25 agosto 2009

Carlos Barbarito


Che ne è dei morti
Traduzione di Alessandro Prusso


CHE NE È DEI MORTI

I

Che ne è dei morti? Non sudano,
non pagano le tasse, e non espettorano.
Nessun pomeriggio,
non è mai presto, nulla d'aureo e di consolidato.
Brucerà tra poco il buco,
un topo verrà ad illuminare
con i suoi occhi il più sciupato dei catechismi,
ritorneranno quelle leggiere lenzuola,
nel mezzogiorno di Tunisi o di Cipro?
È no. È un telone senza scenario, al piede di un improbabile paradiso.
È profezia che si emana per nessuno.

Però, i vivi?


II

Ciascuno con la sua lingua, la sua seggiola pieghevole,
il suo orologio trattenuto un'ora prima
della tormenta, il suo frutto preferito,
il suo modo di amare, e di chiudere la porta.
Ciascuno con la sua nudità,
personale, non trasferibile. E
certa amara libertà,
certa dolce schiavitù,
un posto in un interminabile corteo
che attraversa le acque
fino ad una ipotetica terra ferma.

III

Da qualche parte, il suono
di un martello contro l'incudine.
Lo ascolto, quantunque chiuda le finestre,
e cerchi di pensare a qualcos'altro.
Un suono distante,
prodotto da un anonimo, oscuro fabbro,
fa in pezzi la mia casa,
nudo e solo mi sfracella sulla terra.
Adesso ogni cosa è flusso
e riflusso d'acque, sisma
nelle alte profondità, alberi
piegati dal ciclone, o bruciati
dalla cima dal fulmine.
E adesso, nudo e solo,
caduto in mezzo alla terra,
tra ciò che cade, si rompe,
esplode, si disperde e si perde,

dovrò aspettare l'improbabile pietà
di qualcuno che non mi conosce
ed ignora l'effetto dei colpi di martello?

IV

Finge, dalla sua altezza,
d'essere la precisione, l'esattezza.
Però ha freddo quando si fa buio,
ha bisogno di una menzogna, quando scopre
una macchia nella parete più bianca.
Da ogni parte domande:
affilate, perentorie.
Un olio fluisce da un angolo vuoto,
pretende d'essere l'analogia di ciò che è vivo,
si secca e si trattiene,
riducendosi ad uno stretto occhiello,

in misera teologia.

V

Sotto, assai sotto, più sotto
dell'oscuro sogno,
beve la sua porzione di polvere,
ed io dalla mia povera cartilagine la chiamo.
Vedo le sua affrettate nozze con il muschio, ed è sola.
Vedo i suoi sfrontati capelli, ed è sola.
Vedo i suoi occhi già cifrati, il suo racconto senza logica, ed è sola.
C'è un odore, lì, alla luce che non sa,
all' ombra che ignora, al vestito gelato,
e senza bottoni, lì ci sono
carrucole che fanno scendere la materia
ed innalzano la cenere, fanno scendere la cenere
ed innalzano la materia
senza centro, ne diametro, ne limite.

VI

Nel centro del giorno, la morte, insepolta.
Nel mezzo della notte un fulmine gelato,
contro il legno che marcisce,
la parola che marcisce.
Chiedere una risposta, scintillare di bengala,
una ipotesi ingegnosa,
una polvere per il volto che è quasi solo ossa?
Sognare con una nevicata dove mai c'è stata la neve,
con una pioggia dove sempre dominò il deserto?




CARLOS BARBARITO
, nasce il 6 febbraio di 1955 in Pergamino, Buenos Aires, Argentina. La sua opera letteraria comprende quindici libri di poesia. Ha pubblicato: Poesía quebrada (1984); Teatro de lirios (1985); Éxodos y trenes (1987); Páginas del poeta flaco (1989); Caballos y otros poemas (1990); Bestiario de amor (1992); Viga bajo el agua (1992); Meninas. Desnudo y la máscara (1992); El peso de los días (1995); La luz y alguna cosa (1998); Desnuda materia (1999); Puntos de fuga (2002); La orilla desierta (2003); Amsterdam (2004); Piedra encerrada en piedra (2004); Radiacion de fondo (2005).


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