26 ottobre 2016

Musica e narrazione nella poesia di Giorgio Caproni


di   Lorenzo Greco


Il poeta livornese morì a Roma il 22 gennaio 1990.o destinato ai concittadini illustri, in città lo conoscevano ancora in pochi. Ma nell’arco dei quasi trent’anni sono ormai diventate quasi un vessillo cittadino le poesie di Caproni dedicate alla madre Annina, la giovane livornese che per molti lettori fa tutt'uno con l'immagine della città labronica così come ci viene restituita dai versi di Caproni.

Una città, come ci è caro ricordare ancora una volta, “fine e popolare”, come dire elegante nella sua semplicità, almeno così s'è sempre connotata nei ricordi del poeta e trasfigurata nelle sue opere. Ed è un bel suggerimento iconico che il poeta ci ha lasciato, quasi degli occhiali correttivi per tornare ad osservare e rivivere l’immagine di una Livorno fra Otto e Novecento che talora non ricordiamo e, alla fine, magari nemmeno rispettiamo nel suo valore storico e architettonico. Ma quando poi recuperiamo strutture importanti come il Mercato Centrale, pure citato nelle poesie di Caproni, balza agli occhi come la città si arricchisca di bellezza. Anche questa può essere una funzione civile della letteratura.

L’indubbia carica evocativa di questi versi si esercita nella memoria del lettore per più suggestioni. E un aspetto - per ricorrere a una espressione forse consunta ma indicativa - ne è certo la musicalità. Musicalità dei versi, appunto, risultanti (se vogliamo) anch'essi fini e popolari, perché risuonano di note insistite ma mai banali, di consonanze, assonanze, rime e quant'altro una strumentazione retorica misurata consenta, mai troppo ardite e mai davvero prevedibili. Già, la musicalità… un punto d'arrivo peculiare della ricerca di Caproni che l'apparato delle varianti, pubblicato nel volume de L'opera in versi (uscito già nel 1998), nei Meridiani di Mondadori conferma: spesso la forma finale rappresenta l’esito di una ricerca esigente, di una elaborazione insistita.

Certo vi si può ammirare il dono raro ricevuto da una Musa, che ha una grazia davvero invidiabile, ma non va trascurato che quello di Giorgio fu anche un lavoro consapevole e inesausto di tecnica, che nell'insieme suggerisce un'idea di perfetta ricerca letteraria, sintesi di elaborazione e carisma. Musicalità dei versi che per certi aspetti potrà anche essere messa in relazione con la sua passione musicale vera e propria, che ne ha segnato la vita. La sua opera poetica con la musica condivide ragioni artistiche di una portata così vasta che ancora richiederà approfondimenti (1).

I suoi due violini personali che la città ha ricevuto dalle mani dei figli di Giorgio il 3 febbraio 2012, oggi incastonati in quella preziosa sede storica dell'arte musicale e teatrale cittadina, che è il Teatro Goldoni, ricordano la sua passione per la musica coltivata fin da bambino. Esposti in bella vista in una bacheca del foyer possono far ricordare al visitatore come suo padre Attilio fosse contabile del Teatro degli Avvalorati e come da appassionato suonasse egli stesso violino e mandolino. E che agli Avvalorati (parola che compare nelle poesie livornesi) da bambino Giorgio col padre ha assistito alla Cavalleria Rusticana diretta dallo stesso Mascagni.

A Genova poi, dove la famiglia si trasferì nel 1922 per motivi di lavoro, Giorgio studia il violino all'istituto “Giuseppe Verdi”. Come egli ricordava con la consueta autoironia, il suo insegnante di armonia e composizione gli assegnava per studio la scrittura di canti corali a quattro voci. Per le parole, il giovane studente, per far del suo meglio, andava a pescare dove poteva: nei testi del Poliziano, del Rinuccini, perfino nei madrigali del Tasso… ma poi si rese conto che il suo maestro nemmeno li degnava di un'occhiata quei testi, che pure dovevano costare una qualche laboriosa ricerca. E così egli cominciò a inventarne di propri, non si può sapere se per gioco o per impazienza.

Poi, racconta Giorgio, col tempo il musicista che era in lui declinò e rimase il paroliere... e proprio grazie a quegli esercizi legati allo studio del violino sembrerebbe che egli si sia esercitato per misurarsi in seguito davvero con la poesia. Eterogenesi dei fini di un insegnamento, quello del suo maestro, alquanto distratto! A proposito del suo studio del violino, egli amava rievocare - ricordando l'occasione in cui me lo raccontò, direi che nelle parole serpeggiasse una vena di rimpianto - il grande amore che portava per lo strumento, ma anche l'impossibilità, dato il suo delicato equilibrio psicologico giovanile, di sostenere lo stress emotivo delle esibizioni in pubblico.

Accadde che in teatro a Genova, ammalatosi il primo violino, una sera gli venisse affidata l’esecuzione dell’assolo del secondo atto della Thaïs di Massenet, ma molto giovane com'era - diciott'anni! - per le emozioni provate in quell'occasione, troppo forti, ritornato a casa spezzò il suo strumento… sarà anche per questo che avrà preso maggior slancio il suo misurarsi testa a testa con la pagina bianca della poesia e della scrittura (che, esercitate in tutta solitudine, non prevedono l’immediata presenza del pubblico). E tuttavia amò sempre esercitarsi in casa a suonare il suo amato strumento. In una foto celebre (2) ci appare seduto davanti allo spartito musicale su cui è appoggiato il violino.

Tra musica vera e propria, musicalità poetica e parola letteraria il nesso per Caproni appare molto intricato, se egli ha potuto dichiarare a Cesare Cavalleri che lo intervistava (3), che a un certo punto (e siamo all'incirca in quel momento evolutivo degli anni cinquanta in cui nascono proprio i Versi Livornesi) che il rumore della parola ha cominciato a darmi terribilmente fastidio, tanto che adesso vorrei aver scritto poesie di tre, quattro parole al massimo. E pare così annunciarsi, col ricorso di nuovo a una espressione che suona dura e volutamente disarmonica (“rumore della parola”), la necessità di una misura più scarna e infinitamente levigata che per Caproni tendenzialmente sarà tensione e norma di essenzialità poetica, almeno a partire dagli anni sessanta in poi.

Tali aspetti non sono, va da sé, astrattamente formali: il senso di precarietà dell'esistenza, che si nota fin dalle prime prove, l'aveva indotto a una riflessione sul sentimento del nulla e sulla dissoluzione contemporanea delle certezze che corrispondono a un disorientamento sia filosofico esistenziale che storico. Motivo che indubbiamente colloca il poeta livornese nel cuore della tradizione letteraria novecentesca. Riferendosi proprio alla poesia novecentesca e a Pascoli, Caproni affermava di essere arrivato alla conclusione che l'irrealtà è il vero reale: tutto quello che possiamo ottenere, attraverso la letteratura, è un'allegoria.

In questo senso i suoi ultimi versi, in particolare, sono caratterizzati dalla sfiducia nella parola e dal tentativo di superarla, con tutta l'inquietudine esistenziale che comporta. Se col “macchiaiolo” Carducci, come affettuosamente lo definì per la sua giovanile simpatia, la parola era ancora inequivocabile, precisa, marmorea, i suoi versi, poi, sulla grande scia della poesia novecentesca hanno risentito della lezione di Pascoli. Disse Caproni: Pascoli, senza rendersene conto, vi ha gettato il seme del dubbio, e l’ha resa densa di simboli e di significati armonici come la musica. Ha fatto bene Contini a definirlo un rivoluzionario: aveva in mano la dinamite e non se n’era accorto.

Insieme e oltre la palese cantabilità (4), per Caproni si è parlato anche molto della intrinseca “narratività” della sua poesia, o meglio della sua drammaticità, diciamo pure semplificando anche della sua teatralità… Questo vale davvero per il Congedo del viaggiatore cerimonioso pensato in origine proprio come una pièce da recitare. Se i temi centrali della sua poesia sono stati colti anche dal critico e poeta Giovanni Raboni che gli era amico, nella città, nella madre e nel viaggio, il Congedo del viaggiatore cerimonioso affronta il tema del viaggio come simbolo, forse, più che della morte reale (la morte della madre era già stata rappresentata in quel testo che mi pare sconvolgente che è Ad portam inferi, proprio come un viaggio in treno), di una disperata rinuncia alle ragioni che legano comunemente gli uomini alla vita e che quasi giustificano - per non cadere nella vertigine del vuoto - il loro indaffarato quanto vacuo agire nel mondo.

Si tratta di un tema costante nella letteratura moderna, come del resto pienamente novecentesco appare, dalla cultura freudiana in poi, quello del complesso rapporto con la figura della madre. Ma la forma di questo componimento di Caproni, e ancor di più il suo linguaggio realistico, nitido, appare in via di rottura con la koinè novecentesca e, se nel Seme del piangere egli aveva già dato il la, ora si incammina su una strada di un definitivo superamento della letterarietà formale più diffusa nell’area del Novecento. La modernità (per quanto atipica) della soluzione formale qui adottata da Caproni ha fatto parlare di una sorta di novella in versi di stampo pirandelliano. Può considerarsi peculiare del teatro pirandelliano e della narrativa dell’agrigentino il parlare di problemi gravi (come la vita, la morte) mediante semplici, quotidiane metafore, inastate di dolorosa ironia dietro un sorriso bonario, come pure tipica di indimenticabili personaggi pirandelliani è quella “disperazione calma, senza sgomento”, e anzi loquace e cerimoniosa, di chi guarda con lucidità e distacco umoristico alle tragedie della propria e dell'altrui vita.

Mutuata questa esperienza “narrativa” e teatrale, i debiti di Caproni verso il teatro e la musica diventano macroscopici da Il muro della terra, che è del 1975, in poi. Nel 1982 con Il franco cacciatore la cornice narrativa e teatrale si riferisce già nel titolo al Freischütz di Carl Maria von Weber, la prima importante opera del romanticismo tedesco, celebre, al di là dei temi peculiari, anche per l'aspro temperamento emotivo che la sostiene: rifacendosi a quel capolavoro, la raccolta di versi pare volersi configurare essa stessa come un libretto d'opera (non aveva suggerito proprio lui che era diventato un paroliere?) i cui spartiti musicali sarebbero tuttavia tutti da immaginare (e forse sarebbe impresa entusiasmante per un musicista ispirato dai suoi versi).

Infine, nel 1986, la raccolta Il conte di Kevenhüller, che esplicitamente si articola nelle due sezioni Libretto e Musica, rivela a sua volta, nella sua saldezza narrativa, una molto probabile struttura di melodramma. Gli stessi figli di Giorgio confidano con affettuosa sorpresa come da sempre, fra i suoi sogni, il padre coltivasse quello di scrivere un vero libretto d’opera. E a me pare di poter immaginare che in definitiva molto suo lavoro poetico negli ultimi anni ruotasse intorno a un simile ambizioso, quanto forse sorprendente, progetto. Difficile progetto, oltretutto, perché certamente la musica che egli aveva eventualmente in cuore non poteva essere, per dire, di un Puccini o nemmeno del concittadino Mascagni. Ma un'opera, diciamo pure nella tradizione del melodramma, più dissonante, meno consolatoria, insomma davvero radicata nella cultura contemporanea che è linfa dei suoi versi.

Il principio che ispira tutta la sua ultima produzione, del resto, è quello musicale della “variazione continua”: ed ha confidato che ho voluto seguire nella composizione quello che in musica si chiamerebbe sistema della variazione continua. È così, con gli ultimi lavori poetici che lo riportano all'opera, che il bambino livornese, che ascoltò Mascagni dirigere la Cavalleria Rusticana agli Avvalorati, corona il lungo percorso della sua vocazione musicale ne Il franco cacciatore e Il conte di Kevenhüller con un omaggio maturo e raffinato proprio al melodramma...

Un lungo viaggio attraverso la poesia e la musica, quello di Giorgio, durato una vita; ed anche per questo è bello che i suoi violini abbiano trovato infine degna collocazione nel tempio del teatro e dell’opera di Livorno, città di grande passione e temperamento musicali, come livornese era e si sentiva Giorgio Caproni.


Note:

(1) Va in questa direzione il saggio di Anna Chella, Prove di melodramma in poesia: Il conte di Kevenhüller di Giorgio Caproni, “Soglie”, XIII, aprile 2011.
(2) Cfr. nel web un album fotografico di poeti, fra cui spicca questa immagine di Caproni: www.dinoignani.net.
(3) Un poeta in cerca dell’anima, a cura di Cesare Cavalleri, in “Studi Cattolici”, XXVII, 272, ottobre 1983.
(4) Italo Calvino ha individuato nella cantabilità uno degli elementi più accattivanti della poesia di Caproni: il poeta lascia che le parole fluiscano rapide lungo la linea del verso in un modo “apparentemente ciarliero invece quanto mai controllato e riservato”, escludendo tuttavia ogni possibilità di idillio. I. Calvino, Alcuni scritti sulla poesia di Giorgio Caproni, in Tutte le poesie, Garzanti, Milano 1999, pp. 1000-1001. Questo aspetto, tra l'altro, è quanto mai probante per staccare senza dubbi Caproni dall'aura poetica ermetica che pure è marcata in molti suoi coetanei e amici, invece in lui solo circoscritta, per esplicita ammissione, ai Sonetti dell'Anniversario, che risalgono ad un periodo compreso fra il 1938 e il 1942.




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