28 ottobre 2016

Luigi Capuana: L’ incredibile esperimento





– Eh, no! – disse il dottor Maggioli. – Non si tratta di creatura umana nel vero senso della parola; “preumana”, tutt’al piú!

– Oh! Oh! Oh! –

Le signore protestarono in coro, e la baronessa Lanari, battendogli col ventaglio sul braccio, tra indignata e sorridente, soggiunse: – Queste enormità, non dovrebbe dirle mai davanti a noi!

– Perdoni, – rispose il dottore. – La verità va detta dovunque, davanti a chiunque, specialmente quando è richiesta. La scienza, infine, non ha obbligo di essere galante.

– Ma gli scienziati sí – replicò la baronessa.

– Secondo. Interrogato, ho dovuto rispondere. E poi, la mia età mi dispensa da certi riguardi. La parola dei vecchi è impersonale.

– Ma dunque lei crede, sul serio…?

– Che la donna è una creatura “preumana”. E non è opinione mia soltanto, ma di qualche eminente scienziato... e della Bibbia pure.

– Alla Bibbia si fa dire tutto quel che si vuole – lo interruppe la baronessa.

– Questa volta la Bibbia parla chiaro, e la storia naturale piú chiaro ancora. La Bibbia dice: “Dio creò l’uomo a sua immagine e lo creò maschio e femina”. La storia naturale ci mostra tuttavia questo caso in parecchi animali inferiori, che sono maschio e femina, come la creatura umana primitiva. Cosí Giobbe ha potuto poi dire: “Homo natus de muliere”, l’uomo nato dalla donna. Infatti nasce anche al presente dalla donna, e nascerà sempre dalla donna, anche quando…

Il dottor Maggioli si fermò un istante, guardando con aria interrogativa la baronessa.

– Ecco – riprese; – lei mi ha messo in imbarazzo, richiamandomi alla galanteria; non so piú andare avanti.

– Ormai! – rispose la baronessa, ridendo. – Dopo il bel complimento che ci ha fatto, siamo preparate a tutto noi signore. Inoltre, non vogliamo privarci del piacere di sentirlo parlare.

– Io sono positivo – continuò il dottore. – Amo le teoriche fino a un certo punto; ma quando una teorica diventa fatto… E questa di cui dovrò ragionare è già stata tale, per eccezione, una sola volta, finora. Diverrà regola in avvenire.

– Si spieghi meglio; non ci supponga altrettante scienziate!

– È un po’ difficile, ma tenterò; e se non saprò evitare qualche crudezza, la responsabilità sarà tutta sua. Rammentano il processo e la condanna del professore Manlio Brozzi? Processo a porte chiuse, di cui si occuparono tanto i giornali, parecchi anni fa?… Ah! Io ho il difetto di tutti i vecchi, che non sanno capacitarsi di esser tali. Anni fa! Ma in quel tempo molti di loro non erano ancora nati, parecchi erano bambini: qualcuno, giovanetto da occuparsi di ben altro che di processi scandalosi. Non si spaventino; quel processo fu scandaloso in apparenza; nessuno può saperlo meglio di me. Il mio povero amico e collega venne condannato a essere chiuso in una casa di salute, e vi morí, divenuto pazzo davvero, quantunque vi fosse entrato con la pienezza della ragione. È caso frequente nei manicomi. Allora io ero partito da poco per l’America, e non potei testimoniare in favore del mio amico. Avessi anche potuto farlo, non sarei stato creduto. Avrei corso il rischio di essere giudicato matto pure io.

– Di che strano delitto era dunque accusato quel professore?

– Di aver abusato della figlia diciottenne, e di averla fatta morire per nascondere quell’infamia.

– E non era vero?… E fu condannato?

– Innocente, non poteva giustificarsi. Quel che egli aveva fatto era proprio incredibile. La giustizia umana fu indulgente, dichiarandolo pazzo; ne convengo. Manlio Brozzi era un cercatore, un precursore. Quando s’intravedevano appena alcune possibili applicazioni dell’elettricità, egli già faceva studi, prove e riprove giudicate assurde, e oggi conquiste che non maravigliano nessuno. E non era un semplice sperimentatore, ma un pensatore, un filosofo, grande per lo meno quanto la sua modestia, cioè grandissimo. Egli leggeva nell’avvenire come in un libro aperto; ma non faceva profezie, determinando, specificando. Diceva: “Dovrà accadere questo e questo. Quando? Dove? Come? Non ne so nulla. Ma accadrà infallibilmente”. Per lui i secoli, nella vita dell’umanità, contavano quanto i minuti della nostra esistenza. Un sintomo sociale, impercettibile per gli altri, s’ingrandiva davanti ai suoi occhi come sotto potentissima lente, arrivava subito alle sue estreme conseguenze. Ed io posso testimoniare che egli non si è mai ingannato, mai! I fatti gli hanno dato sempre ragione.

– Anche quello per cui è stato condannato, ed è ammattito? – domandò maliziosamente la baronessa.

– Quello assai piú di tutti, perché è quasi un miracolo. Cinquant’anni addietro, si parlava appena di quel che oggi porta il formidabile nome di “feminismo”; cinquant’anni addietro nessuno sospettava che un giorno avrebbe trovato proseliti e apostoli – fuori del cristianesimo – il “misoginismo”, l’odio contro la donna. Brozzi li aveva intraveduti, in germe, li aveva visti crescere e fiorire con la straordinaria virtú della sua immaginazione di scienziato; e una sera, nel suo studio, d’onde usciva rare volte soltanto per udire un po’ di buona musica antica, una sera poté dirmi

“Vedi, quanto è meravigliosa l’azione latente del pensiero che ha creato, e va continuamente creando questo e gli altri mondi dell’universo! La donna, proclamando la sua “emancipazione”, crede di provvedere alla sua sorte, e invece non fa altro che lavorare all’emancipazione dell’uomo dall’attuale giogo di lei. E tutti e due, maschio e femina, non capiranno, per un bel pezzo, che non si tratta di loro, personalmente, ma della specie; che dovranno liberarsi, alla fine, dal capriccio, dall’accidente che è nell’individuo e nelle forze brute della natura, e attuare la propria legge riflessivamente, cioè costringendo le forze brute ad operare non a loro capriccio, per caso, ma ragionevolmente, come già cominciamo a imporre all’elettricità, che sarà tra non molto nostra schiava. Domineddio o la natura (è lo stesso) provvide, da principio, alla specie creando l’uomo maschio e femina insieme, al pari delle palmelle e dei zignemi tra gli infusori; e se separò poi i due sessi, li avvinse e li tiene ancora avvinti per via del senso, e anche per via del sentimento, costringendoli ad amarsi perché procreino e continuino indefinitamente la specie… fino a che non sarà intervenuta la scienza per ricondurre la donna a quel che è stata sempre e che sarà sempre (giacché non può essere altro): un’incubatrice di creature umane, ma senza il concorso del maschio!”

Cosí nude e crude, queste affermazioni sembrano assurde; ma, svolte dalla sua parola dotta, feconda, quasi poetica, diventavano d’una chiarezza e d’una efficacia irresistibile.

“Senza il concorso del maschio?” feci io quella sera, non afferrando bene il suo concetto.

“Certamente. Quel gran chimico che ha detto che noi creeremo l’uomo coi lambicchi, ha detto una sciocchezza: lo creeremo senza il maschio, senza l’amore e il sentimento e senza gli altri inutili ammennicoli; con quella stessa forza che la natura ha adoperato e adopra per la creazione, l’elettricità”; facendo selezioni, scelte ora affatto impossibili, e perfezionando le specie fino al punto in cui non sarà più quella che ora è. Non ricorreremo però a lambicchi, a fornelli o ad altro macchinario piú complicato; ci serviremo del fornello, del lambicco, dell’eccellente macchinario che la natura ha elaborato a questo scopo; della vera Magna Parens, della donna; non sapremmo inventare niente che valga a sostituirla”.

“Insomma, secondo te – lo interruppi – arriveremo alla fecondazione artificiale per via dell’elettricità…”.

“C’è qualche matto che già sperimenta, e che crede d’essere già su la buona via di scoprire…”.

E scrollava il capo, con benevola malizia nel sorriso e nel lampo degli occhi. Sí, egli pensava a questo gran problema sin d’allora, e ne calcolava tutte le difficoltà, come pure tutte le conseguenze nella vita sociale.

“La maggiore difficoltà consiste – egli diceva – nel trasformare l’elettricità minerale, vegetale e animale in elettricità umana. Ma forse, non è cosí insuperabile, come sembra a prima vista. Vedremo!”

Quand’egli diceva: “Vedremo!” voleva significare che era quasi sicuro del fatto suo. E quattro mesi dopo apprendevo che due esperimenti gli erano riusciti bene: egli aveva fecondato un fiore e un insetto con le elettricità vegetale e animale da lui segregate e imprigionate in speciali apparecchi. Gli rimaneva di fare altrettanto per l’elettricità umana; e non disperava di raggiungere questo intento.

Un giorno – erano passati due anni – egli mi diè il grande annunzio! Confidava il suo segreto a un amico, non sapendo rassegnarsi, per ora, a imitare il barbiere di Mida che si era confidato con una buca.

“Ho fatto l’esperimento su mia figlia, senza che essa sappia ancora di che si tratti”.

“Ma, sciagurato! – esclamai. – E non hai pensato a quali orrendi sospetti tu esponi la tua dolce creatura e te stesso?”

“Che? Si potrà credere… che un padre… Oh!”

Nella sua ingenuità di scienziato, non riusciva a persuadersi che la malvagità umana potesse arrivare fin là! Ebbi un lampo di speranza.

“Sei tu certo della riuscita dell’esperimento?”

“Certissimo”.

“Disfa quel che hai fatto” gli dissi brutalmente.

“Commetterei un delitto, sopprimendo una creatura viva”.

Ebbi un altro lampo di speranza:

“Quando facciamo violenza a una legge della natura, spessissimo i risultati, che noi vorremmo ottenere, falliscono”.

Mi auguravo che fosse cosí, per la felicità di quella innocente creatura sacrificata a un esperimento scientifico; per la pace di quel grand’uomo che aveva rapito al cielo qualcosa di piú del leggendario fuoco di Prometeo.

Non rifarò il processo; non vi racconterò nemmeno per quali inevitabili circostanze il segreto dello stato anormale della giovine venne scoperto. Scandalo enorme! Manlio Brozzi ne fu atterrito. Soltanto la giovane rimaneva sempre inconsapevole, credendo a una malattia che poi non la faceva molto soffrire. Prima che la figlia arrivasse ad apprendere la verità, prima che ella potesse sentire odio ed orrore di suo padre, egli si risolse, finalmente, a distruggere quel che aveva imprudentemente creato. Ma, a questa seconda prova, la giovane non resistette, o piuttosto, resistette tanto, che ne morí come per una qualunque violenza di aborto.

“Mia figlia è morta vergine!” protestò piú volte Manlio Brozzi all’udienza. Ed era verissimo; fu assodato. Ma i giudici non poterono credere al di lui miracolo della fecondazione elettrica, lo dichiararono pazzo… Verrà giorno che un altro pazzo…

– Non faccia il profeta anche lei! – lo interruppe la baronessa Lanari, con la gentile autorità di padrona di casa che vuol impedire un eccesso.

– Dirò soltanto che il “feminismo” e il “misoginismo” odierni sono la naturale preparazione dal fatto previsto cinquant’anni fa da Manlio Brozzi. Tra pochi anni, tra pochi secoli… tra qualche millennio, la donna e l’uomo non avranno rapporti tra loro molto diversi da quelli che noi ora abbiamo con le nostre mandrie, coi nostri armenti. La donna sarà la Magna Parens, la covatrice artificiale, e l’uomo… Ma, forse, allora l’uomo attuale non esisterà piú, trasformato in essere assai piú spirituale e piú perfetto.

– Ma, dottore!… dottore!

– Non parlo cosí io, per mio conto, cara baronessa, – rispose tranquillamente il dottor Maggioli. – Ho ripetuto le precise parole di Manlio Brozzi, d’un mirabile scienziato che, nel momento in cui mi diceva ciò, era, probabilmente, anche “la Scienza”!...



LUIGI CAPUANA  è stato uno scrittore, critico letterario e giornalista italiano, teorico tra i più importanti del Verismo. Nasce a Mineo, in provincia di Catania il 28 maggio 1839, da Gaetano Capuana e Dorotea Ragusa, in una famiglia di agiati proprietari terrieri; e a Mineo frequenta le scuole comunali. Nel 1851 si iscrive al Reale Collegio di Bronte che lascia dopo solo due anni per motivi di salute, proseguendo comunque lo studio da autodidatta. Conseguita la licenza si iscrive, nel 1857, alla Facoltà di Giurisprudenza di Catania che abbandona nel 1860 per prendere parte all'impresa garibaldina in funzione di segretario del comitato clandestino insurrezionale di Mineo e in seguito come cancelliere nel nascente consiglio civico. A Mineo  trascorse buona parte della giovinezza impegnandosi  nell'attività politica in favore di Garibaldi e dell'unità d'Italia prima  e come ispettore scolastico dopo il 1871. Tra il 1864  e il 1868 visse a Firenze svolgendo attività di critico teatrale per il giornale fiorentino La Nazione. Lavorò come giornalista anche  a Milano (1877-1882) presso il Corriere della Sera e a Roma  (1882-1884) dove diresse Il Fanfulla della domenica. Sulla  sua formazione letteraria influì sia il soggiorno fiorentino, dove entrò  in contatto con letterati famosi (Prati, Aleardi, Fusinato, Capponi) e  conobbe Verga, sia il soggiorno milanese durante il quale, insieme a Verga,  frequentò l'ambiente degli scapigliati. A Roma conobbe un altro grande conterraneo, Luigi Pirandello, il quale, dopo aver iniziata l'attività letteraria come poeta, scoprì la sua autentica vena di narratore proprio per i suggerimenti di Capuana. Rimase a Roma come professore di letteratura italiana all'Istituto Superiore di Magistero  sino al 1884, quindi passò ad insegnare estetica e stilistica all'Università di Catania, città nella quale si stabilì definitivamente. Rientrato a Mineo si dedicò agli studi teorici sulla letteratura, oltre che alle opere filosofiche di Hegel e ai testi del Positivismo. Morì  a Catania il 29 novembre 1915.  

OPERE

Garibaldi. Leggenda drammatica in tre canti, Catania, Galatola, 1861.
Il bucato in famiglia. Discorso pronunziato il dì 24 novembre 1870, Catania, Galatola, 1870.
Il teatro italiano contemporaneo. Saggi critici, Palermo, Pedone Lauriel, 1872.
Il Comune di Mineo. Relazione del sindaco, Catania, Galatola, 1875.
Profili di donne, Milano, Brigola, 1877.
Giacinta, Milano, Brigola, 1879.
Studi sulla letteratura contemporanea, I serie, Milano, Brigola, 1880.
C'era una volta... Fiabe, Milano, Treves, 1882.
Studi sulla letteratura contemporanea, II serie, Catania, Giannotta, 1882.
Spiritismo?, Catania, Giannotta, 1884.
Il regno delle fate, Ancona, Morelli, 1883.
La Reginotta, Milano, Brigola, 1883.
Homo, Milano, Treves, 1888.
Vento e tempesta, Palermo, Sandron, 1889.
Profumo, in "Nuova Antologia" dal 1º luglio al 1º dicembre 1890, poi in volume, Palermo, Pedone Lauriel, 1892.
La Sicilia e il brigantaggio, Roma, il Falchetto, 1892.
Spera di Sole (commedia per burattini), in "Cenerentola", n. 7-8-9-10, Roma, 29 gennaio-19 febbraio 1893.
La commedia dei grandi rifatta dai piccini, “Cenerentola”, 20 maggio 1893.
Il pecoro nero, fiabe e novelle illustrate da D. Lacava Feola, Giannotta, Catania, s. d. (Raya suggerisce la data 1894).
Il Raccontafiabe, seguito al C'era una volta, Firenze, Bemporad, 1894.
Fanciulli allegri, Roma, Voghera, 1894.
La Sicilia nei canti e nella novellistica contemporanea, conferenza letta al Comitato bolognese della Società Dante Alighieri, 12 maggio, 1894.
Il drago, novelle, raccontini e altri scritti per fanciulli, Roma, Voghera, 1895.
Mondo occulto, Napoli, Pierro, 1896.
Schiaccianoci, novelle e novelline, Firenze, Bemporad, 1897.
Scurpiddu, racconto illustrato per ragazzi. Libro raccomandato dal Ministero della Pubblica Istruzione, Torino, Paravia, 1898.
Gli "ismi" contemporanei, Giannotta, Catania, 1898.
Raccontini e ricordi, Paravia, Torino, 1899.
Avarizia, racconto, Palermo, Sandron, 1899.
Le prodezze d'Orlando racconto, Palermo, Sandron, 1899.
L'ultima scappata, racconto, Palermo, Sandron, 1899.
Pupattolina, racconto, Palermo, Sandron, 1899.
Tentennone, Barabba, Lanciano, 1900.
Il marchese di Roccaverdina, incompiuto in ventidue puntate sul quotidiano "L'ora" di Palermo, dal 12 settembre all'11 novembre 1900, poi in volume, Milano, Treves, 1901.
Gambalesta, racconto per ragazzi, Palermo, Biondo, s. d. (1903)
La Sicilia e il brigantaggio, in "L'isola del sole", Catania, Giannotta, 1903.
I fatti principali della storia d'Italia, raccontati da uno zio ai nipoti scolari IV classe elementare, Catania, Battiato, 1904.
Breve storia d'Italia ad uso delle scuole tecniche e complementari (3 volumi), Catania, Battiato, 1905.
I diritti e i doveri ad uso dei giovanetti delle scuole elementari superiori, Catania, Battiato, 1905.
Re Bracalone, romanzo fiabesco, con diciotto composizioni di C. Chiostri, Firenze, Bemporad, 1905.
Storia d'Italia ad uso dei ginnasi inferiori (2 volumi), Catania, Battiato, 1905-06.
Coscienze, Catania, Battiato, 1905.
La paura è fatta di nulla ed altre novelle, Torino, Paravia, 1906.
Come Berto divenne buono, novellina, Palermo, Corselli, 1906.
Cardello, racconto illustrato da G. Bruno, Palermo, Sandron, 1907.
Prima fioritura, corso di letture educative per le classi elementari maschili, libro ad uso della III classe, Biondo, Palermo, 1907.
State a sentire! Novelle, Palermo, Sandron, 1907.
La prima sigaretta ed altre novelle, Torino, Paravia, 1907.
Chi vuol fiabe, chi vuole?, Firenze, Bemporad, 1908.
Prima fioritura, ad uso della IV classe maschile e femminile, Palermo, Biondo, 1908.
Cara infanzia, racconti per fanciulli, Carabba, Lanciano, 1908.
Sillabario semplicissimo per la I elementare maschile e femminile, Palermo, Biondo, 1909.
Nel paese della zagara, novelle siciliane, Firenze, Bemporad, 1910.
Fiabe (in collaborazione con P. Lombroso e D. B. Segrè), Roma, Podrecca e Galantara, 1911.
Gli "Americani" di Rabbato, racconto illustrato da A. Terzi, Palermo, Sandron, 1912.
Prima fioritura ad uso delle classi V e VI, Palermo, Biondo, 1912.
Si conta e si racconta... fiabe minime, Muglia, Catania, 1912; Catania-Roma, Pellicanolibri, 1989.
La primavera di Giorgio, racconto "La scolastica", Ostiglia, 1913 *Testoline!, racconti, Barabba, Lanciano, 1913.
Il diario di Cesare, Palermo, Sandron, 1914.
Buono per inganno, Palermo, Sandron, 1914.
L'omino di mamma, Palermo, Sandron, 1914.
Guerra! Guerra!, Palermo, Sandron, 1914.
Sarta per bambole, Palermo, Sandron, 1914.
Un piccolo fregoli, Palermo, Sandron, 1914.
Tiritituf, fiaba, "La scolastica", Ostiglia, 1915.
Prime armi, Palermo, Sandron, 1915.
L'avventura di Liana, Palermo, Sandron, 1915.

EDIZIONI POSTUME

Le ultime fiabe, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1919.
Otto novelle per ragazzi, Palermo, Sandron, 1921.
Ricordi d'infanzia, Palermo, Sandron, 1922.
La fiaba lunga lunga…, Palermo, Sandron, 1923.
La festa dei pastori, Firenze, Bemporad, 1924.
Il figlio di Scurpiddu, Milano, Mondadori, 1933.


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