva Si chiama Celeste, come suo nonno paterno. E lui, Celeste, le stava di fianco e si capiva che era imbarazzato, ché non capiva quasi niente di quello che quelle signore gentili gli chiedevano, e allora lui sorrideva e basta, perché era imbarazzato, e guardava noialtri bambini che poco distanti, facendo finta di occuparci delle nostre cose, sbirciavamo quel nuovo arrivato che educatamente si presentava dicendo Buonasera e dando loro la mano già proprio come un ometto.

Poi, finalmente, sua madre aveva detto: Vai, vai pure a giocare, ma Celè non sapeva dove andare, ché per lui quei giardini erano ancora anonimi, sconosciuti, ché mica li conosceva lui, e non sapeva ancora quali erano gli angoli migliori per nascondersi quando si giocava a nascondino, oppure che laggiù c'era un albero cavo vecchissimo dove potevi anche entrare, e lì dentro le voci non arrivavano ed era un silenzio ovattato, bellissimo, silenziosissimo, che ti pareva di essere fuori dal mondo. E che bisognava rispettare l'orario per giocare a pallone, ché nelle ore di sole c'era il divieto per via delle mamme con le carrozzine che portavano i più piccoli a fare la passeggiata salubre e non si poteva infastidirle con i palloni e gli schiamazzi. E che se attraversavi la strada arrivavi a un chiosco, e al chiosco vendevano pizzette e granite e bastoncini di liquirizia, che ti bastavano poche lire per comprarli, e se per caso ti capitava di non averle, quelle poche lire, allora era facile che l'Augusta te la dava lo stesso, una gomma americana, e te la allungava da dietro il banco senza che nemmeno gliela dovessi chiedere, ché lei era gentile e per una gomma regalata mica sarebbe andata in rovina.

E così Celeste si era avvicinato a noi, titubante, imbarazzato. Lì per lì i bambini avevano fatto finta di niente, continuato a fare i loro giochi. Portava pantaloni corti, una maglietta blu girocollo, i capelli ben pettinati con la riga da una parte. Si era fermato a pochi passi da noi, guardandoci. Dalla tasca dei pantaloncini aveva quindi tirato fuori un sacchetto di biglie e aveva preso a giocherellarci, passandosele da una mano all'altra. Poi finalmente qualcuno aveva preso il coraggio e gli si era avvicinato: Possiamo giocare con te? gli era stato chiesto, e Celè, che non sapeva l'italiano ma aveva intuito cosa gli si stava chiedendo, sorridendo aveva fatto cenno di sì con la testa.

Io ero con mio fratello Giorgio. Stavamo badando a nostra sorella che era in passeggino. La mamma si era allontanata un attimo per andare a ritirare la divisa del babbo in lavanderia. Avevamo l'ordine di badare alla piccola e di non allontanarci nemmeno per un istante da lei. Avevamo seguito tutta la scena e adesso mio fratello Giorgio fremeva per andare a giocare alle biglie con Celeste e gli altri ragazzi. Devi stare qui, avevo detto seria, vedendolo già in piedi, pronto a raggiungere gli altri. Pensa per te, aveva detto Giorgio, ché quella era la sua frase preferita quando voleva fare qualcosa che alla mamma non piaceva. E così s'era allontanato per raggiungere gli altri, ma io, dal punto in cui ero rimasta, potevo ancora vederli, e Celè aveva distribuito una biglia ciascuno, grandi e piccoli, che gli si erano fatti vicino, e a cenni aveva iniziato a dare le direttive per la costruzione del percorso e per decidere l'ordine di gioco. Si era poi voltato e, indicandomi l'ultima biglia rimasta, mi aveva fatto capire che se volevo potevo prenderla io. Ma io no, che non potevo, ché avevo da badare alla piccola, io, e aspettare la mamma. Però lui era stato comunque gentile, lui, a pensare anche a me. Quella era stata la prima volta che avevo visto Celè, e aveva tredici anni.

Adesso Celè ne ha trentatré. È un uomo, ed è giusto che segua la sua vita, che si sposi. Ormai ha una certa età: quella giusta per farsi una famiglia. Ed è anche giusto che la signora Ersilia si risposi, ché se lo merita, e anche la piccola. Io spero soltanto che si comportino bene: che Celè non rimanga deluso e che la signora Ersilia altrettanto, perché sarebbe un altro brutto colpo per lei se le cose fra di loro non dovessero funzionare.


Ho molto lavoro in questo periodo e ho dovuto rimandare l'appuntamento per una visita che dovevo fare alla fine del mese. Si tratta di un metodo alternativo, dice la mamma, che dà delle speranze: qualcuno deve averle raccontato di aver conosciuto chi ha ottenuto dei risultati, e se la mamma dice che ne vale la pena, io ci credo, ché lei prima di fare una scelta dev'esserne convinta, e se ne è convinta allora deve avere le sue buone ragioni.

Perché la mamma è proprio così: proprio come ha detto zia Marta quando è morto il babbo: la mamma è un carattere forte, e questo vuol dire che tutte le qualità che formano un carattere forte si sono unite per formare il carattere della mamma. Essere un carattere forte vuol dire saper prendere le redini della situazione, e questo non sempre a tutti riesce, ché chi non ha un carattere forte le redini non le sa tenere, e più che guidare si lascia portare, e questa non è la stessa cosa, visto che se un cavallo sei tu a guidarlo, allora ti porta dove vuoi arrivare, mentre se lo lasci andare dove gli pare, allora arriverai dove lui vorrà, e non è detto che il posto che raggiungerà sarà quello che tu avevi intenzione di raggiungere, ma forse un altro, forse anche lontano.

Insomma ultimamente ho parecchio da fare. Ci sono stati diversi battesimi, e quindi corredini da preparare e abiti da cerimonia, e anche un paio di commissioni urgenti da parte di due negozi. Una delle due riguarda sei asciugamani in tela di lino da bordare con un ricamo molto bello, delicato e floreale, che andranno a far parte dell'arredo del bagno di una nuova pensione, molto chic, che hanno aperto da poco in periferia, quasi in campagna. Diciamo che questi primi sei asciugamani faranno da campione: se la signora li troverà di suo gusto, allora l'ordinazione successiva sarà più consistente. L'altra commissione riguarda invece un corredo.

Mi capita spesso che i lavori mi vengano passati direttamente dai negozi: i clienti vanno a scegliere le stoffe, poi sono i negozianti stessi che si impegnano per la confezione e il ricamo. Così a me arrivano tessuti già tagliati ai quali manca solo il ricamo, il cui modello mi viene indicato su carta. A me non resta altro da fare che farmi dire per quale giorno il lavoro deve essere pronto, quindi fare di tutto per consegnarlo ben fatto e in tempo. A volte per consegnare un lavoro urgente devo lavorare anche di notte, e quando questo capita allora accendo la lampada nella mia stanza e mi ci metto vicina per poter vedere meglio, ché a me le cose piace farle per bene, con precisione, sopratutto i corredi, che debbono durare a lungo, a volte anche tramandati da madre a figlia e ancora da figlia a figlia, e allora si tratta di lasciare un segno nel tempo, e questo mio segno voglio che sia un buon segno, preciso.

Non so se il corredo che mi è arrivato da ricamare sia stato commissionato dalla signora Ersilia. Loro, i negozianti, non me l'hanno specificato, io non l'ho chiesto. Però a me piace pensare che sì: che i ricami che sto facendo siano per il matrimonio di Celè.

Che poi potrebbe anche essere vero, visto che la data per la quale il lavoro deve essere pronto coincide con quella che don Ugo ha fissato per le loro nozze, e poi anche perché non si tratta di un corredo molto consistente, ché di sicuro la signora Ersilia il corredo lo aveva già dal precedente matrimonio, ma lei, che è una donna che ai particolari ci tiene, potrebbe comunque averlo voluto rinnovare di qualche capo, proprio per dare importanza al suo nuovo marito tale e quale al primo.

Ci sono un paio di tovaglie: una rettangolare, da sei, e una rotonda, da quattro, con i relativi tovaglioli. La tela per la tovaglia rotonda è di lino e il motivo che è stato scelto per il ricamo in bianco è un Mountmellick. Si tratta di una tecnica tradizionale irlandese ideata nel 1825 dalla signora Johanna Carter, membro della Società degli Amici, per aiutare i poveri della città di Mountmellick. Inizialmente per questa tecnica veniva usata una tela di cotone robusta, poi si iniziò a eseguire questo genere di ricamo anche su lino, satin e cachemire, a volte anche con fili di seta. I motivi si ispiravano alla natura: more, fiori, foglie di quercia, ghiande, felci e spighe di grano, ma presto questo tipo di ricamo passò di moda. Solo nel 1880 e poi nel 1930 il ricamo Mountmellick tornò alla ribalta e venne anzi arricchito di nuovi punti ornamentali. Il modello del ricamo per la tovaglia rotonda ha come motivo una ghirlanda di passiflore: quattro passiflore identiche formeranno una bella ghirlanda al centro di questa tovaglia.

La tovaglia rettangolare è invece decorata a punto intaglio, e per la precisione con delle farfalle a guipure. La tela è un tessuto di cotone a intreccio fitto e ogni angolo sarà ornato da una farfalla, ricamata in tinta con il tessuto.

Poi ci sono gli asciugamani, di spugna bianca, ai quali a un'estremità sarà ricamato un motivo a punto tessitura. Il punto tessitura è conosciuto in tutto il mondo: in Messico e in Guatemala viene usato fin dall'antichità per ornare camicette e già nell'antico Perù si ricamavano bordure geometriche intorno agli ampi mantelli. Ancor oggi i discendenti degli Incas decorano i loro poncho con queste fasce ricamate. Anche in Europa il punto tessitura ha una lunga tradizione: uccelli e fiori sono soggetti molto popolari in Svezia. In Russia meridionale già nel medioevo le donne del popolo ricamavano ricche bordure di seta rossa in fondo agli asciugamani di lino, usati per decorare la casa, per coprire le icone e per ornare carri e slitte cerimoniali, raffiguranti di solito aquile a due teste e uomini a cavallo. Anche in Ucraina, in Grecia e nel nord Etiopia il punto tessitura ha una storia importante. In questo secolo le donne inglesi hanno scoperto il punto tessitura, spesso combinandolo con il ricamo in nero, per ottenere fasce decorative per tovagliati e cuscini.

Poi le lenzuola, con gli amorini. Un ricamo classico, che verrà ripreso sulle federe. La tela è grossa, molto pesante, quasi ruvida, bella. Quindi un servizio all'americana in un tessuto panama di un verde brillante. Qui il ricamo sarà a punto croce: finalmente il mio preferito. Ci vorranno due matassine di cotone mouliné in quattro diversi colori: rosso, giallo, arancio e blu. Lo schema del motivo è semplice e allegro: un motivo di quattro cuori che viene ripetuto a fascia sulle tovagliette, eseguito poi da solo in un angolo dei tovaglioli.

Per tutto il corredo, tre mesi mi basteranno. Farò un bel lavoro: perché un bel lavoro voglio fare, ché voglio pensare sia per Celè.

Che quando si asciugherà la faccia la mattina appena alzato sarà con questi asciugamani di spugna, e quando farà colazione, prima di andare al lavoro, la sua tazza sarà su una di queste tovagliette. E quando tornerà a casa per il pranzo, sulla tavola sarà stesa una di queste tovaglie, e si pulirà le labbra con uno di questi tovaglioli. E quando andrà a dormire e poggerà la testa sul cuscino, la sua testa poggerà sul mio ricamo. Sarà un po' come lavarsi, mangiare, dormire con lui: ché questo è il mio lavoro, e io voglio farlo per bene, un punto dopo l'altro, sopratutto se sarà per Celè.

Che poi io credo sia tutto giusto, quello che capita, e poi di una cosa sono contenta: che la signora Ersilia non assomigli affatto a Vera: ché Vera, se le fosse capitato di restare vedova e giovane con una bambina piccola, non so se avrebbe saputo cavarsela come se l'è invece cavata la signora Ersilia: lei che non aveva mai lavorato in vita sua e che si è fatta assumere come commessa. Non so se Vera se la sarebbe saputa cavare così bene, nel senso della forza d'animo e di spirito.

E così io sono contenta che Celè non si sposi con Vera, che non sono io e che non è la signora Ersilia. Perché questo non l'avrei mica sopportato e mi sarei sentita offesa: ché Celè lo vedo un'anima gentile e in quel caso voleva dire che si era fatto fregare e avrebbe di certo sofferto una delusione. Invece così ha ancora delle speranze: ché questo è l'importante nella vita.

Non so ancora dove andranno ad abitare: se nella casa di lei oppure con i genitori di lui o in un'altra casa, solo per loro. Questa notizia non mi è ancora arrivata, ma prima o poi mi arriverà: qualcuno lo dirà, o a mia madre oppure a mio fratello o a qualche cliente.

E allora, quando saprò come sarà la sua casa, potrò immaginarmelo, Celè, nella sua nuova casa. E se porterà con sé i suoi libri, allora me lo immaginerò mentre sta leggendo e che gira la pagina in alto con la destra. Ché chissà se avrà ancora tempo di leggerli, tutti quei libri, e di falciare ancora giardini, quando sarà sposato. Comunque sia, anche se ne prenderanno una nuova, io spero che la sua casa sarà ancora in questo quartiere, ché così ogni tanto potrò ancora incontrarlo, e se avrà un posto dove tenere il trattorino, allora potrò ancora sentirlo passare per strada, e allora lui passerà pian pianino sotto la mia finestra facendo un grande rumore. E io ci spero di poterlo ancora sentire passare mentre va a falciare l'erba di un qualche giardino, ché se Celè falcerà ancora giardini, dietro di sé lascerà una scia regolare d'erba tagliata di fresco che profuma di erba tagliata di fresco che profuma, e io sarò contenta di vederlo ancora, ché lui, Celè, per me sarà sempre Celè, e io me lo potrò ancora immaginare, ché immaginare tutti lo possono fare, anche chi ha dei problemi, e questo nessuno me lo potrà mai vietare, né grandi né piccoli, né la signora Ersilia né Vera.

Ché poi, a pensarci bene, se fossi nata Vera non potrei essere Paola, cioè quella che sono, e questo potrebbe anche dispiacermi, ché allora sì sarebbe stato tutto diverso. Dunque io credo che nascere Paola ne sia valsa la pena. Ché se fossi nata Vera - tanto per dirne una - forse Celè non l'avrei mai neppure incontrato. E questi sono i casi della vita.


* Se Fossi Vera, pubblicato per Fernandel Editore (Ravenna 1999)


ALESSANDRA BUSCHI è nata a Grosseto il 25 febbraio 1963. Il suo esordio in veste di scrittrice risale al 1986, quando Pier Vittorio Tondelli la inserisce nell’antologia Giovani blues. Under 25 edita da Traseuropa (1986). Oltre alle raccolte di racconti Dire fare baciare (1990) e ha partecipato come narratrice a diverse antologie, fra le quali ricordiamo: Streghe a fuoco a cura di Joyce Lussu (1993), Racconta 2 (1993) e Raccontare Trieste (1999). Nel 1999 ha pubblicato per Fernandel la raccolta Se fossi vera, finalista al premio al “Mastronardi” di Vigevano. In seguito ha pubblicato il romanzo Il libro che mi è rimasto in mente (Fernandel 2000) e Cruciverba (Fernandel, 2004). Oggi Alessandra Buschi vive nella campagna marchigiana e si divide fra il lavoro nei campi e la gestione della sua piccola libreria.

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